Giovanni Papini oltre l’oblio ideologico: è tempo di riscoprire lo scrittore che non si arrese

08 Luglio 2026 - 09:39
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Giovanni Papini oltre l’oblio ideologico: è tempo di riscoprire lo scrittore che non si arrese

Giovanni Papini oltre l’oblio ideologico: è tempo di riscoprire lo scrittore che non si arrese

Alle 8 e 30 dell’8 luglio 1956, in una casa borghese di via Guerrazzi a Firenze, Giovanni Papini cessava di respirare all’età di 75 anni. Fuori, nella calura di luglio, la città era quasi silenziosa, soltanto alla palazzina dello scrittore il cancello si riapriva continuamente per far passare i visitatori, fino a tarda sera. Lo raccontò il giorno dopo Il Tempo di Roma in un lungo necrologio intitolato “È finita la lunga agonia dello scrittore Giovanni Papini”, il Corriere della Sera dedicò all’evento un’intera pagina con il titolo “Le spavalde audacie dell’artista precoce e la cristiana rassegnazione dell’uomo finito”, il Messaggero uscì con l’annuncio in prima “È morto Giovanni Papini, un grande lutto per la letteratura”, perfino la Nuova Stampa di Torino aprì con “Papini poeta”. Era il giorno dopo la morte, e l’Italia dei giornali sapeva già di aver perso un uomo straordinario.

Un colpevole oblio

Settant’anni dopo, quella consapevolezza si è come dissolta, Papini è diventato una nota a piè di pagina, un nome evocato con imbarazzo o con il distacco dell’entomologo che studia una specie estinta, eppure basterebbe rileggere quelle pagine ingiallite del luglio 1956, basterebbe sentire le parole che Prezzolini scrisse da New York appresa la notizia della morte del suo “diletto Gianfalco”, per capire che cosa abbiamo perduto e perché abbiamo fatto finta di perderlo.

La tensione tra ribellione e trascendenza

Giovanni Papini nacque a Firenze il 9 gennaio 1881, in una famiglia di umili origini. Il padre Luigi, artigiano di animo anarchico e anticlericale, rappresentava il polo della rivolta e la madre Erminia, donna di silenziosa fede, lo fece battezzare di nascosto. Quella tensione tra ribellione e trascendenza non lo abbandonò mai, anzi lo seguì per tutta la vita, attraverso ogni stagione del suo pensiero, fino all’ultima notte quando “Fra Clementino”, il frate francescano suo padre spirituale, gli amministrò l’estrema unzione dandogli il nome religioso di “Fra Bonaventura”, con accanto a lui la moglie Giacinta e l’amico di sempre Ardengo Soffici.

La cultura come arma

La sua formazione, quasi interamente autodidatta, senza lauree, senza cattedre, senza appartenenze accademiche, fu quella delle biblioteche e delle letture onnivore, in una mente che assorbiva tutto e tutto rimestava in una prosa personalissima. A ventitré anni, nel 1903, fondò con Giuseppe Prezzolini la rivista Leonardo, primo strumento con cui una generazione giovane e arrabbiata provo a scrollarsi di dosso il provincialismo culturale italiano, portando in Italia William James, Henri Bergson, Friedrich Nietzsche, Charles Sanders Peirce. Non era snobismo intellettuale ma la convinzione, robusta e combattiva, che la cultura fosse un’arma e che l’Italia avesse il dovere di usarla.

Il rapporto con il nazionalismo culturale e con il futurismo

Nel 1908 con la rivista La Voce trasformò Firenze nella capitale intellettuale del Paese, attorno alla quale si riunirono le menti più vivaci del tempo discutendo di tutto, letteratura e politica, educazione e identità nazionale, morale civile e destino dell’Italia. Papini ne fu animatore instancabile, portando nelle pagine un’aggressività argomentativa e uno stile che nessuno aveva in Italia. Le sue recensioni erano atti di guerra, le sue stroncature erano esecuzioni, e i suoi elogi erano salute. In quegli anni maturava anche il rapporto con il nazionalismo culturale italiano, con quella visione alta e spirituale dell’amor di patria che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Il Futurismo lo attirò e insieme lo deluse. Firmò con Soffici la rivista Lacerba tra il 1913 e il 1915, partecipando al fermento dell’avanguardia, ma non si dissolse mai dentro nessun movimento, lui che era troppo libero per diventare l’apostolo di qualcuno.

“Un uomo finito”

Nel 1913 arrivò il libro che ancora oggi molti considerano il suo capolavoro, Un uomo finito, un’autobiografia brutale, una confessione senza veli in cui il giovane intellettuale che aveva voluto sapere tutto, capire tutto, conquistare il mondo con la sola forza dell’intelligenza, si ritrova davanti al proprio fallimento senza cercare attenuanti o alibi, scrivendolo con una sincerità tagliente che raramente si trova nella letteratura italiana, poi tradotto in tutta Europa. Miguel de Unamuno lo ammirò, Jorge Luis Borges lo cito, Mircea Eliade scrisse di lui che soltanto gli sterili e i mediocri si preoccupano della perfetta coerenza dei propri pensieri, e che Papini aveva sbagliato, si era furiosamente contraddetto, eppure della sua opera era rimasto più di ogni opera perfettamente delineata.

