Guerra Usa-Iran, spunta un patto segreto tra Trump e Xi? Il Generale Rossi: “Se fosse vero, Teheran sarebbe costretta alla resa”
Iran, la mappa di Trump è solo un bluff? Il Generale: “Guerra cognitiva, ma i soli raid aerei non bastano”
Mentre la tensione attorno al Golfo Persico torna a salire e le dichiarazioni di Donald Trump oscillano tra minacce di distruzione totale e manovre di pressione psicologica, il confronto tra Washington e Teheran scivola in una fase di estrema ambiguità, sospesa tra una logorante guerra cognitiva e una diplomazia sotterranea ancora tutta da decifrare.
Le ultime indiscrezioni sul vertice di Pechino – che evocano un clamoroso asse tra Donald Trump e Xi Jinping per azzerare le ambizioni nucleari iraniane e liberare lo Stretto di Hormuz – sollevano interrogativi cruciali: siamo davvero di fronte al definitivo isolamento diplomatico di Teheran o si tratta di una strategia propagandistica volta a forzare la resa del regime? E in un teatro operativo così infiammato, i soli bombardamenti possono davvero neutralizzare la minaccia dei droni senza un coinvolgimento di terra?
A fare chiarezza è il Generale Domenico Rossi, già sottosegretario alla Difesa e profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche e militari, che ad Affaritaliani analizza con lucidità la complessità dello scontro in atto, le reali potenzialità belliche sul campo e il peso decisivo del fattore cinese nel futuro della crisi.
La mappa pubblicata da Trump è solo pressione psicologica per forzare un accordo o segnala l’intenzione di un’escalation verso un conflitto totale?
“Il tutto si inquadra in una sorta di guerra cognitiva vicendevole tra l’Iran e il presidente Trump. Da diversi giorni assistiamo a dichiarazioni della Casa Bianca e a immediate smentite da parte di Teheran, con un Donald Trump che promette di distruggere l’Iran – avendone chiaramente le potenzialità militari – e, di contro, a discorsi dei vertici iraniani che sostengono che gli Stati Uniti non potranno mai vincere questa guerra, anzi, che l’hanno già persa e non sanno come uscirne.
In un quadro come questo, ritengo che quella mappa costituisca un’ulteriore manovra di pressione psicologica. Resta da capire se sia solo lo strumento per continuare il braccio di ferro o se rappresenti il primo mattoncino di una strada che porta a una reale ripresa del conflitto”.
Il Centcom dichiara di aver ‘largamente distrutto’ le capacità belliche di Teheran. Secondo la sua esperienza, è possibile neutralizzare davvero la minaccia iraniana solo tramite attacchi aerei e navali, senza un coinvolgimento di terra?
“Nella storia siamo abituati ad avere come riferimento la Seconda Guerra Mondiale, un conflitto che si è fermato solo con l’occupazione completa della Germania da parte degli Alleati, e nell’immaginario collettivo ci si rifà ancora a quel modello. Oggi, però, si può vincere una guerra anche senza distruggere fisicamente l’intero potenziale militare, ad esempio annullando la capacità economica e commerciale di una nazione.
Da questo punto di vista possiamo riscontrare due elementi. Il primo è che sicuramente il potenziale iraniano non è stato annullato del tutto, specie per quanto riguarda i droni, che sono facilmente occultabili e non necessitano di sistemi di lancio particolarmente evoluti. La capacità dell’Iran di lanciare droni esiste ancora ed è una minaccia insidiosa, perché può essere rivolta non solo contro gli assetti militari americani ma soprattutto contro i Paesi del Golfo, infliggendo danni di cui abbiamo già visto la portata sulla geoeconomia globale.
Per essere veramente sicuri di annullare l’avversario l’unica soluzione sarebbe un’invasione terrestre, che tuttavia non ci potrà mai essere, anche solo per le dimensioni del territorio iraniano. Potrebbero esserci, semmai, delle missioni mirate su asset specifici, come le isole o i centri di produzione petrolifera. In sostanza, non si sconfigge un nemico solo con i bombardamenti aerei o i raid missilistici; in questo scenario il difensore, sapendo di non poter rispondere allo stesso livello degli Stati Uniti, attacca i Paesi limitrofi cercando di provocare danni che possano influire sulle decisioni di Washington”.
Se né Washington né Teheran accettano mediazioni, quali scenari possiamo aspettarci nelle prossime settimane?
“Credo che una valutazione sul futuro si possa fare unicamente analizzando gli esiti della visita del presidente Trump a Pechino. Proprio oggi un lancio d’agenzia di fonte americana – al momento senza conferme ufficiali da parte cinese – riferisce che Donald Trump e Xi Jinping avrebbero concordato sul fatto che l’Iran non debba possedere armi nucleari, chiedendo la riapertura dello Stretto di Hormuz e stabilendo il divieto per chiunque di imporre pedaggi.
Se questa indiscrezione rispondesse al vero, saremmo di fronte a una svolta geopolitica radicale. Sapendo che Pechino fino a ieri ha sostenuto Teheran, una simile presa di posizione significherebbe la fine di ogni asse strategico: niente più sponda politica per il blocco delle rotte marittime e stop ai rifornimenti di tecnologia militare. Più che a un prolungamento delle ostilità, assisteremmo all’isolamento totale dell’Iran, costretto a quel punto a piegarsi al diktat di Washington, liberalizzando i transiti e cedendo l’uranio arricchito per azzerare il proprio programma atomico. Se questo asse transpacifico venisse confermato, per la Repubblica Islamica non ci sarebbero più margini di manovra”.
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