La fine del Late Show, e l’arte di mandare a quel paese i cattivi facendo ridere

Maggio 16, 2026 - 05:32
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La fine del Late Show, e l’arte di mandare a quel paese i cattivi facendo ridere

La domanda che mi sono fatta più spesso questa settimana è che cosa ti rende moderno, che cosa ti rende trasgressivo, che cosa ti rende comico. Ho tentato di rispondermi con qualcosa che non fosse: essere più vicino agli ottant’anni che ai cinquanta.

Nell’aprile di diciannove anni fa, quando la Hbo decide di dargli un premio, Jerry Seinfeld sta per compiere 53 anni. Ha l’unica caratteristica che serva per permettersi l’indipendenza intellettuale: è smisuratamente ricco. “Seinfeld” è finito da nove anni e – poiché è stato fatto in anni in cui esisteva la tv, esisteva il pubblico, esisteva il potere contrattuale – gli garantirà a vita introiti con cui i suoi pronipoti non avranno bisogno di lavorare.

In quegli anni non fa niente, se non cose da signore benestante che ogni tanto si annoia: doppia un cartone animato, fa un’apparizione in una serie di amici. Ha col lavoro il rapporto che una volta le mogli di ricchi avevano col burraco – solo che Jerry è la moglie ricca di sé stesso.

Appare sul palco di questo premio, e fa un discorso che ogni tanto rispunta fuori sui social. Dice che ai comici non servono i premi, perché i premi servono a trovare lavoro, e chiunque sia minimamente bravo a fare il comico è pieno di lavoro. E dice che come fa un comico, uno il cui lavoro è sbeffeggiare il prendersisulserismo di questi rituali, ad accettare un premio.

E poi dice il contrario (la seconda parte sui social la tagliano sempre): che i premi bisognerebbe darli solo ai comici, che si sbattono a inventarsi qualcosa che ci faccia ridere, mica agli attori, perché come si fa a considerare geniale fingere d’essere un altro. Si mettono sul segno fatto dal direttore della fotografia sul pavimento del set, per prendere bene la luce, e ripetono quel che gli è stato detto di dire. E tutti: genio!

Mi è tornato in mente perché una tale Hannah Einbinder, attrice sicuramente famosissima ma a me ignota perché non so mai niente, a Cannes ha detto che la paura di non trovare mai più lavoro non le impedirà di continuare ad appoggiare la Palestina. Variety titola il suo intervento usando l’espressione «blacklisted»: sprezzante del pericolo, la signorina Einbinder eredita il ruolo eroico di coloro che non avevano paura del maccartismo.

Solo che il maccartismo esisteva davvero; l’idea che sessant’anni dopo Jane Fonda o John Lennon essere antigovernativi renda gli attori impopolari è una fantasia priva di qualunque elemento di realtà: abbasso-quelli-percepiti-come-i-cattivi è il più facile catalizzatore di consenso che esista. E nessuno ti metterà nella lista nera, nessuno ti priverà del lavoro, anche per quel dettaglio che ha messo a fuoco il settantanovenne David Letterman e non la trentunenne Einbinder.

Letterman è tornato nel suo teatro, e anche questa cosa dei teatri è ormai antiquariato. La Rai vuole mollare il Delle Vittorie e Fiorello non se ne capacita, perché Fiorello è uno di noi vegliardi di prima dell’immaterialità: pensa che i posti in cui si è fatta la storia dello spettacolo siano importanti, siano da preservare.

All’Ed Sullivan Theatre, trentatré anni fa, David Letterman costruì un marchio che finisce in questi giorni, quello del “Late Show”. La seconda serata con la musica dal vivo e le interviste e il conduttore che faceva le battute l’aveva inventata Johnny Carson sulla Nbc, poi lui aveva deciso d’andare in pensione, e la Nbc aveva deciso che quel pezzetto di palinsesto (in milanese: slot) dovesse andare a Jay Leno e non a Letterman. Letterman se n’era andato alla Cbs. L’anno dopo, Carson aveva fatto da lui la sua ultima apparizione televisiva.

Gli ultimi giorni di Stephen Colbert – che aveva sostituito Letterman nel 2015, e di cui l’anno scorso è stata annunciata la fine: la Cbs non ritiene valga più la pena di produrre una seconda serata costosa per un pubblico che consuma in pezzettini – hanno inevitabilmente un sottotono «noi vittime del sistema, noi censurati dal Prepotente in chief».