La fede come risposta

Poi venne la Storia di Cristo, nel 1921, e il mondo rimase stupito. Lo scrittore che aveva scritto pagine anticristiane feroci e aveva messo in scena un Dio pentito di aver creato il male nel libro Le memorie d’Iddio del 1911 (per il quale aveva subito un processo per oltraggio alla religione) si inginocchiava davanti alla figura di Gesù con una forza narrativa e una devozione che non aveva niente della conversione di convenienza. Non era un ripiego, non era un voltafaccia, era il compimento di una ricerca che aveva attraversato il nichilismo, la filosofia, la ribellione pura, per arrivare alla fede come unica risposta possibile alla domanda che lo aveva sempre tormentato. La Storia di Cristo fu tradotta in decine di lingue, rendendolo uno degli autori italiani più letti al mondo. Diventò terziario francescano con il nome di fra Bonaventura, si confesso regolarmente, avvicinandosi sempre più alla vita della chiesa.

Il Corriere della Sera, nell’articolo che pubblicò il giorno dopo la sua morte, scrisse che Papini era rimasto “fedele al compito dei cristiani”. Il Tempo raccontò che nelle ultime ore accanto a lui c’era un Crocifisso, con ai lati due candele e due inginocchiatoi. Prezzolini, che pure era laico e lontano dalla fede, scrisse da New York parole di commozione profonda per il suo amico che aveva trovato pace in Dio. L’Avvenire d’Italia, il grande quotidiano cattolico, espresse il voto che la salma del grande scrittore potesse riposare in Santa Croce, perché chi come Papini aveva cantato, amato, esaltato ogni pietra della sua Firenze meritava di trovare riposo nel grande tempio.

Il prezzo di aver creduto nell’Italia e nella civiltà europea

Settant’anni dopo, il debito che la cultura italiana ha nei confronti di Papini non è stato saldato e il motivo è comprensibile a chi conosca la storia culturale del dopoguerra italiano. Papini non apparteneva a nessuna delle categorie che il potere culturale progressista ha eretto a canone del Novecento. Non era marxista, non era crociano in senso ortodosso, non era progressista nel senso che quella parola ebbe per decenni come passaporto per il pantheon letterario ufficiale. Era cattolico. Era nazionalista nel senso alto e spirituale del termine. Tutte caratteristiche, quindi, che bastavano per non essere gradito a consorterie e giurie incipriate, non solo per l’adesione al fascismo che lo nominò Accademico d’Italia nel 1937. Era un uomo che aveva creduto nell’Italia e nella civiltà europea senza vergognarsene, e che aveva frequentato ambienti e idee che il dopoguerra aveva deciso di seppellire insieme alle macerie del conflitto. In un Paese in cui il conformismo di potere della sinistra ha a lungo deciso quali voci meritassero ascolto e quali no, Papini è stato messo ai margini con la stessa sistematicità con cui si silenzia ciò che disturba.

Il riconoscimento della grandezza di Giovanni Papini

Per noi rimane un intellettuale interventista, un rivoluzionario conservatore, protagonista dell’ideologia italiana, in un doppio filo tra cultura e nazione, in un profondo idealismo militante. Marcello Veneziani, giustamente, lo ha sempre inserito nei protagonisti di quella sturm und drang fiorentina che contagiò tutta l’Italia (e non solo) facendo irrompere l’arte nella politica, contro ogni pensiero “togato” e razionale, oltre la cultura prettamente accademica.

Eppure, basterebbe rileggere quelle pagine ingiallite di luglio 1956, basterebbe scorrere i necrologi che i più grandi quotidiani italiani gli dedicarono, per capire la statura di quest’uomo. Il Corriere lo definì tra i suoi coetanei “una delle figure più rilevanti”, il Messaggero parlò di “grande lutto per la letteratura”, il Tempo titolo “L’Italia ha perduto uno dei suoi artisti più geniali”. Nessuno di quei giornalisti era un ammiratore fazioso, ma professionisti dell’epoca che riconoscevano la grandezza dove la grandezza stava.

Un tipo intellettuale di cui c’è ancora bisogno

Papini va riletto, a riletto per la potenza di una prosa che non ha equivalenti nella letteratura italiana del suo tempo, capace di passare dall’argomentazione filosofica allo slancio lirico, dall’invettiva alla confessione intima, dal paradosso alla profezia. Va riletto per la radicalità delle domande che poneva, domande che l’epoca presente tende a rimuovere ma che non smettono di premere. Va riletto perché rappresenta un tipo di intellettuale che l’Italia ha quasi smesso di produrre. Quello che non chiede il permesso, che non aspetta il consenso, che sceglie la verità scomoda piuttosto che la menzogna confortante, che attraversa la fede e la rivolta con la stessa totale intensità senza mai accomodarsi in nessuna delle due.

La sete di verità, fino all’ultimo

Settant’anni fa Firenze lo seppellì al Cimitero delle Porte Sante. Sua nipote Anna Paszkowski, che lo aveva assistito negli ultimi anni, dettandogli le ultime lettere quando la paralisi lo aveva privato dell’uso delle mani, raccontò ai giornali che fino all’ultimo sabato sera Papini aveva chiesto che fosse aperto l’apparecchio radio per ascoltare il notiziario. Voleva sapere, voleva restare nel mondo, con quella curiosità instancabile e quella sete di verità, che lo aveva portato dall’ateismo militante alla fede francescana passando per tutte le strade del pensiero umano, ancora viva nell’ultima ora.

Sarebbe ora che la cultura italiana lo riscoprisse davvero, senza le distorsioni ideologiche che ne hanno oscurato la grandezza. Papini appartiene all’Italia intera, a quella parte d’Italia che non ha mai smesso di credere che la civiltà, la fede e la patria siano valori da custodire e non da archiviare, ed è a quell’Italia intera che va restituito.

Alessandro Amorese – Dipartimento editoria FdI
Andrea Cosentino – Critico d’Arte e Curatore

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