I serenissimi di Sicilia
Venezia è uno specchio, un pesce a guardarla dall’alto, e dunque l’arrivo migliore sarebbe dal mare, come suggeriva Thomas Mann. Quasi che giungere nella città lagunare fosse un’esperienza, un rito, e non la tappa di un percorso turistico: acqua, groviglio primordiale di isole, oro, ricami, pietre levigate dalle onde, gabbiani feroci e ombre che nascondono destini. In questa città-porto, trappola dolcissima e ammaliante, fetida e splendente, sono approdati tre siciliani erranti, viaggiatori ed esuli volontari, non per turismo ma per lavoro, per premio, per governo: Ferdinando Scianna, Emma Dante, Pietrangelo Buttafuoco. Il primo con una mostra sul Ghetto ebraico, proprio dentro il Campo del Ghetto nuovo, Emma Dante, che all’inizio dell’estate ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera, e Buttafuoco, che di questa Biennale – teatro, danza, musica, architettura, arte, cinema – è il sapiente timoniere.
Tre approdi diversi, tre modi diversi di abbandonarsi a Venezia, amandola e facendosi amare, ciascuno a modo suo. Restando fedeli a un’unica isola, la Sicilia, che, come suggerisce Buttafuoco, “non ha mai conosciuto la gretta logica dell’angusto cortile perché, anche lei, come Venezia, è sempre stata in mezzo al mare”.
“Io ho un problema con Venezia”, dice Scianna, ottantatré anni compiuti da poco e mezzo secolo di macchina fotografica a tracolla, “ma non credo solo io, tutti ce li abbiamo. La città è molto ricattatrice, è difficile raccontarla senza farsi sommergere dal suo splendore, dal suo carisma”. Il grande fotografo siciliano si confessa ridendo di gusto in occasione della mostra “Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia” presso la storica Ikona Gallery (fino al 22 novembre): “Conosco pochi fotografi che ci sono riusciti, come il mio amico Berengo Gardin, attraverso un’attenzione al quotidiano, oppure Campigotto, fotografandola di notte in maniera fantastica. Io a Venezia ho fatto tante cose ma mi prendeva sempre la mano”. Quel carisma naturale della città in passato ha fatto perdere la testa a parecchi, a Thomas Mann, che ne ha descritto il suo erotismo ambiguo come trappola per stranieri, a Iosif Brodskij, che sulla sua acqua ha fatto risplendere le pagine più belle, a Geoff Dyer, che si è abbandonato ai vernissage e ai cocktail party più sfrenati.
“Quello al Ghetto è stato il mio ultimo lavoro fotografico. Dopo un sopralluogo mi ero convinto che in fondo era solo una piazza, un piccolo quartiere”, racconta Scianna con amarezza alludendo ai suoi problemi di mobilità che da qualche tempo hanno minato il suo passo svelto alla ricerca del “momento decisivo”, quello scampolo di realtà da catturare con l’obiettivo. Il fotografo era approdato in città nel 2016 in occasione del Cinquecentenario della fondazione del Ghetto ebraico e si era convinto di potercela fare, vista la topografia ristretta di quell’isola nell’isola, restringendo l’azione fino all’osso. Non la città intera, non le gondole, non i ponti per gli innamorati, ma un fazzoletto di terra di poche centinaia di metri: “Se mi stanco mi riposerò, mi sono detto, non è neanche un paesino, è un quartiere”, continua lui ricordando il mese intero vissuto a stretto contatto con la comunità ebraica, “sono sempre stato molto affascinato dalla gente della comunità e il lavoro l’ho fatto con grandissimo piacere insieme a loro, con passione ma anche con difficoltà. Niente campanelli il sabato, niente elettricità…”. La sua risata riecheggia autentica e sincera nell’elencare le regole non così diverse da quelle imparate dal giovane Ferdinando diventato grande fotografando le feste religiose e le processioni cattoliche per il suo primo libro “Feste religiose in Sicilia”, firmato insieme a Leonardo Sciascia nel 1965 ad appena ventun anni. “Siamo figli della stessa follia, in un certo senso, e per questo lavoro ho osservato a lungo un luogo che ha vissuto la sua vicenda, non magniloquente, pieno di dolore, pieno di vicende e di persone”.
