Hockey Club Varese 1977: la fabbrica dei Mastini

Il casco del numero 3 è quasi più grande delle spalle, sembra un Funko Pop, pattina veloce verso il disco; dal lato opposto il numero 8 che, concentratissimo, fa la stessa cosa. Scontro inevitabile, il disco rimane li e i due bimbi di cinque e sei anni rotolano come stone del curling sul ghiaccio. Il primo annaspa con i guanti che cercano appiglio sul ghiaccio, mentre il secondo si aggiusta il casco che gli è sceso sugli occhi: entrambi ripartono verso il centro della pista, ma prima di loro arriva una bambina, di circa la stessa età, che lo recupera involandosi verso la porta.
Sono gli Under 8, i veri cuccioli di Mastino, quelli che muovono i primi passi su una superficie dove cadere fa parte del gioco quanto pattinare. Li guardi da dietro il plexiglass e capisci che lì, su quel ghiaccio dove disegnano le loro traiettorie incerte, sta nascendo qualcosa che va oltre lo sport. C’è la testardaggine, c’è la voglia di rialzarsi, c’è quella concentrazione assoluta che solo i bambini sanno mettere in ciò che stanno imparando ad amare davvero, grazie ai loro fantastici allenatori, che giorno per giorno e con impegno costante e distribuito in maniera differente a seconda della categoria, forgiano quelli che saranno i giocatori del futuro.
Ma c’è un altro elemento, fondamentale ed importante, i genitori dei bimbi e dei ragazzi in pista, un’anima silente, una presenza costante, capaci di mettere a disposizione il loro lavoro spesso invisibile ma assolutamente indispensabile. Sono loro che gestiscono gli ingombranti borsoni, si svegliano all’alba e affrontano trasferte chilometriche; loro che asciugano lacrime dopo una sconfitta e nascondono la propria emozione dopo una vittoria. Sono loro che si trasformano in autisti, in magazzinieri, in cronometristi, in volontari per ogni evento, in psicologi improvvisati quando serve incoraggiare un bambino timoroso, mettendosi a disposizione senza domandare nulla. Senza di loro, semplicemente, le giovanili non esisterebbero.
Dal prossimo anno Varese avrà la sua Under 16, quella che dovrebbe diventare il serbatoio della prima squadra, passaggio fondamentale per la crescita di questa disciplina.
Siamo di fronte ad un passaggio epocale per Varese, con grandi responsabilità, come quella di seguire in maniera costante quei due cuccioli di Mastino che si sono scontrati a centro pista, concedendo loro la possibilità di crescere, sino ad arrivare chissà, a partecipare a tornei come quello Olimpico, visto che grinta e decisine di certo non mancano.
Di questo, e di molto altro, abbiamo parlato con chi quel settore giovanile lo costruisce ogni giorno, Michele Bini, vice presidente dell’Hockey Club Varese 1977, la società che gestisce il vivaio cittadino di uno sport che da queste parti ha sempre generato passione.
Il settore giovanile è importantissimo per una società di hockey: Caldaro per esempio attinge da un settore giovanile capace di sfornare talenti. Varese ha una situazione particolare: ci sono due società, la “prima squadra” (HCMV) e l’Hockey Club Varese 1977 che si occupa di allevare i giovani. Ci spieghi come funziona.
«In realtà è una situazione piuttosto diffusa, capita in molte società: anche Lugano ha due società distinte. Va certamente messo a fuoco l’obiettivo finale delle giovanili, ovvero formare atleti per la prima squadra. Noi gestiamo le giovanili under 8, 10, 12 e 14, occupandoci appunto della loro crescita hockeistica e sportiva. C’è un buon rapporto con i Mastini, a cui speriamo di fornire presto buon materiale, situazione che purtroppo si è rallentata a causa della chiusura del palaghiaccio e del COVID, fattori che hanno influito molto in questo progetto».
Più che un Under 19 servirebbe forse una Under 16, è nei vostri progetti?
«Sì, la Under 16 sarà realtà a partire dal prossimo anno. Di fatto abbiamo ragazzi che già potrebbero farne parte, ma non basteranno, servirà aprirsi anche verso altre società della Lombardia per creare una squadra valida. Stiamo valutando diverse opzioni di collaborazione con altre società, siamo in attesa di capire se la pista di Rho si farà, cosa molto positiva perché il movimento godrebbe di un respiro molto più ampio, attecchendo in un’area che l’hockey lo mastica, quindi ci piacerebbe approfittarne. Con una buona Under 16 diventerebbe ancor più strategico il rapporto con i Mastini: bello sarebbe vedere i più promettenti chiamati ad allenarsi con la prima squadra, unico modo per respirare la giusta aria e crescere».
Le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 hanno contribuito ad accendere la passione per l’hockey su ghiaccio? Avete notato movimenti in tal senso a Varese?
