Right to Grow: Londra vuole coltivare gli spazi vuoti
Londra è una delle città più verdi d’Europa, ma l’accesso alla terra coltivabile resta sorprendentemente limitato. Migliaia di residenti attendono per anni un piccolo appezzamento, mentre in molti borough le liste per ottenere un allotment sono ormai chiuse. Allo stesso tempo, strisce di terreno pubblico, cortili, aiuole marginali e spazi abbandonati rimangono inutilizzati, spesso recintati o privi di una funzione precisa. Da questa contraddizione nasce il Right to Grow, una proposta che vuole rendere più semplice per cittadini e associazioni trasformare i terreni pubblici trascurati in orti comunitari, frutteti e giardini condivisi.
La richiesta rivolta alla Greater London Authority, l’ente che coordina le politiche strategiche della capitale, è quella di creare un modello valido per tutti i 32 borough e per la City of London. Alcuni consigli locali, tra cui Hounslow, Hackney e Southwark, hanno già adottato iniziative simili, ma la situazione rimane frammentata. La nuova campagna punta invece a inserire la coltivazione urbana nelle politiche su ambiente, salute, edilizia e sicurezza alimentare, rendendo Londra una città non soltanto più verde, ma anche più “commestibile”. L’obiettivo non è illudersi che la capitale possa diventare autosufficiente, bensì ridurre gli sprechi di spazio, rafforzare le comunità e restituire ai residenti un rapporto diretto con il cibo.
Il tema affonda le radici in una tradizione britannica molto più antica. Gli orti urbani hanno accompagnato l’industrializzazione, sostenuto le famiglie operaie e contribuito alla sopravvivenza del Paese durante le guerre mondiali. Oggi tornano al centro del dibattito per ragioni diverse ma altrettanto concrete: costo della vita, isolamento sociale, perdita di biodiversità, salute mentale e dipendenza dalle importazioni alimentari. Il Right to Grow a Londra non è quindi una moda ambientalista, ma il tentativo di aggiornare una pratica storica alle esigenze della metropoli contemporanea.
Dagli allotments vittoriani al Right to Grow a Londra
L’idea che i cittadini possano coltivare piccoli appezzamenti di terreno pubblico non è affatto una novità nel Regno Unito. Rappresenta, al contrario, una delle tradizioni sociali più radicate della storia britannica. Durante l’Ottocento, la rapida industrializzazione spinse milioni di persone dalle campagne verso città come Londra, Manchester e Birmingham. Intere famiglie persero l’accesso diretto alla terra e si ritrovarono dipendenti dai salari e dai mercati urbani per la propria alimentazione. Per le classi lavoratrici, coltivare un piccolo appezzamento significava integrare il reddito, migliorare la dieta e conservare una minima autonomia.
Fu in questo contesto che si diffusero gli allotments, terreni suddivisi in lotti e concessi ai cittadini per la coltivazione. Non erano semplicemente orti ricreativi, ma una forma embrionale di protezione sociale. Attraverso questi spazi le famiglie potevano produrre patate, cavoli, cipolle, frutta ed erbe aromatiche, riducendo la vulnerabilità economica. Nel tempo, una serie di provvedimenti legislativi trasformò gli allotments in un elemento stabile del paesaggio britannico. Ancora oggi la National Allotment Society, l’organizzazione che rappresenta i coltivatori e tutela gli orti urbani nel Regno Unito, continua a promuoverne il valore ambientale e comunitario.
Il momento di massima importanza arrivò durante la Seconda guerra mondiale, quando il governo lanciò la campagna Dig for Victory. Con le importazioni alimentari minacciate dal conflitto, parchi, giardini privati, campi sportivi e terreni pubblici furono convertiti alla produzione di cibo. Perfino aree di Hyde Park e Kensington Gardens vennero utilizzate per coltivare ortaggi. I manifesti, i filmati e i documenti conservati da The National Archives, l’archivio ufficiale del governo britannico, mostrano quanto questa mobilitazione sia stata centrale nella vita quotidiana del Paese.