Però Colbert e Letterman sono abbastanza intelligenti da sapere che questo discorso qui, nel 2026, puoi farlo solo se non hai un talento: solo se vivi di consenso verrai fatto fuori da chi gestisce i gangli dei vecchi mezzi di comunicazione, ma sennò vale quel che diceva nel 2007 Jerry Seinfeld: avrai sempre più lavoro di quanto te ne serva. A un certo punto della sua apparizione, Letterman dice «Puoi togliere a qualcuno il suo programma, ma non la sua voce», che è una discreta cura d’urto per gli einbinderismi del mondo.

Riavvolgimento del nastro. Quando in Italia iniziano a trasmettere Letterman – su un canale che non esiste più, Rai Sat Show, e che in quegli anni Carlo Freccero irrideva dicendo che, per gli ascolti che faceva, avrebbero fatto prima a mandare una vhs a casa a ogni spettatore; i dati d’ascolto erano equivalenti a quelli che oggi realizzano programmi considerati di successo – quando noialtri che leggiamo i giornali americani e siamo curiosi di quella cultura ci mettiamo a guardarlo, è la fine del secolo scorso, ed è un altro mondo.

C’è la lira. C’è la tv da guardare in televisione. C’è lo star system: a far vedere le tette a Dave in trasmissione sono Drew Barrymore e Courtney Love, mica degli avanzi di reality (i reality e i social non esistono ancora). Ci sono le edicole in cui andare a comprare riviste americane sulle quali leggere dello star system con l’attenzione che riservi alle cose che paghi, mica a quelle che scrolli sul telefono.

Se adesso la fine d’un qualsivoglia “Late Show” dall’Ed Sullivan Theatre ci sembra ci riguardi quanto la fine del teatro Delle Vittorie, è perché c’è stato quello strascico di gioventù in cui la tv americana non era più una cosa che vedevamo solo nell’insonnia da fuso da un albergo statunitense, ma il nostro appuntamento da satellite. Dave lanciava la matita nel nostro salotto.

È impossibile da far capire a chi è nato dieci o vent’anni dopo e ha sempre avuto YouTube, ha sempre avuto gli articoli gratis sull’internet, ha sempre avuto l’illusione della consuetudine con mondi lontani.

L’ospitata di Letterman da Colbert si è conclusa rivoltando contro la Cbs la più famosa frase di quella rete, quella con cui Ed Murrow chiudeva il tg, «good night, and good luck». Dopo aver lanciato dal tetto, come non si faceva dai tempi in cui il programma era suo, poltrone e cocomeri, Letterman dice «buona notte e buona fortuna, figli di buona donna», e un mondo finisce.

Non con un’esplosione né con un rantolo, ma con il solito schema: di là i cattivi, di qua i buoni. Quelli che ti chiudono il programma sono cattivi, ma devi farmi ridere mentre glielo dici. In Italia il più ufficialmente dei buoni è Sergio Mattarella, lì è Barack Obama: è quello che chi non sta coi cattivi addita come luminosa rimanenza di quando la pubblica morale non era ancora andata a meretrici.

Obama è andato da Colbert, in questi ultimi giorni di “Late Show”, e lui ha barato sfidandolo a Wordle. Era una cosa blandissima ma divertente: l’equilibrio tra il «non ti manco di rispetto» e il «devo comunque farli ridere» è scivolosissimo.

Un po’ di italiani sono andati da Mattarella, negli stessi giorni. Un regista gli ha detto che se solo al mondo ci fossero stati solo lui, lui Mattarella, e gli artisti, allora sì. Un comico si è tolto l’abituale magliettacollescritte e indossando l’abito buono ha letto la sua poesia di Natale da un foglio. Lo guardavo e mi tornava in mente un programma di più di trent’anni fa. In studio c’era Francesco Cossiga. Collegato c’era Giovanni Russo Spena. Non so neanche che poesia di Natale stesse declamando il tapino, ricordo solo Cossiga che ci spiegò in un attimo cosa ti rende comico, moderno, e tutte cose: «A’ Russo Spe’, te sei messo la cravatta».

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