«Si, c’è stato un ottimo ritorno a diversi livelli e le Olimpiadi hanno spostato numeri davvero importanti per tutto il movimento del ghiaccio. Abbiamo ricevuto moltissime richieste. Purtroppo, in quel periodo c’è stato davvero un problema di ore ghiaccio, piaga enorme per questo sport a Varese e abbiamo dovuto dire molti “no”. Possiamo crescere ancora molto, diventare il serbatoio per la prima squadra e per altri team, le basi ci sono, ma servono ore ghiaccio».
Parliamo di numeri, quanti sono i giovani atleti iscritti?
«Sono un centinaio dalla Under 8 alla Under 14 poi, abbiamo anche quattro ragazzi Under 16 che per ora giocano ad Aosta e Milano. In più c’è la scuola hockey. Va detto che alle volte ci tocca dire di no a ragazzi troppo grandi, l’hockey sotto questo aspetto è uno sport molto particolare: sopra i dieci anni è davvero complesso integrarli, in un campionato Under 14 che è già di alto livello. Sotto questo aspetto collaboriamo con i “Crazy Bees” che gestiscono i ragazzi dai 12 anni in su che vogliono iniziare a giocare a hockey».
Oltre alle figure societarie; presidente, vice e consiglieri, come in tutte le società la figura dei genitori è centrale. Vale anche per voi?
«Assolutamente sì! Anzi colto l’occasione per ringraziarli per l’enorme lavoro svolto e l’abnegazione. L’apporto che ci danno i genitori è essenziale, senza di loro sarebbe impossibile far girare la complessa macchina delle giovanili a Varese. Il ruolo degli accompagnatori è fondamentale a tutti i livelli, dagli allenamenti alle partite, dalle attività più tecniche, sino ad arrivare all’enorme supporto che concedono nel corso degli eventi. La loro presenza, costante e silente, ha un valore assoluto altissimo per noi».
Quanto costa in media far giocare un proprio figlio a hockey su ghiaccio?
«Come si può facilmente immaginare giocare ad hockey su ghiaccio richiede un impegno economico maggiore di altri sport, dall’attrezzatura ai materiali di consumo, alle trasferte spesso lunghe e fuori regione. Certo ci sono i mercati dell’usato ed altri sistemi per limare i costi, ma rimane uno sport piuttosto costoso. Direi in media un migliaio di euro, ma è un valore naturalmente variabile. Sotto questo aspetto stiamo lavorando a diversi livelli, per esempio proprio in occasione delle Olimpiadi abbiamo stabilito un contatto con la “NHL Player Association” che potrebbe fornire materiale per i nostri ragazzi. Abbiamo fatto un application in tal senso, e siamo in attesa di una risposta da parte loro».
Larkin e Zanetti, solo per citarne alcuni, sono di queste parti. Poi hanno pattinato verso altri lidi raggiungendo addirittura le Olimpiadi, ma il battesimo del ghiaccio è avvenuto a Varese. Attualmente Varese ha allenatori e tecnici in grado di riconoscere, valorizzare ed avviare a questo sport i giovani?
«Partiamo da una base importante, negli ultimi anni abbiamo avuto a disposizione bambini veramente bravi, soprattutto nell’Under 10. Li abbiamo messi sul ghiaccio noi e li abbiamo seguiti con il nostro staff tecnico. Lo scorso anno abbiamo avuto la fortuna di avere nel nostro con noi l’head coach Denis Legersky che ha fatto un enorme lavoro se si parla di valorizzazione e avviamento. Quest’anno è stato chiamato a guidare la Nazionale slovacca U18 e purtroppo non sarà dei nostri, ma ha lasciato un segno indelebile sul ghiaccio varesino. Tornerà da noi per i camp e speriamo di averlo per la prossima stagione. Attualmente in pista abbiamo giocatori ed ex giocatori di altissimo livello, che stanno facendo un lavoro enorme, di cui siamo pienamente soddisfatti. Tra questi segnalo Marco Matonti, davvero molto bravo nel rapporto di gestione con i bambini e per la parte tecnica».
Parliamo di sponsor. Perché un marchio dovrebbe investire nelle giovanili di Varese?
«Dovrebbero farlo perché è uno sport bellissimo! È una disciplina fantastica, che forma i bimbi non solo sportivamente ma anche mentalmente, proprio per tutte le caratteristiche che compongono questo sport. È bello da vedere dal vivo, e non è inflazionato. Ha costi d’ingresso inferiori ad altri sport, e aiuta davvero tanto a far crescere i ragazzi. Come dicevamo i costi, oltre alle attrezzature e ai tecnici, sono le lunghe trasferte, quindi si ogni singolo sponsor da molto ossigeno alla società e ai nostri giovani atleti».
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