I riformisti, e la sfida obbligata al teatrino bipopulista da qui alle elezioni

Maggio 15, 2026 - 08:38
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I riformisti, e la sfida obbligata al teatrino bipopulista da qui alle elezioni

Il referendum sulla giustizia di fine marzo ha lasciato tutto come stava e ha cronicizzato anomalie talmente radicate da pretendere e ottenere un pubblico riconoscimento di normalità. Il responso delle urne non ha solo confermato e costituzionalizzato il sequestro del sistema giudiziario da parte di un corpo separato dello Stato, protetto da uno speciale regime di immunità politica, ora democraticamente consacrata dal voto del popolo sovrano. Ha anche riprodotto sub specie referendaria lo schema bipolare degli uguali e contrari, cioè lo schema bipopulista, paradigma inderogabile della competizione politico-elettorale. Come a dire: in Italia si vota così, fatevene una ragione.

Malgrado i pochi, meritori e vani tentativi di parlare della riforma in discussione, per lo più screditati come inutili diversivi tecnici in una pugna eminentemente politica – davvero l’alternativa proposta in materia di ordinamento giudiziario aveva un gradiente meno politico delle presunte e immaginarie differenze tra l’idea della giustizia di Conte e di Salvini o di Travaglio e Capezzone? – la destra per il Sì e la sinistra per il No hanno agevolmente trasformato la campagna referendaria nell’ennesimo teatrino della sceneggiata bipolare e imposto l’o di qua o di là come sola scelta rilevante e patriottica.

Questa volta ha vinto il campo largo, grazie alle maggiori defezioni nel centrodestra e a una significativa mobilitazione dell’elettorato astensionista, richiamato dalle sirene del voto contro. Ma lo schema di gioco comune ha prevalso alla grande, anticipando quel che si riproporrà tra circa un anno alle elezioni politiche, sempre che la situazione non precipiti prima.

Se le cose procederanno così come dal referendum a oggi si sono incamminate, entrambi gli schieramenti riproporranno agli elettori, in vista delle elezioni politiche, una riedizione neppure troppo riveduta e corretta della propria propaganda apocalittica. La destra provando a serrare i ranghi contro i nemici della nazione e la sinistra fomentando ogni sorta di allarme democratico.

Anche se, come nel caso del referendum, il fantasma del capo mandamento della Casa Bianca e del suo nichilismo economico-strategico continuerà ad aleggiare sull’Italia, a vantaggio della sinistra anti-trumpiana, rimangono molti dubbi che il campo largo potrà convertire il successo referendario in un facile trionfo elettorale, conservando anche i voti arrivati da fuori le mura dell’alleanza.

Allo stesso tempo, c’è da dubitare che gli elettori dei partiti della maggioranza, che hanno voltato le spalle al Sì, circa uno su cinque secondo le stime di Youtrend, possano essere recuperati usando lo stesso registro “tremendista” – con le parole d’ordine contro pedofili, stupratori e clandestini protetti dai giudici felloni – che presumibilmente li ha insospettiti e allontanati dal voto lo scorso marzo.

In questo scenario, anche le forze cosiddette riformiste escono dal voto referendario pesantemente ammaccate.

I riformisti per il Sì del centro-sinistra hanno pesato poco, ma la loro disobbedienza è stata annotata e censurata e non rimarrà senza strascichi, già minacciosamente annunciati. Del resto nessun partito (Italia Viva e PiùEuropa) o pezzo di partito (la minoranza del Pd) nominalmente riformista ha preso una posizione difforme da quella di Conte-Schlein-Bonelli/Fratoianni e le defezioni (da Pina Picierno a Stefano Ceccanti, da Roberto Giachetti a Matteo Hallissey) sono state tutte a titolo individuale e troppo isolate per contare nel sistema del voto organizzato e dell’informazione bipolarizzata.

Azione ha tenuto invece una posizione coerente a favore del Sì, ma un elettore su tre ha comunque scelto il No, dimostrando che anche il partito più irreversibilmente terzaforzista del campo politico patisce duramente in competizioni single-issue, l’attrazione gravitazionale dei poli politici nazionali e per allargare il proprio spazio agli scontenti di un bipopulismo inconcludente dovrà comunque presidiare le proprie frontiere interne e contenere il deflusso di elettori sensibili al richiamo della foresta dell’o di qua o di là.

Per quanta fiducia si possa nutrire nel tentativo di Marina Berlusconi di emancipare Forza Italia dall’obbedienza sovranista – chissà se è un progetto della primogenita o un wishful thinking dei suoi estimatori – e per quante aspettative si possano avere nella capacità delle minoranze cosiddette moderate della sinistra (Renzi, Delrio, Guerini…) di riequilibrarne il baricentro demo-populista, al momento non esiste, né sul lato Meloni né su quello Conte-Schlein della gabbia bipolare, alcuno spazio riformista che non sia una riserva indiana di pochi tollerati e garantiti, comodi alibi dello scrupolo pluralista e della correttezza anti-razzista.

Ma a che servirebbe un riformismo parassitario e gregario e, nella migliore delle ipotesi, disciplinatamente frondista, che parla per licenza e tace per comando? A che servirebbe un riformismo, magari bipartisan (anche Meloni saprebbe essere generosa coi suoi riformisti da parata…), al servizio della mostruosa unità nazionale anti-riformista dell’Italia bipopulista? D’altra parte la corsa solitaria di una compagine riformista, che è il progetto di Calenda e delle altre minoranze anti-bipolari, è resa più ardua e perigliosa proprio dalla ricomposizione unitaria della sinistra e dalla sua superiore competitività elettorale rispetto al 2022, quando la rottura del Pd con il M5s aveva reso le elezioni un’irrimediabile marcia trionfale di Meloni verso Palazzo Chigi.

In ogni caso, a meno di sfracelli o miracoli – tipo una legge elettorale proporzionale, che però dovrebbe piovere dal cielo – per gli avversari dell’Italia bipopulista le alternative non esistono. O provare a creare una vita politica reale fuori dal sistema e riuscire a costruire uno spazio autonomo dai due fronti dell’inguaribile guerra civile simulata e dell’eterno immobilismo italiano, o finirne inghiottiti e in larga parte risputati come corpi estranei, tranne i fortunati pochi, imbalsamati su un seggio, alla memoria del riformismo che fu.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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