Dopo la guerra, l’espansione dei supermercati e il miglioramento delle condizioni economiche ridussero l’importanza pratica degli allotments. Molti terreni furono edificati o destinati ad altri usi, mentre la coltivazione urbana venne progressivamente considerata un’attività per pensionati o appassionati. Negli ultimi vent’anni, però, questa percezione è cambiata radicalmente. La crisi climatica, l’aumento del costo della vita, il desiderio di consumare prodotti locali e la maggiore attenzione alla salute mentale hanno riportato gli orti al centro della vita urbana.
La nuova domanda ha fatto emergere un limite strutturale. Secondo i dati citati dalla campagna londinese, almeno 30.500 persone risultano in attesa di un allotment e in sedici borough le liste sono chiuse. A Camden si può aspettare fino a dodici anni, mentre a Islington esistono soltanto 106 appezzamenti per circa 17.000 nuclei familiari privi di giardino. Il problema non è quindi la mancanza di interesse, ma l’impossibilità di accedere alla terra.
Il Right to Grow nasce proprio da questa frattura. A differenza dell’allotment tradizionale, assegnato a un singolo titolare, il nuovo modello privilegia spesso una gestione comunitaria e flessibile. Un terreno pubblico inutilizzato può essere adottato da un gruppo di residenti, da una scuola o da un’associazione, senza dover attendere la creazione formale di un nuovo sito di allotments. L’obiettivo non è soltanto raccogliere verdure, ma rigenerare spazi trascurati, favorire l’incontro tra vicini e creare piccoli ecosistemi urbani.
Il punto critico è la burocrazia. Molte comunità sono disposte a prendersi cura dei terreni, ma devono affrontare procedure poco chiare, autorizzazioni lente e timori legati alla responsabilità civile. La campagna chiede quindi regole uniformi, modelli di concessione semplici e funzionari dedicati in ogni borough. Senza questo passaggio, il diritto a coltivare rischia di restare uno slogan. Con un quadro operativo serio, invece, potrebbe diventare una delle politiche urbane più concrete e visibili della Londra contemporanea.
Perché Londra vuole il Right to Grow: sicurezza alimentare, ambiente e comunità
Se gli allotments raccontano il passato della coltivazione urbana britannica, il Right to Grow guarda invece al futuro. La proposta non nasce dalla nostalgia per una tradizione ormai scomparsa, ma dalla necessità di affrontare problemi molto concreti che interessano una metropoli di quasi nove milioni di abitanti. Cambiamento climatico, costo della vita, sicurezza alimentare, perdita di biodiversità e salute mentale sono temi che, apparentemente lontani tra loro, trovano un punto di incontro proprio negli orti urbani.
La campagna che chiede l’introduzione di un modello comune per tutta Londra è stata rilanciata dalla London People’s Assembly on Food, Nature and the Right to Grow, un’assemblea civica composta da cittadini estratti a sorte che ha lavorato per elaborare proposte destinate a rendere la capitale “più verde e più commestibile” entro il 2035. Il documento finale non si limita a chiedere più orti, ma propone una strategia complessiva che comprende educazione alimentare, maggiore biodiversità, integrazione dell’agricoltura urbana nella pianificazione territoriale e la presenza di figure dedicate alla coltivazione comunitaria in ogni borough.
Uno dei dati più significativi riguarda la sicurezza alimentare. Londra produce infatti soltanto una piccola parte del cibo che consuma quotidianamente. Secondo la campagna, circa il 94% degli alimenti arriva dall’esterno della capitale, una dipendenza che rende evidente quanto il sistema sia vulnerabile a crisi economiche, problemi logistici o eventi climatici estremi. Nessuno immagina che gli orti urbani possano rendere Londra autosufficiente dal punto di vista alimentare, ma aumentare la produzione locale significa rafforzare la resilienza della città e sensibilizzare i cittadini sul valore del cibo.
Negli ultimi anni il tema è diventato ancora più attuale. L’inflazione alimentare registrata dopo la pandemia e durante la crisi energetica ha inciso sensibilmente sui bilanci familiari. Coltivare ortaggi, frutta o erbe aromatiche non rappresenta una soluzione definitiva al costo della vita, ma può contribuire a ridurre alcune spese e, soprattutto, a promuovere un consumo più consapevole. Chi coltiva direttamente pomodori, insalata o zucchine sviluppa inevitabilmente una maggiore attenzione verso la stagionalità dei prodotti, il loro valore e lo spreco alimentare.