Quelle foto, così piene di vita e di storie, vengono riproposte oggi, a distanza da dieci anni dalla prima esposizione commissionata da Fabio Achilli, il Direttore della Fondazione Venezia, grazie all’instancabile lavoro della gallerista Ziva Kraus, che è memoria vivente di Ikona Gallery e anima della vita culturale di una “soglia regalata alla vita. Io sono messaggero fra opera e pubblico”, dice poeticamente di sé questa donna straordinaria, pittrice croata di nascita, arrivata a Venezia da adolescente per dare ascolto a una voce interiore a cui non ha mai potuto sottrarsi. “Io sono prigioniera di Venezia”, dice con ironia e sobrietà quasi kafkiana dopo aver portato in laguna mezzo secolo di fotografia internazionale, da Berenice Abbott a Helmut Newton, da William Klein a Gisèle Freund. “La fotografia di Scianna trascende, letteralmente, fa scendere la sua ombra”, sottolinea la gallerista che, da giovanissima, ha lavorato come assistente di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier. Quarant’anni dopo quell’esperienza, che Kraus definisce come “semplice, gentile, senza mistificazioni”, nella sua Ikona Gallery cura la mostra “Peggy Guggenheim in Photographs” (2016), come una sorta di ritorno per restituire alla città la sua memoria. Esattamente come il riproporre le foto di Scianna a Venezia, per Venezia.
Alle pareti di Ikona, un piccolo accogliente rettangolo attraversato da una scala verso un immaginario altrove, il minuzioso lavoro in bianco e nero di Scianna sembra riflettersi all’infinito in uno specchio. Venezia che guarda se stessa, il campo del Ghetto che si specchia in sé, una bimba sullo skateboard che scompare tra le ombre del portico. Quel basso portico in pietra all’ingresso della galleria che è insieme realtà e finzione, vita di comunità e immagine catturata su pellicola. Una forma urbis minuscola che però si sviluppa in altezza, date le dimensioni ristrette del campo, come se fosse una città medievale. Ma che trasforma le classiche case basse del Ghetto in grattacieli lagunari. Nel Cinquecento quattro guardiani cristiani, nominati dalla Repubblica ma pagati dagli ebrei, erano incaricati di aprire le porte all’alba e di richiuderle la notte, percorrendo il perimetro del Ghetto in barca. Accompagnato da Ziva Kraus, con lo stesso passo lento Scianna ha camminato a lungo pronto a catturare volti, gesti, riflessi, feste e preghiere. Un’umanità intera racchiusa in una piccola piazza. E poi, di notte, in un lampo, gli è apparsa una delle immagini più sognanti finite in mostra: una luce accesa alla finestra e l’ombra di un uomo che fuma una sigaretta osservando l’infinito: “E’ una di quelle che mi piacciono di più. Quella figura spuntata all’improvvisto mi è sembrata un’apparizione della storia”, dichiara il fotografo che l’anno scorso è tornato in città ospite della 82a Mostra del Cinema come protagonista del documentario di Roberto Andò “Il fotografo dell’ombra”. A distanza di un anno ricorda ancora commosso l’accoglienza del pubblico e ride di gusto della sua apparizione sul red carpet: “ero molto divertito di andare lì come un attore, con i fotografi miei colleghi che mi sfottevano. E’ stato meraviglioso, un grande gioco”.
“Ho come la sensazione di essere cambiata io, ma non ho la percezione che sia cambiata Venezia”, confessa Emma Dante, scrittrice, attrice e drammaturga palermitana, interrogata sul suo rapporto con la città ventidue anni dopo il suo debutto alla Biennale Teatro del 2004 con “La scimia” e dopo il successo di quest’anno con “I fantasmi di Basile”, un lavoro sull’universo dello scrittore napoletano Giambattista Basile, autore seicentesco del “Cunto de li cunti”, il primo grande inventore della fiaba moderna. “Però essendo Venezia una città immortale ed essendo invece io totalmente mortale, totalmente cagionevole nella mia piccola vita, mi sembra che tornare a Venezia sia sempre un po’ come riconoscere e quindi accettare la propria mortalità”, aggiunge con un filo di voce la regista. La stessa voce rotta dall’emozione con cui, alla consegna del Leone d’Oro, ha letto il discorso di ringraziamento, scritto perché “così sono concentrata sulla lettura e non mi viene da piangere”. Nella motivazione del premio la Biennale ha sottolineato come grazie al suo teatro Emma Dante abbia riportato la Sicilia alla ribalta, rinvigorendo la grande eredità di Pirandello, Sciascia, Camilleri, insieme a Ciprì e Maresco e Franco Scaldati. “L’arte è un gesto artistico che ha a che fare con la propria origine sempre, con le persone che ci accompagnano, coi legami soprattutto”, ha letto Emma Dante alla premiazione, “credo che il teatro abbia una funzione sociale importantissima di riflessione, di cura per la società, e quindi per me è un modo per far riflettere la gente, per lanciare dei messaggi, ma anche per riflettere soprattutto io sulle storture del mondo”.
