I social hanno un nuovo guru: l’influencer di sinistra che trasforma ogni opinione in una lezione

28 Giugno 2026 - 08:12
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I social hanno un nuovo guru: l’influencer di sinistra che trasforma ogni opinione in una lezione

I social hanno un nuovo guru: l’influencer di sinistra che trasforma ogni opinione in una lezione

I giovani, si sa, hanno sempre avuto una certa fiducia nelle proprie idee, convinti come sono (talvolta anche giustamente) di vedere più lontano dei genitori, più lucidamente dei professori e più rapidamente di chiunque altro. I Gen Z, però, sono andati oltre: tra un TikTok e un reel hanno trasformato ogni opinione in una masterclass.

L’influencer di sinistra: ogni opinione diventa una masterclass

Scorrendo i social, infatti, si ha l’impressione di vivere in un’epoca straordinariamente fortunata. Mai nella storia dell’umanità si era palesata una simile quantità di esperti e tuttologi con ancora addosso l’inconfondibile odore di una pubertà lasciata alle spalle da un paio d’ore o poco più.

Economia, storia contemporanea, questione energetica, salari, geopolitica, crisi della democrazia, conflitto israelo-palestinese: non esiste argomento sul quale il giovane sapiente progressista non sia in grado di pronunciare una sentenza.
E per meglio accreditarsi presso il popolo bisognoso di insegnamenti sulle cose del mondo, l’influencer di sinistra oggi si è fatto divulgatore.

Sono tutti divulgatori

La promozione non è soltanto semantica. È quasi una consacrazione. Perché, se l’influencer sponsorizza prodotti ed esprime opinioni, il divulgatore distribuisce consapevolezza. Non commenta: spiega. Non discute: insegna. Non propone un punto di vista: accompagna il pubblico verso la corretta interpretazione della realtà. Il divulgatore non conosce il dubbio: è questo il tratto più caratteristico di questo nuovo, straordinario, tipo umano.

Chi dissente dal divulgatore non è semplicemente in disaccordo. È disinformato, manipolato, vittima di propaganda o inconsapevole dei meccanismi profondi che regolano il mondo. Fortunatamente, il divulgatore li ha già individuati e sintetizzati per lui in un video da novanta secondi, centoventi per i temi più complicati.

Nuovi linguaggi, stesso repertorio vecchio di decenni

La cosa curiosa è che questi nuovi sacerdoti della conoscenza parlano di innovazione, cambiamento, nuove sensibilità.
Ad un osservatore distratto potrebbero sembrare modernissimi, avanguardisti. Ma se ci si ferma ad ascoltarli con un minimo di attenzione, affiora una sensazione familiare. Nuovi linguaggi, medesimo repertorio: l’antifascismo come orizzonte permanente, la lotta al capitalismo come missione esistenziale, la patrimoniale come terapia universale, il conflitto eterno tra oppressi e oppressori.

Una apparente rottura generazionale dietro cui si cela la riedizione aggiornata di un catalogo che era già vecchio trent’anni fa. L’imperativo del divulgatore è sembrare diverso da quelli del circoletto a cui brama di appartenere: egli ha bisogno di darsi una parvenza di imparzialità, capitale preziosissimo per chi aspira a impartire il verbo alle masse.

Quegli “outsider” coccolati dal sistema

E per raggiungere questo obiettivo, per sembrare diverso dagli altri, il divulgatore, tra una bordata e l’altra alla destra fascista, oscurantista e liberticida, non risparmia critiche anche alla sinistra. Ne denuncia il distacco dal popolo, l’autoreferenzialità, l’incapacità di comprendere il presente. Per qualche istante sembra quasi di assistere a una presa di distanza.

Poi ci si accorge che gli ambienti frequentati sono gli stessi, i festival sono gli stessi, gli interlocutori sono gli stessi e spesso anche le conclusioni restano sorprendentemente simili. Più che una rottura, è un maldestro tentativo di autocertificare la propria indipendenza. Il divulgatore si presenta come outsider pur essendo perfettamente integrato nel sistema mediatico che lo ha accolto e valorizzato fin dal primo vagito digitale.

Un percorso standard: dalla cameretta ai salotti tv

Anche perché il percorso di consacrazione è ormai codificato: prima i followers, poi il podcast, quindi il libro, infine il salotto televisivo. Ed è qui che il fenomeno raggiunge la sua forma più compiuta. Il ragazzo che fino a poche settimane prima registrava contenuti dalla propria cameretta viene accolto in studio come una sorta di oracolo, dispensatore di verità assolute sui desiderata di questa massa informe che egli, da solo, è in grado di rappresentare senza tema di smentita: “i giovani”.

Lo si interpella sul Medio Oriente, sulla giustizia, sull’economia globale, sulla crisi della rappresentanza, sul futuro dell’Europa e, se resta qualche minuto, anche sulla ricetta della carbonara. Il divulgatore non esce mai dalla propria comfort zone: chi lo sfida al confronto è sistematicamente uno sfigato in cerca di notorietà, un anonimo che non merita le sue attenzioni, un poveraccio che non ha abbastanza credito per sedere al suo cospetto.

La lotta al capitalismo… degli altri

Il divulgatore si confronta solo con pesci grandi almeno quanto lui: e la grandezza, ovviamente, si misura in followers. Il divulgatore non ha tempo da perdere in inutili diatribe e non può distrarsi dalla sua preziosa missione sociale per rispondere alle domande e alle banali confutazioni di chi, essendo di destra, non ha i mezzi per comprendere.

Il divulgatore è oltre, il suo tempo è prezioso, il suo tempo è denaro. Forse è per questo che, dopo aver predicato l’anticapitalismo urbi et orbi, si riconcilia rapidamente col sistema non appena una multinazionale gli lancia qualche monetina. D’altronde, il divulgatore sa tutto e, più di tutto, sa che pecunia non olet.

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