Il Right to Grow viene però presentato anche come una politica ambientale. Trasformare aree abbandonate in piccoli spazi verdi significa aumentare la permeabilità del terreno, favorire l’assorbimento dell’acqua piovana e ridurre gli effetti delle cosiddette urban heat islands, le isole di calore che rendono le città sensibilmente più calde rispetto alle campagne circostanti. Ogni nuovo orto rappresenta inoltre un habitat prezioso per api, bombi, farfalle, ricci e numerose specie di uccelli che faticano sempre più a trovare spazi adatti all’interno della metropoli.
La biodiversità è infatti uno degli argomenti più frequentemente richiamati dai sostenitori della campagna. Un terreno lasciato in stato di abbandono può facilmente trasformarsi in uno spazio degradato, mentre un orto ben gestito diventa un piccolo ecosistema ricco di piante, insetti impollinatori e fauna urbana. Molti progetti comunitari prevedono anche la realizzazione di siepi, prati fioriti, hotel per insetti e piccoli stagni, contribuendo ad aumentare la varietà biologica della città senza richiedere grandi investimenti pubblici.
Accanto ai benefici ambientali emergono quelli sociali. Negli ultimi anni il Regno Unito ha attribuito crescente importanza al cosiddetto social prescribing, un modello attraverso il quale medici di base e servizi sanitari possono indirizzare alcune persone verso attività comunitarie anziché limitarsi alla prescrizione farmacologica. Tra queste attività figurano proprio il giardinaggio e la coltivazione condivisa. Diversi studi hanno infatti dimostrato che trascorrere tempo all’aria aperta, lavorare a contatto con la terra e partecipare a un progetto collettivo contribuisce a ridurre ansia, stress e isolamento sociale, migliorando il benessere psicologico soprattutto tra anziani e persone vulnerabili.
Un altro aspetto interessante riguarda il ruolo educativo degli orti urbani. Sempre più scuole londinesi hanno realizzato piccoli spazi coltivati dove gli studenti imparano a conoscere il ciclo delle stagioni, la provenienza degli alimenti e l’importanza della sostenibilità. Per molti bambini cresciuti in una grande metropoli, osservare la crescita di una pianta o raccogliere il primo pomodoro rappresenta un’esperienza completamente nuova. Gli orti diventano così vere e proprie aule all’aperto, nelle quali si intrecciano educazione ambientale, alimentazione e cittadinanza attiva.
Proprio questa capacità di mettere in relazione ambiente, salute, educazione e inclusione sociale rappresenta la principale forza del Right to Grow. L’obiettivo non consiste semplicemente nel riempire gli spazi vuoti della città con aiuole o ortaggi, ma nel costruire una rete di luoghi dove persone di età, culture e condizioni economiche differenti possano incontrarsi collaborando a un progetto comune. In una città vasta e spesso frenetica come Londra, dove molti residenti conoscono appena i propri vicini di casa, anche un piccolo orto può trasformarsi in uno straordinario strumento di socializzazione e di ricostruzione del senso di comunità.
Dai borough pionieri alla sfida per tutta la capitale
Uno degli aspetti più interessanti del Right to Grow è che non si tratta di un progetto teorico. Alcuni borough londinesi hanno già introdotto politiche ispirate a questo principio, dimostrando che trasformare terreni pubblici inutilizzati in spazi coltivati è possibile e, soprattutto, produce risultati concreti. Proprio queste esperienze locali hanno spinto le organizzazioni promotrici a chiedere che il modello venga esteso all’intera capitale attraverso un quadro normativo unico coordinato dalla Greater London Authority (GLA).
