Gli effetti della chiusura di Hormuz si sentono anche in Cina: sale il prezzo del carburante, rischio shock agroalimentare sistemico

WUHAN – Dopo aver provato a contenere gli incrementi piuttosto elevati del prezzo del carburante a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz e dello scontro bellico in Iran, lo scorso 8 maggio la Cina ha annunciato un aumento dei prezzi massimi al dettaglio di benzina e diesel. Precisamente, la Commissione Nazionale di Sviluppo e Riforma (国家发展和改革委员会), durante una attività di revisione tariffaria, ha annunciato che i prezzi della benzina aumenteranno di circa 320 yuan per tonnellata. Inoltre, la stessa commissione ha riferito che i prezzi al dettaglio del diesel aumenteranno di circa 310 Yuan per tonnellata. Questa è una mossa molto importante se consideriamo che la Cina è il secondo consumatore di petrolio al mondo ed è in grado di possedere una rete di approvvigionamento petrolifero diversificata. La Commissione ha affermato che la misura mira a tutelare gli utenti a valle, ad attenuare la pressione inflazionistica e a mantenere la stabilità economica. Dunque, i colossi cinesi del settore come PetroChina, Sinopec e CNOOC sono adesso obbligati a organizzare la produzione e il trasporto di prodotti petroliferi raffinati per dare stabilità all’offerta sul mercato, rispettando la politica nazionale dei prezzi. La stessa commissione rafforzerà i controlli sul mercato e punirà severamente qualsiasi violazione relative alla politica nazionale dei prezzi di tali prodotti al fine di mantenere l’ordine sul mercato ed evitare forti speculazioni. In questi casi, i consumatori potranno denunciare le eventuali violazione attraverso piattaforme digitali predisposte.
Intanto è bene notare che la Cina non divulga i volumi di greggio in entrata e in uscita ma è possibile stimare che lo scorso mese ha aumentato le sue riserve di greggio – e (secondo il New York Times) anche prima dell’inizio del conflitto in Iran – in modo significativo. Questo calcolo può essere effettuato facendo la differenza tra la quantità di petrolio raffinato dal totale del greggio disponibile proveniente da importazioni e produzione interna. Nei primi quattro mesi dell’anno, il surplus di greggio della Cina è stato di circa 1,16 milioni di barili al giorno, considerando importazioni per circa 11,27 milioni di barili al giorno, una produzione interna di 4,43 milioni di barili al giorno e una lavorazione delle raffinerie di 14,54 milioni di barili al giorno. Ciò significa che la Cina ha continuato ad aumentare le sue scorte totali di greggio, che la maggior parte degli analisti stima in almeno 1,2 miliardi di barili, e forse fino a 1,5 miliardi di barili.
Alla luce di ciò è possibile affermare con fermezza che la Cina si trova in una situazione un po’ diversa dal resto del mondo poiché sta consumando le proprie riserve petrolifere per compensare la perdita di circa 12 milioni di barili al giorno di approvvigionamento dovuta all’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz. C’è da tenere in considerazione in questo scenario geopolitico complesso che il divieto imposto dalla Cina sulle esportazioni di diesel, benzina e carburante per aerei rischia di aggravare la carenza di carburante e di far aumentare ulteriormente i prezzi per gli acquirenti asiatici del settore industriale e dei trasporti, già alle prese con la riduzione dell’offerta causata dalla guerra in Medio Oriente. Australia, Bangladesh e Filippine dipendono in modo particolare dalle forniture di carburante cinesi e dovranno soddisfare il proprio fabbisogno altrove. La Cina è il quarto esportatore asiatico di quelli che vengono definiti combustibili puliti, dopo Corea del Sud, India e Singapore. Il Vietnam ha già avvertito le compagnie aeree di prepararsi a ridurre i voli ad aprile a causa del rischio di carenze derivanti dai divieti di esportazione di carburante. Il Ministero degli Affari Esteri cinese, rispondendo a domande sul piano del Vietnam, ha dichiarato che le azioni militari in Medio Oriente dovrebbero cessare e che Pechino è disposta a cooperare con i paesi in materia di sicurezza energetica.
La chiusura dello Stretto di Hormuz è l’inizio di uno shock agroalimentare sistemico che potrebbe innescare una grave crisi globale dei prezzi alimentari entro sei-dodici mesi, ha dichiarato, il 13 aprile 2026, la Food and Agriculture Organization (FAO). Si può constatare purtroppo che l’interruzione non è un problema temporaneo di trasporto marittimo. A seguito di ciò, i governi, le organizzazioni finanziarie internazionali e il settore privato dovranno in ordine (i) scegliere rotte commerciali alternative decisamente più costose, (ii) limitare le restrizioni alle esportazioni, (iii) proteggere i flussi umanitari e (iv) creare riserve per assorbire i maggiori costi di trasporto. Come ha avuto modo di affermare il capo economista della FAO, Maximo Torero «occorre pensare seriamente come aumentare la capacità di assorbimento dei paesi, come aumentare la loro resilienza a questo collo di bottiglia, in modo da iniziare a minimizzare i potenziali impatti». Purtroppo gli impatti negativi si possono già toccare con mano. L’indice dei prezzi alimentari della FAO è aumentato per il terzo mese consecutivo ad aprile a causa degli elevati costi di produzione legati all’attuale scontro bellico in Medi Oriente. Di conseguenza, occorre aiutare gli agricoltori attraverso la creazione di linee di credito dovute a tale situazione emergenziale. Inoltre, sarà importante riattivare il meccanismo di finanziamento predisposto nel 2022 per far fronte alle crisi alimentari su scala mondiale. Lo scenario futuro è alquanto preoccupante. Occorre considerare l’arrivo del fenomeno climatico chiamato, El Niño, che dovrebbe portare siccità e alterare i modelli di precipitazione in diverse regioni.
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