“Quando ho assistito allo spettacolo ‘I fantasmi di Basile’”, racconta Pietrangelo Buttafuoco, dal 2023 presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, “nel vedere la bravura degli attori, la calibrata costruzione drammaturgica che la regia di Emma Dante ha voluto imporre, ho rivisto tutto, ma proprio tutto quello che è il principio alchemico del teatro. Un archetipo, qualcosa che scava nel profondo”. Buttafuoco, che con il palcoscenico ha da sempre un rapporto molto forte – in passato ha presieduto il Teatro Stabile di Catania e quello d’Abruzzo – racconta la messa in scena di Emma Dante con grande partecipazione: “Nel suo lavoro ho rivisto la posteggia, il teatro di strada napoletano, nel momento in cui i due attori in scena, con la mimica, le tecniche d’attesa e pausa, ripetevano ciò che è proprio sia dei guitti che dei saltimbanchi, e dei disperati e dei grandi affamati. E, se possiamo dirlo tra parentesi, sottovoce, a un certo punto mi sono sembrati pure Franco e Ciccio. Cioè quelli che veramente riuscivano a tenere incollati sulla sedia, a bocca aperta, i bambini e gli adulti, i dotti e gli sciocchi, i saputi e i maligni. Insomma, il pubblico, che è fatto dalle molteplici facce, in questa capacità tutta femmina di saper rappresentare quello che c’è in origine e quello che ci aspetta alla fine”.
Il Presidente della Biennale è un fiume in piena, anzi un mare in gioiosa tempesta: nonostante sia domenica risponde al Foglio dal suo ufficio con due finestre identiche a quelle di una moschea, con il Canal Grande davanti e la Giudecca di fronte. E racconta che quando Pinault (l’imprenditore e collezionista d’arte francese, possessore della Pinault Collection a Palazzo Grassi e Punta della Dogana) issa la bandiera bretone sul suo museo, lui issa sentimentalmente quella del Regno delle Due Sicilie in un gioco di saluti immaginario. “Io vivo nell’assoluto privilegio, perché lavoro ogni giorno sul Canal Grande, che è l’espressione di una storia che non è mai invecchiata, quella di Venezia”. Ascoltando i suoi racconti viene naturale ricordare i versi con cui il suo amico Franco Battiato accostava Venezia a Istanbul – stessi palazzi addosso al mare, rossi tramonti che si perdono nel nulla – due città sorelle nella stessa vocazione di cerniera fra mondi e mari. E, a proposito del successo della sua Biennale – tra le sorprese, arte affidata a Koyo Kouoh, teatro a Willem Dafoe, musica alla giovanissima Caterina Barbieri, architettura, nel 2025, a Carlo Ratti – Buttafuoco risponde con understatement tutto siciliano: “Non lo so, io fazzu u me travagghiu”, ma aggiunge serio che la sua unica bussola sono “i 131 anni di storia della Biennale, cioè essere un riferimento universale”. Un’istituzione, la Biennale, aperta a tutti i popoli. E poi, alla domanda su che suono produca la sua Venezia, sul battito profondo della città che si può ascoltare poggiando l’orecchio sul suo cuore, risponde divertito: “Duri i banchi, mi dicono i veneziani quando cammino per le calli. Un monito, un insegnamento per me”, che ricorda l’ordine dato ai vogatori a tenersi aggrappati alle panche delle navi prima di speronare un nemico.
“Venezia è un grande specchio, vediamo le nostre rughe, i solchi del tempo, dove ci riconosciamo esseri umani”, conclude Emma Dante, “è un’acqua diversa da quella a cui siamo abituati noi siciliani. Un’acqua che racconta più il riflesso che non la libertà. Noi siciliani abbiamo a che fare con questo sguardo che si perde all’orizzonte, che non distingue più le cose perché il mare cancella il futuro. Solo il mare che si confonde con il cielo. Venezia invece racconta il riflesso di quello che siamo”.
Di quella notte magica, quando le è stato assegnato il premio a una carriera brillantissima di cui la sua Palermo sembra capricciosamente non interessata, la regista ricorda “una voce spezzata, un’emozione forte. Ricordo me bambina, che riceve un premio importante da mamma e papà”.
Tutti e tre i siciliani, una volta approdati a Venezia, invece che una città-porto sembrano aver trovato una casa. Con passo lento ma profondo anche Emma Dante attraversa le calli silenziose dove i tacchi delle sue scarpe sussurrano al mondo: “Il suono di Venezia sono i miei passi… è come se dicessero: io esisto”. Perché Venezia, come dice anche Ziva Kraus tra le ombre del portico del Ghetto, “Venezia salva tutti”.
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