Tra i primi comuni a sperimentare il progetto figura Hounslow, nella parte occidentale di Londra. Qui il concetto di Right to Grow è stato applicato anche a spazi molto piccoli che normalmente passerebbero inosservati: strette fasce di terreno lungo i marciapiedi, aiuole trascurate, aree verdi tra edifici residenziali e perfino bordi erbosi accanto ai vicoli. Luoghi che fino a poco tempo fa erano semplicemente difficili da mantenere sono stati affidati a gruppi di residenti, trasformandosi in piccoli orti, giardini fioriti o spazi dedicati alle erbe aromatiche. Le immagini diffuse insieme alla campagna mostrano chiaramente come anche superfici molto ridotte possano cambiare completamente l’aspetto di una strada e creare nuove occasioni di incontro tra vicini.
Anche Hackney rappresenta un esempio significativo. Il borough, storicamente molto attivo sui temi ambientali, ha sviluppato nel tempo una fitta rete di community gardens, orti scolastici, progetti di apicoltura urbana e iniziative dedicate alla biodiversità. In questo caso la coltivazione non viene considerata soltanto un’attività ricreativa, ma uno strumento di inclusione sociale e di educazione ambientale. Numerosi progetti coinvolgono infatti scuole, associazioni di quartiere, anziani e volontari, dimostrando come un orto possa diventare un luogo di apprendimento oltre che di produzione alimentare.
Anche Southwark ha scelto di investire negli orti condivisi, collegandoli soprattutto alle politiche per la salute pubblica. L’idea è semplice: favorire la coltivazione collettiva significa incoraggiare uno stile di vita più attivo, migliorare l’alimentazione e rafforzare i rapporti tra i residenti. In diversi quartieri gli orti vengono utilizzati anche per attività educative rivolte ai bambini e per programmi dedicati alle persone più fragili, confermando come il valore di questi spazi vada ben oltre il semplice raccolto stagionale.
Questi esempi mostrano però anche il principale limite dell’attuale sistema. Ogni borough sviluppa regole proprie, criteri differenti e procedure amministrative spesso molto diverse tra loro. In alcuni casi ottenere l’autorizzazione per coltivare un terreno inutilizzato è relativamente semplice; in altri richiede tempi lunghi e un percorso burocratico complesso. È proprio questa frammentazione che la campagna intende superare.
La richiesta rivolta alla Greater London Authority, l’ente che coordina le politiche strategiche della capitale e supporta il sindaco di Londra nelle principali decisioni urbanistiche e ambientali, consiste infatti nell’elaborare un modello comune che possa essere adottato da tutti i 32 borough londinesi e dalla City of London. Non significherebbe imporre un unico sistema rigido, ma mettere a disposizione linee guida condivise, procedure standard e strumenti amministrativi che facilitino il lavoro dei comuni e delle comunità locali.
Il tema è arrivato anche all’attenzione di Mete Coban, Deputy Mayor for Environment, cioè il vicesindaco responsabile per le politiche ambientali. Intervenendo durante la presentazione della People’s Assembly, Coban ha ricordato che l’accesso agli spazi verdi rappresenta una questione di giustizia sociale e ambientale, sottolineando gli investimenti già effettuati da City Hall per incrementare la presenza della natura nella capitale. Tra questi figura il Green Roots Fund, un fondo da circa 12 milioni di sterline destinato a sostenere progetti di riforestazione urbana, biodiversità e iniziative promosse direttamente dalle comunità locali.
Nonostante queste dichiarazioni, la Greater London Authority non ha ancora confermato l’intenzione di adottare formalmente un quadro normativo dedicato al Right to Grow. È proprio questo il punto più delicato dell’intera vicenda. Da una parte esistono amministrazioni locali che hanno già dimostrato l’efficacia del modello; dall’altra manca ancora una strategia unitaria capace di estenderlo a tutta Londra.
Naturalmente non mancano le critiche. Alcuni osservatori sottolineano che affidare terreni pubblici a gruppi di cittadini richiede una gestione attenta. Chi si occuperebbe della manutenzione nel lungo periodo? Come verrebbero affrontati eventuali episodi di vandalismo? Chi sarebbe responsabile nel caso di incidenti? Un altro tema riguarda la qualità dei terreni. Non tutte le aree urbane sono automaticamente adatte alla coltivazione alimentare: alcune potrebbero richiedere analisi preventive per verificare l’eventuale presenza di contaminanti derivanti da precedenti attività industriali o dall’intenso traffico cittadino.
