Il cane Osso sbranato dai lupi, il ricordo commosso di Michele Serra e la lettera sulla convivenza possibile

Maggio 05, 2026 - 13:57
0 0
Il cane Osso sbranato dai lupi, il ricordo commosso di Michele Serra e la lettera sulla convivenza possibile

Michele Serra ha scritto su il Post di una vicenda che lo ha riguardato personalmente: l’uccisione da parte di un branco di lupi del suo cane Osso, mentre si trovava a un paio di centinaia di metri dalla casa nell’Appennino piacentino. Al di là delle parole di dolore, il giornalista e scrittore pubblica una riflessione sulla convivenza con questi animali: «Si raccomanda, dove ci sono i lupi, di tenere chiusi i cani, ma non è oggettivamente possibile, se si vive sulla cima di un crinale o in mezzo ai boschi, farlo in modo rigoroso e continuativo. I miei cani all’imbrunire sono dentro la casa o nel recinto loro destinato. Ma la sera del primo maggio Osso fiutava il terreno davanti a casa, si dev’essere allontanato fino ai confini del campo di erba medica e c’erano i lupi: un branco di almeno cinque o sei esemplari, a giudicare dalla larghezza dell’area d’erba calpestata dove l’abbiamo trovato. Il numero dei lupi fa capire che non ha quasi avuto il tempo di patire: la predazione è stata istantanea e implacabile». Scrive Serra che il suo primo pensiero è stato: «non si può vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho sbagliato, sono stato oltranzista, la natura è meravigliosa ma troppo dura, esigente. Dà molto ma prende molto, l’isolamento in inverno, la rarefazione dei servizi e della socialità. E ora, da qualche anno, la presenza incombente dei lupi, caso eccellente di salvaguardia di una magnifica specie che mezzo secolo fa era estinta, prospera». E poi: «In questo momento non ho la lucidità per dare buoni consigli. Mi hanno appena ammazzato un cane che ho amato come una persona. Ma sono sicuro che qualcosa va fatto, e velocemente, se si vuole che la convivenza tra uomo e lupo resti possibile, minimizzando i danni. Recinzioni e cani da pastore aiutano, ma non bastano. Non si può vivere sempre reclusi quando davanti agli occhi hai monti, boschi e spazi sconfinati». Il problema, sottolinea il giornalista, è che non si sta facendo abbastanza per garantire la convivenza tra l’uomo e il lupo, e «quando non si governa un fenomeno, sfugge di mano»: «Quando avverti, nella risposta delle autorità, una preoccupante vaghezza, si fa strada il “fai da te” che peggiora sempre i problemi, e anche gli umori. La specie è in pericolo se si rinuncia a governarla: le doppiette e le esche avvelenate (l’arma dei vigliacchi) provvedono a falcidiare ciò che deve essere protetto, e tutelato, anche utilizzando la selezione».

Il ricordo di Serra del suo cane Osso e le riflessioni sulla necessità di evitare simili dolorosi episodi ha avuto molta eco. A rispondere al giornalista, tra i tanti, è l’associazione “Io non ho paura del lupo”, che in una lettera aperta a firma del presidente Daniele Ecotti ha scritto al giornalista. Si tratta di una lettera personale e al tempo stesso pubblica, che parte da una storia concreta, quella di un ex allevatore che ha vissuto sulla propria pelle le difficoltà dell’agricoltura di montagna, per riportare il dibattito sul lupo su un piano più ampio, complesso e legato alla realtà. «Non sono stati i lupi a farmi chiudere. È stato un sistema che negli anni ha reso sempre più difficile vivere di agricoltura e allevamento in montagna», scrive Ecotti, ricordando come le crisi che attraversano oggi i territori montani abbiano radici profonde, precedenti al ritorno del lupo. La lettera riconosce e rispetta il dolore per la perdita di un animale domestico, sottolineando però un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: la presenza del lupo comporta rischi concreti che possono e devono essere gestiti. «Un cane lasciato libero e senza controllo, soprattutto in aree di presenza stabile del lupo, è esposto a un rischio reale», si legge nel testo. Si tratta di una riflessione che non intende colpevolizzare, spiegano dall’associazione, ma introdurre un principio fondamentale: la convivenza richiede responsabilità, anche individuale. Uno dei passaggi centrali della lettera riguarda la critica alle narrazioni semplificate. «Il punto non è negare i problemi. Il punto è non raccontare soluzioni semplici dove soluzioni semplici non esistono». Secondo l’associazione, ridurre il conflitto con il lupo a una questione numerica, «troppi lupi», rischia di essere fuorviante e inefficace. La rimozione di alcuni individui, in assenza di adeguate misure di prevenzione, non risolve il problema ma lo sposta nel tempo e nello spazio.

La lettera evidenzia un elemento spesso trascurato: il ritorno del lupo si inserisce in territori già fragili. Spopolamento, crisi dell’agricoltura di piccola scala, riduzione dei servizi e delle economie locali hanno preceduto la presenza stabile del predatore. In questo contesto, il lupo non è la causa, ma un fattore che rende più evidente una crisi già in atto.

L’associazione ribadisce la propria posizione: la coesistenza non è una formula astratta, ma un processo concreto che richiede strumenti, investimenti e cambiamenti. Prevenzione e supporto reale agli allevatori, monitoraggio strutturato e aggiornato, gestione degli attrattivi, interventi mirati nei casi critici, informazione e responsabilità diffusa sono elementi imprescindibili per costruire una convivenza reale. «Coabitare non è gratis. Richiede impegno, rinunce e adattamento da parte di tutti», sottolinea Ecotti.

La lettera si chiude con un invito chiaro: evitare che episodi dolorosi diventino strumenti di semplificazione. In un contesto già segnato da violenza, disinformazione e polarizzazione, il ruolo di chi ha visibilità pubblica è cruciale. «Usiamo il dolore per chiedere più responsabilità: più governo, più prevenzione, più conoscenza», è il messaggio finale.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione Eventi e News

Redazione Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User