Idee non negoziabili per un campo largo antipopulista
Posso sbagliarmi, ma non mi pare che nel ricordare Emma Bonino sia stato evidenziato con la giusta enfasi il ruolo tutt’altro che marginale che la leader radicale ha svolto anche nella nascita del Partito democratico. Non solo perché il bipartitismo all’anglosassone è sempre stato un ideale regolativo per i radicali. Ma anche, più concretamente, perché Bonino, nel 2008, fu la capo delegazione della pattuglia radicale candidata nelle liste del Pd, fece parte del gruppo parlamentare del Pd per tutta la legislatura e in quota Pd fu eletta vicepresidente del Senato. Non fu un passaggio facile, l’incontro tra democratici e radicali. Veltroni affidò a Goffredo Bettini e a me la trattativa. Marco Pannella avrebbe preferito l’opzione di una lista radicale alleata del Pd. Ma il neonato Pd tenne il punto: vogliamo i radicali nelle nostre liste, dicemmo, perché consideriamo il loro apporto parte integrante ed essenziale di quel “pensiero nuovo”, frutto dell’incontro tra le diverse tradizioni riformiste, al quale siamo impegnati a dare forma compiuta e gambe per camminare. Il ruolo di Bonino fu decisivo nella conclusione dell’accordo.
Sarebbe bello e forse sarebbe anche utile, se l’atteso (e ora, parrebbe, finalmente annunciato) confronto programmatico nella possibile coalizione di centrosinistra si svolgesse, almeno un po’, nel segno di Emma Bonino. Sarebbe anche un modo per sparigliare, o forse più semplicemente per arricchire, un confronto che rischia di ridursi ad un gioco a somma zero.
Quando invece, proprio il “segno” lasciato da Bonino nella storia politica italiana, richiamato dal presidente Mattarella, mostra come radicalità e realismo, utopia e pragmatismo siano componenti coessenziali del riformismo democratico.
Sarebbe anche il modo per porre al centro e alla base del programma della coalizione progressista l’ideale storico degli Stati Uniti d’Europa, l’utopia concreta dietro la quale si scorgono i profili di grandi italiani: da Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, fino a David Sassoli ed Emma Bonino. Non è un obiettivo per domani, lo sappiamo. Ma è l’orizzonte e insieme la bussola che permette di orientarsi e muovere, con tutta la gradualità necessaria, nella giusta direzione. Purché se ne sappiano trarre le necessarie, coerenti conseguenze.
Se vuoi la pace, promuovi e difendi la democrazia
La prima e più importante conseguenza ha a che fare con quello che sembra essere il più intricato tra i nodi politico-programmatici da sciogliere nel centrosinistra: il nodo della politica estera e di difesa. L’ideale storico concreto degli Stati Uniti d’Europa colloca infatti in una ben precisa prospettiva il tema della pace e della guerra. Vogliamo gli Stati Uniti d’Europa innanzitutto e soprattutto perché la pace è possibile, kantianamente, se e solo se gli stati si reggono sui princìpi democratici (Stato di diritto e sovranità popolare) e si federano tra loro, ovvero mettono in comune quote crescenti di sovranità. Solo per questa via la guerra non solo deve, ma può, credibilmente e concretamente, essere ripudiata come strumento di aggressione e le armi del diritto possono prendere il posto del diritto delle armi nella risoluzione delle controversie internazionali. In tutti gli altri casi, si può sperare in tregue più o meno durature, in una guerra fredda che evolva in una coesistenza pacifica, ma non in una vera pace. Per secoli, l’Europa è vissuta nella guerra, con brevi tregue tra un conflitto e l’altro. E nel Novecento è stata l’epicentro di due guerre mondiali. La Comunità ieri, l’Unione oggi, gli Stati Uniti d’Europa auspicabilmente domani, hanno reso la guerra tra stati europei impensabile, se non ancora impossibile. Perché è impensabile la guerra tra stati di diritto e democratici, federati tra loro dalla crescente condivisione di quote di sovranità. Solo un’inversione di tendenza, purtroppo questa ancora oggi non impensabile, nella direzione del degrado delle democrazie europee e dell’allentamento dei legami federativi, potrebbe riportare la guerra tra le due sponde del Reno, i due versanti delle Alpi o i tanti altri confini interni dell’Europa. Ed è questa consapevolezza la prima e più importante ragione per opporsi decisamente a tutte le nostalgie sovraniste, estremiste o moderate che siano, e per proporre invece l’approfondimento dei legami federali tra gli stati europei.