I promotori della campagna ritengono però che queste difficoltà siano ampiamente superabili attraverso protocolli condivisi, formazione e collaborazione tra amministrazioni e comunità. Del resto, molti borough stanno già affrontando con successo queste problematiche da anni. Se il Right to Grow dovesse essere adottato su scala metropolitana, Londra potrebbe diventare una delle prime grandi capitali europee a riconoscere in modo organico il diritto dei cittadini a trasformare gli spazi pubblici inutilizzati in una risorsa collettiva, con benefici destinati ad andare ben oltre la semplice produzione di ortaggi.
Domande frequenti sul Right to Grow a Londra
Che cos’è il Right to Grow?
Il Right to Grow è una proposta che mira a consentire alle comunità locali di utilizzare terreni pubblici inutilizzati per creare orti urbani, frutteti e giardini condivisi. L’obiettivo è semplificare le procedure amministrative affinché cittadini, associazioni e scuole possano recuperare spazi abbandonati, trasformandoli in luoghi dedicati alla coltivazione, alla biodiversità e alla socialità.
Il Right to Grow è già in vigore in tutta Londra?
No. Attualmente non esiste un quadro normativo valido per l’intera capitale. Alcuni borough, tra cui Hounslow, Hackneye Southwark, hanno già introdotto politiche ispirate al Right to Grow, ma la campagna chiede alla Greater London Authority di sviluppare un modello comune per tutti i 32 borough e la City of London.
Qual è la differenza tra un allotment e un community garden?
Un allotment è normalmente suddiviso in piccoli appezzamenti assegnati ai singoli coltivatori, che li gestiscono in autonomia. Un community garden, invece, è uno spazio coltivato collettivamente da residenti, scuole, associazioni o gruppi di volontari. Il Right to Grow favorisce soprattutto questo secondo modello, perché punta a rafforzare il senso di comunità oltre alla produzione di cibo.
Perché a Londra c’è così tanta richiesta di orti urbani?
La domanda è cresciuta negli ultimi anni per diversi motivi: l’aumento del costo della vita, l’interesse verso un’alimentazione più sostenibile, il desiderio di trascorrere più tempo all’aria aperta e la crescente attenzione verso il benessere psicologico. A questo si aggiunge il fatto che molti londinesi vivono in appartamenti senza giardino e non hanno alcuno spazio privato dove coltivare.
Quante persone aspettano un allotment a Londra?
Secondo i dati citati dalla campagna Right to Grow, oltre 30.500 londinesi risultano in lista d’attesa per ottenere un allotment. In sedici borough le liste sono state chiuse a causa dell’eccessiva richiesta, mentre in alcune zone l’attesa può arrivare fino a dodici anni.
Londra potrebbe diventare autosufficiente dal punto di vista alimentare?
No. Gli stessi promotori del Right to Grow riconoscono che una metropoli come Londra continuerà a dipendere dalle importazioni alimentari. L’obiettivo della campagna non è rendere la città autosufficiente, ma aumentare la produzione locale, rafforzare la sicurezza alimentare, ridurre gli sprechi e rendere più resiliente il sistema urbano.
Quali benefici ambientali portano gli orti urbani?
Gli orti favoriscono la biodiversità, aumentano la presenza di insetti impollinatori come api e bombi, migliorano l’assorbimento dell’acqua piovana, riducono le superfici impermeabili e contribuiscono a mitigare gli effetti delle isole di calore urbane. Inoltre restituiscono nuova funzione a terreni che altrimenti rimarrebbero inutilizzati.
Gli orti urbani possono migliorare anche la salute mentale?
Sì. Numerose ricerche hanno evidenziato che il giardinaggio e le attività svolte a contatto con la natura possono contribuire a ridurre stress, ansia e isolamento sociale. Per questo motivo nel Regno Unito alcune iniziative di social prescribing indirizzano già i cittadini verso attività di coltivazione comunitaria come parte di percorsi dedicati al benessere psicofisico.
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