«I giovani non sono sfaticati, hanno bisogno di obiettivi»

Maggio 17, 2026 - 11:38
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«I giovani non sono sfaticati, hanno bisogno di obiettivi»
il valore del vicino

«Se continuiamo a raccontare che il successo è solo Ferrari, soldi e consumo, i ragazzi finiranno per credere che la vita sia soltanto quello». Alberto Affetti, imprenditore di Castellanza alla guida della Affetti Pumps for corrosive liquids, azienda che esporta pompe industriali in oltre 45 Paesi, parteciperà martedì 19 maggio all’incontro “Giovani e territorio: l’attrattività della piccola impresa”, alle 17.30 a Materia, a Castronno. E sul rapporto tra nuove generazioni e lavoro ha idee nette: «I giovani non sono sfaticati. Il problema è che non hanno più obiettivi».

Affetti, perché ha deciso di partecipare a questo incontro dedicato ai giovani e al territorio?
«Perché si parla del futuro. E soprattutto perché si tocca un tema delicato: quello dei giovani considerati svogliati. Ma questa storia esiste da sempre. Mi ricordo uno zio che già cinquant’anni fa diceva: “Finita la nostra generazione, nessuno avrà più voglia di fare niente”. Ogni epoca pensa che quella dopo sia peggiore. In realtà ogni generazione ha talenti, limiti, persone brillanti e persone meno brillanti. Il vero problema oggi è che ai ragazzi manca una fame di obiettivi».

Da cosa nasce questa mancanza?
«Dal fatto che vivono in un mondo pieno di distrazioni. Basta guardare un adolescente con il cellulare in mano: TikTok, Instagram, social. Sono strumenti costruiti per orientare consumi e comportamenti. Il rischio è ridurre le persone a semplici consumatori. E questo vale anche per gli adulti. Se il capitalismo non rivede certi meccanismi, rischia di creare più danni di quanti ne abbiano fatti altri sistemi economici».

Che cosa deve fare oggi una piccola impresa per diventare attrattiva?
«Prima di tutto capire che il lavoro è cambiato. Il giovane oggi non cerca solo uno stipendio alto: cerca tempo per sé, equilibrio, qualità della vita. Le piccole imprese devono strutturarsi meglio, altrimenti non troveranno più personale. Non si può continuare a ragionare dicendo: “Io lavoravo quindici ore al giorno”. Non funziona più così».

Lei però insiste molto anche sul tema del dovere. Perché è così determinante nella sua visione?
«Perché abbiamo perso quel valore. Oggi tutti parlano di diritti, ma pochi parlano di responsabilità. E senza senso del dovere si rompe l’equilibrio. Quando un ragazzo entra in azienda deve prima imparare un mestiere. Io ai colloqui faccio sempre due domande: “Quanto vuoi guadagnare?” e “Quando vuoi andare in ferie?”. Se uno parte solo da lì, vuol dire che non è pronto. Prima si impara, poi il valore arriva da sé».

La sua azienda è leader di settore ed esporta in tutto il mondo. Quanto conta ancora il territorio?
«Conta tantissimo, ma solo se manteniamo le nostre radici. Questo territorio è diventato famoso per il lavoro, per la capacità di fare impresa. Però bisogna ritrovare un equilibrio. Servirebbe una rivoluzione culturale: raccontare che uomini di successo non sono soltanto manager e miliardari, ma anche un muratore, un metalmeccanico, uno spazzino. Persone che ogni giorno fanno bene il proprio lavoro».

Lei è presidente di una squadra di calcio, la Castellanzese, e parla spesso di sport e sociale. Perché?
«Perché un’impresa che investe nello sport investe nel proprio futuro. Lo sport insegna disciplina, relazioni, sacrificio. Se i ragazzi non fanno sport rischiano di vivere solo tra PlayStation e telefono. E poi come si relazionano con gli altri? Le aziende dovrebbero investire di più nel sociale, non solo nel profitto».

La vostra è una storia industriale molto particolare: da realtà artigianale siete arrivati a competere con colossi internazionali. Come avete raggiunto questo obiettivo?
«Siamo partiti quasi per caso. Facevamo impianti e compravamo le pompe da altri. Un giorno mio padre disse: “Perché non proviamo a farle noi?”. Da lì è nato tutto. Oggi realizziamo impianti e pompe speciali in competizione con aziende americane e tedesche. Abbiamo appena spedito a Dubai una pompa verticale alta nove metri destinata all’Atlantis Resort. In certi settori siamo tra i leader mondiali».

E quando dall’estero i competitor si fanno avanti per acquistare l’azienda?
«Abbiamo ricevuto proposte, ma non vogliamo vendere. Questa azienda è la nostra vita, porta il nostro nome. Quando metti il tuo cognome sull’insegna hai una responsabilità verso il territorio, verso i lavoratori, verso la comunità».

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