Ma questa esperienza e questa visione dell’Europa non possono non diventare anche la lente con la quale leggere e la bussola con la quale orientarsi nella politica internazionale. L’esperienza e la visione federalista europea dovrebbero ispirare una politica estera del centrosinistra all’insegna del principio “se vuoi la pace, promuovi e difendi la democrazia”. Perché quando la democrazia avanza, la pace si rafforza, quando arretra, avanza la guerra. I dati del Sipri sulla spesa militare mondiale sono impressionanti: un crollo spettacolare dopo l’89, quando l’avanzata democratica sembrava inarrestabile, nell’Est europeo, in America Latina e in parte anche in Asia e Africa. Quando l’ondata democratica arretra, dopo essersi infranta sulla Russia, la Cina e il fallimento delle primavere arabo-islamiche, la spesa militare torna a crescere impetuosamente.
Promuovi e difendi la democrazia non significa, si badi bene, imponila dall’esterno, secondo l’aggressiva strategia dei neo-con americani che si è dimostrata non solo sbagliata, ma perfino controproducente. Significa favorisci il contagio democratico, con gli scambi economici, il dialogo diplomatico, il soft-power culturale. E difendilo, quel contagio, da chiunque voglia fermarlo con la forza. Il discorso di Barack Obama al Cairo rappresenta, da questo punto di vista, un riferimento illuminante.
E’ per queste ragioni che la questione dell’Ucraina ha assunto un rilievo dirimente, al punto che su di essa si misura la credibilità e la coerenza dello stesso europeismo del centrosinistra: perché quel conflitto è essenzialmente la feroce e brutale reazione violenta di un regime autoritario, come quello putiniano, al pacifico contagio democratico europeo. E se è vero che l’Europa (ove mai ne avesse l’intenzione e la possibilità) non avrebbe nessun diritto di imporre la democrazia a chicchessia, è altrettanto vero che essa ha invece il preciso dovere di difendere se stessa, il suo modello pacifico e democratico e i suoi vicini che, come gli ucraini, liberamente ad esso intendono ispirarsi e associarsi, da qualunque aggressione esterna, convenzionale o ibrida che sia.
“Se vuoi la pace, promuovi e difendi la democrazia” è un principio che dovrebbe guidare anche l’iniziativa politico-diplomatica dell’Italia e dell’Europa in altri contesti geopolitici, a cominciare dal medio oriente e in particolare dal conflitto israelo-palestinese. L’unica via per la pace resta la strategia dei due stati per i due popoli. Ma i due stati devono essere democratici, perché possano fidarsi l’uno dell’altro. Per questo bisogna difendere la democrazia israeliana dalla minaccia di involuzione autoritaria rappresentata dal governo Netanyahu e condizionare il riconoscimento dello Stato palestinese al pieno rispetto dei principi democratici e dello Stato di diritto. Altrimenti, non c’è alternativa alla guerra e ai suoi orrori.
Per quasi ottant’anni, l’Europa ha affidato alla Nato la sua difesa. E’ probabile, oltre che auspicabile, che l’organizzazione del Patto Atlantico continuerà a svolgere questa funzione, aldilà della nefasta stagione trumpiana. Se non sarà così, sarà perché gli Usa avranno smarrito sé stessi e la fiaccola della libertà all’ingresso del porto di New York avrà smesso di brillare. Uno scenario catastrofico, che Trump ha reso non impensabile, ma che nessun democratico può auspicare. In ogni caso, è ormai evidente che la Nato non potrà garantire la difesa dell’Europa nelle forme asimmetriche del passato, attraverso la sostanziale delega agli Usa: subalternità e dipendenza devono diventare partnership tendenzialmente paritaria e anzi a prevalenza europea nel teatro euro-mediterraneo. Perseguire l’obiettivo storico degli Stati Uniti d’Europa significa quindi battersi perché la competenza in materia di politica estera e di difesa, oggi attribuita agli stati, diventi una competenza federale, esercitata da un’autorità di governo legittimata dal voto di tutti i cittadini europei e controllata dal Parlamento europeo. Ma la transizione non sarà breve e l’unico modo per attraversarla utilmente e senza eludere le stringenti responsabilità del tempo presente, è rafforzare gli apparati di difesa nazionali in un’ottica di progressiva integrazione: sul piano militare, industriale e finanziario. In un mondo di carnivori, l’Europa deve restare un erbivoro, ma capace di difendersi dai predatori. L’Europa, come la rappresenta il mito, è un toro, non un coniglio.
Non si può restare a lungo gigante economico e nano politico
La seconda, fondamentale conseguenza dell’ideale regolativo degli Stati Uniti d’Europa è la convinzione che la crescita economica ha bisogno di mercati aperti e di grandi investimenti nell’innovazione. Come hanno denunciato i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta alla Commissione europea, che il centrosinistra farebbe bene ad assumere come assi portanti del suo programma, il ritardo dell’Europa su entrambi questi fronti viene già oggi pagato col rallentamento della crescita e il farsi concretamente minaccioso di una prospettiva di declino e di marginalità. La debolezza politica dell’Europa sta mettendo in discussione la sua stessa forza economica. Appare sempre più evidente che non si può restare a lungo un gigante economico se si è un nano politico. Con buona pace di tutti i sovranismi, espliciti e impliciti, o si diventa un gigante anche sul piano politico, o si regredisce a nano anche economico.
