Il caporalato è servito, orrore e sfruttamento nei nostri campi

04 Giugno 2026 - 12:55
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Il caporalato è servito, orrore e sfruttamento nei nostri campi

Dietro la frutta, la verdura e gli ortaggi che troviamo ogni giorno sulla nostre tavole, ci sono anche tragedie come quella dei quattro braccianti morti carbonizzati ad Amendolara in Calabria. Le vittime di un sistema feroce di sfruttamento che considera i lavoratori migranti come merce usa e getta, non come persone. Saranno le indagini della magistratura ad accertare perché due migranti pakistani hanno ucciso in maniera agghiacciante quattro lavoratori, anch’essi migranti. Il quinto, sopravvissuto, ha potuto raccontare cosa è successo. E le sue parole, insieme alle immagini di una telecamera di sorveglianza, hanno gettato una luce su dei tanti buchi neri che ogni giorno inghiottiscono persone che per sopravvivere sono costrette ad accettare l’inaccettabile, schiavizzati dai caporali. Ma dietro i caporali ci sono sempre i padroni, i cosiddetti “imprenditori”, che non hanno alcuno scrupolo ad usare mano d’opera a costo irrisorio per arricchirsi sempre più. Volevano braccia, ma sono arrivate persone. Parole tristemente celebri, dette sessant’anni fa dallo svizzero Max Frish, che guardava alla spregiudicate forme di reclutamento che nella civile confederazione elvetica venivano utilizzate nei confronti degli immigrati italiani. Le stesse dinamiche che troviamo oggi nelle nostre campagne. 

Le vittime di Amendolara, bruciate vive perché chiedevano di essere pagate per raccogliere le fragole, non avevano nemmeno 30 anni. Il più giovane di tutti, Ullah Ismat Qiemi, ne aveva appena 19. Con lui sono morti Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Tre afgani e un pachistano. Pachistiani anche i loro carnefici, i caporali Safeer Ahmed e Ali Raza, che hanno rinchiuso i quattro giovani in un minivan dentro una stazione di servizio lungo la statale 106, li hanno cosparsi di benzina, e poi hanno appiccato il fuoco all'auto. Ora sono in carcere, accusati di omicidio plurimo anche grazie alla testimonianza di un altro ragazzo afgano, che è riuscito a rompere un finestrino del minivan e a fuggire via. 

In Calabria si stima la presenza di 12mila lavoratori agricoli impiegati in condizioni di irregolarità. Lo rileva uno studio dei ricercatori del Cnr-Ismed Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, che hanno curato l’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato insieme al professor Francesco Carchedi. Secondo l’indagine, il fenomeno è particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali e interessa soprattutto i territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia e Trebisacce, in provincia di Cosenza. Tra i lavoratori coinvolti prevale la manodopera straniera proveniente da India, Marocco e Mali. I ricercatori evidenziano come all'interno del bacino degli occupati convivano situazioni differenti, che vanno dal cosiddetto “lavoro grigio”, formalmente regolare ma caratterizzato da giornate sottodichiarate e retribuzioni non conformi a quanto previsto dai contratti nazionali di categoria, fino ai casi di lavoro nero e sfruttamento estremo, legati alla precarietà abitativa, all’assenza di permessi di soggiorno provocati dalla tagliola della legge Bossi-Fini, e alla mancanza di alternative occupazionali. 

Più in generale, il fenomeno del caporalato in agricoltura assume forme sempre più complesse e organizzate, attraverso reti di intermediazione illecita che coinvolgono caporali stranieri e intermediari italiani. Gli studiosi del Cnr-Ismed analizzano le indagini sul settore, che evidenziano una crescente integrazione operativa tra figure appartenenti a diverse comunità straniere e interessi economici locali, con modalità di reclutamento e gestione della manodopera sempre più difficili da individuare da parte delle forze dell’ordine. 

In alcuni territori, tra cui proprio la Calabria, il fenomeno si intreccia con l’interesse delle organizzazioni criminali per il comparto agricolo. I ricercatori sottolineano che la violenza non rappresenta un elemento occasionale, ed è in realtà uno degli strumenti attraverso il quale il sistema si mantiene e si riproduce. Il rapporto tra caporale e lavoratore, spiegano Ferrarese e Di Sanzo, si configura spesso come un rapporto di potere fondato sulla dipendenza economica, sul controllo delle persone e, nei casi più gravi, su minacce e coercizioni, contribuendo a perpetuare condizioni di grave sfruttamento.

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