Nel menu di Trump e Xi Jinping c’è più politica che cucina

Maggio 14, 2026 - 13:48
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Nel menu di Trump e Xi Jinping c’è più politica che cucina

La prima a far circolare il menu è stata una fonte tutt’altro che improvvisata: Danny Kemp, corrispondente della Agence France-Presse accreditato alla Casa Bianca, ha pubblicato su X la lista delle portate servite durante il banchetto di Stato organizzato a Pechino per l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping: zuppa di pomodoro con aragosta, costine di manzo croccanti, anatra alla pechinese, verdure di stagione stufate, salmone cotto lentamente con salsa alla senape, panini di maiale, piccola pasticceria, Tiramisù, frutta e gelato.

Poche ore dopo, Reuters ha confermato il ricevimento ufficiale, spiegando che il banchetto si inserisce nella tradizione della cucina Huaiyang, una delle scuole gastronomiche più utilizzate dalla diplomazia cinese per eventi istituzionali. Reuters non pubblica nel dettaglio tutte le portate diffuse da Kemp, ma il contesto è confermato. Da Pechino e Singapore, Reuters ha spiegato che, quando Donald Trump e Xi Jinping si siedono al banchetto ufficiale di Stato, la cucina destinata a dominare la tavola è con ogni probabilità quella Huaiyang, tradizione gastronomica dell’area attorno a Shanghai, nota per sapori delicati, tagli estremamente precisi e un forte legame con la stagionalità. Non è una scelta casuale, ci spiega l’agenzia di stampa, ma una consuetudine diplomatica.

La cucina Huaiyang, una delle otto grandi tradizioni regionali cinesi, accompagna da decenni alcuni dei momenti più simbolici della storia politica del Paese. Era presente nel banchetto del 1949 che celebrò la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Tornò nel cinquantesimo anniversario della Repubblica nel 1999. Fu servita nel 2002 durante la visita di George W. Bush, ospite dell’allora presidente Jiang Zemin.

«Uno dei punti di forza della cucina Huaiyang è la sua capacità di piacere a tutti. I suoi sapori sono accessibili anche agli ospiti internazionali», ha spiegato a Reuters Shi Qiang, executive chef del ristorante Gui Hua Lou. Una cucina, aggiunge, che non mette al centro ingredienti costosi o ostentazione, ma equilibrio. Detto in modo più diretto, è una cucina pensata per non creare attriti.

Il food writer Christopher St. Cavish la definisce «safe»: più leggera della cucina dello Shandong, meno aggressiva delle preparazioni del Sichuan, meno identitaria di quella cantonese. «È l’equivalente di servire pollo a un banchetto a Washington: nessuno si sentirà escluso, nessuno la troverà troppo piccante o troppo esotica».

Anche questo ha un precedente politico preciso. Durante la visita di Trump in Cina nel 2017, il presidente americano ricevette piatti Huaiyang come manzo stufato al pomodoro e verdure brasate in brodo, un chiaro riferimento alle sue preferenze per carni molto cotte.

La Cina usa il cibo come linguaggio diplomatico da molto tempo. Nel 1971 dedicò perfino un piatto di pollo a Henry Kissinger durante la sua visita segreta che aprì il dialogo con Washington. Più recentemente, nel 2023, Janet Yellen finì sulle prime pagine per aver scherzato sui “magic mushrooms” mangiati in un ristorante di Pechino. Anche nel 2026, Pechino continua a scegliere una cucina che non divide, non provoca, non stupisce e costruita per mettere tutti a proprio agio, soprattutto quando al tavolo siedono due leader che, fuori dalla sala da pranzo, hanno ancora molto da negoziare.

Dal punto di vista gastronomico, la scelta colpisce per la sua leggibilità internazionale. Pur richiamando la tradizione cinese con l’anatra alla pechinese e i panini al maiale, il resto del percorso evita ingredienti divisivi o preparazioni troppo identitarie. Aragosta, manzo, salmone, verdure stufate sono prodotti riconoscibili in qualsiasi capitale economica del mondo. È una scelta coerente con la funzione della cucina Huaiyang, storicamente apprezzata proprio per equilibrio, precisione tecnica e sapori misurati. Nella diplomazia cinese non serve stupire l’ospite ma creare un terreno comune.

In questo quadro, la presenza del tiramisù merita attenzione. Un dessert italiano in una cena di Stato sino-americana non è un dettaglio folkloristico ma il segnale di una tavola pensata per parlare un linguaggio globale, in cui il messaggio non passa attraverso l’esotismo ma attraverso la familiarità. Anche i menu, in fondo, fanno parte dei documenti politici: serviti e non firmati. 

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