L’Europa sta difendendo con le unghie e coi denti l’apertura dei mercati internazionali dall’attacco a colpi di dazi da parte dell’Amministrazione Trump. Colmando un colpevole ritardo almeno decennale, dovuto a miopi resistenze corporative e alla debolezza della politica che da esse si è lasciata ricattare, l’Europa sta meritoriamente perfezionando tutti gli accordi di libero scambio avviati e non conclusi: dal Canada all’India, dal Mercosur all’Australia… Del resto, nel dna originario dell’Europa c’è l’apertura dei mercati e la convinzione, anch’essa kantiana, che essa è condizione non solo dello sviluppo, ma della stessa pace. Di solito, le guerre commerciali sono l’antipasto di quelle militari. E la parabola del trumpismo sta corroborando questa bronzea legge storica.
Ma l’Europa non sta agendo con la necessaria coerenza sul piano interno. Il mercato unico è ancora, per troppi aspetti, una promessa che stride con la persistente, angusta e asfittica realtà di ventisette mercati nazionali, protetti da una occulta ma potentissima armata di dazi interni, che non sono figli della burocrazia europea, ma delle piccole politiche nazionali non sufficientemente sfidate da un disegno di apertura trasparente e condiviso. Non c’è il mercato unico europeo, ma ventisette piccoli mercati nazionali, se perfino aprire un conto in una banca, o acquistare e anche solo noleggiare un auto in un altro Stato membro rispetto a quello ove si risiede sono e restano imprese complicate e costose. Per non parlare di energia, sanità, previdenza…
Schierare l’Italia a fianco di Draghi e Letta nella lotta per conquistare un vero mercato unico europeo, disboscando la giungla dei dazi occulti dovrebbe costituire uno dei capisaldi del programma del centrosinistra. Un’Italia così schierata rafforzerebbe la sua autorevolezza anche nel proporre una nuova stagione keynesiana di grandi investimenti europei e non solo nazionali, finanziati con Eurobond, nella difesa e nelle tecnologie di punta, nelle grandi infrastrutture e nell’innovazione, intelligenza artificiale compresa. Una linea che l’Italia potrebbe tenere credibilmente se continuerà a dimostrarsi capace di preservare come un bene comune prezioso la stabilità, almeno relativa, dei suoi conti pubblici.
La lotta alle disuguaglianze si fa con le riforme
Terza conseguenza: porsi l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa significa riformare il welfare europeo (e italiano) per assicurargli un futuro. L’apertura dei mercati è stata lo strumento più potente di lotta alle disuguaglianze globali. Come ha dimostrato, tra gli altri, Branko Milanovic, la globalizzazione esplosa a cavallo del Duemila ha dimezzato in pochi decenni il divario di reddito tra il West e il Rest, tra l’Occidente e il resto del mondo, che era andato accumulandosi, senza mai invertire la tendenza, nel corso di due secoli, dalla rivoluzione industriale inglese alla fine del Novecento. Ma la spettacolare riduzione delle disuguaglianze sul piano globale è stata pagata con un non meno formidabile aumento delle disuguaglianze (e della loro percezione), del senso di precarietà e di insicurezza, all’interno dei paesi più sviluppati. Questo divario ha minato e sta minando la stessa tenuta della democrazia in Occidente, perché apre varchi giganteschi alle forze politiche populiste e sovraniste, quando non esplicitamente autoritarie e antidemocratiche. La stessa questione dell’immigrazione, del suo impatto sociale e culturale e della sua difficile regolazione e gestione, assume caratteristiche drammatiche ed esplosive anche e soprattutto a causa di questo contesto di caduta di credibilità della promessa di avanzamento e di sicurezza sociale implicita nel patto democratico. Alla lunga, nessuna democrazia può sopravvivere alla crescita delle disuguaglianze, della precarietà e dell’insicurezza.
E tuttavia, le disuguaglianze di oggi non si possono combattere efficacemente con le armi di ieri. La forza del capitalismo risiede nella sua capacità di cambiare continuamente. Altrettanto deve saper fare il compromesso tra democrazia e capitalismo che è stato il capolavoro liberaldemocratico, socialdemocratico e cristianodemocratico del Novecento euroamericano. E che può diventare il capolavoro del nostro secolo, se si traduce in un programma non di resistenza e di conservazione, ma di innovazione riformatrice. Solo collocando la nostra ambizione a questa altezza, potremo affrontare le sfide nuove che ci pongono dinanzi la metamorfosi demografica, il mutamento climatico, l’innovazione tecnologica.
Giorgio Tonini, già senatore del Pd, è stato tra i redattori del Manifesto dei valori per il Partito democratico, nel 2006.
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