Il cattivo rapporto della politica italiana con la verità non è solo un problema morale

30 Luglio 2026 - 06:15
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Il cattivo rapporto della politica italiana con la verità non è solo un problema morale

Giorgia Meloni e Elly Schlein

Nell’intervista di qualche giorno fa su Il Giornale, a Tommaso Cerno che gli chiedeva, accartocciato ai suoi piedi, se nel centrodestra alle prossime elezioni ci sarà anche Vannacci, Giorgia Meloni ha risposto che non sarebbe serio proporre un’alleanza a chi «fino al giorno prima ha cercato di affossarti in ogni modo» e «ha sempre votato contro la fiducia a questo Governo». Questa risposta, però, non significa affatto che Meloni abbia definitivamente escluso di proporre a Vannacci di entrare nella coalizione di centrodestra.

Nei codici della politica italiana le parole non significano quello che dicono, ma quel che sottintendono, nascondono o perfino negano. Infatti nessuno, letteralmente nessuno tra gli analisti, gli osservatori, i giornalisti e i politici italiani ha minimamente pensato che con quell’intervista Meloni avesse chiuso – anzi, semmai aperto – il negoziato col generale.

Allo stesso modo, quando nell’intervista benevola, ma non sdraiata Cerno style, che Claudio Cerasa ha fatto a Elly Schlein, la segretaria del Partito democratico ha affermato che il Partito democratico «ha sempre convintamente sostenuto l’Ucraina con tutti i mezzi necessari» e che continuerà a farlo perché «è inaccettabile pensare che qualcuno, in Europa, possa pensare di riscrivere i confini con l’uso della forza», nessuno degli addetti ai lavori ha interpretato queste parole come l’annuncio che la testardaggine unitaria della leader democratica non avrebbe tollerato il superamento di questa linea rossa.

Nessun redde rationem con il M5S e Avs, figurarsi. Una dolce carezza ai riformisti interni al partito e una troppo riconoscibile esca per quelli esterni, che la condiscendenza pacifista potrebbe disilludere (a ragione) della natura progressista del Campo Lavrov.

E a proposito dei riformisti, l’inappuntabile lettera aperta di undici parlamentari nazionali ed europei del Pd che hanno messo sul tappeto tutti gli equivoci e le ipocrisie della sinistra sull’Ucraina, il pacifismo e la difesa europea, cosa significa? Che le posizioni così chiaramente rappresentate costituiscono il minimo sindacale del loro impegno futuro – diciamo la condizione per metterci la faccia, posto che la loro faccia sia gradita – o un auspicio di resipiscenza per compagni di partito e coalizione? Una cosa? L’altra? Entrambe? Nessuna delle due?

E se questo è un interrogativo che vale per dei riformisti di ottima volontà o di buonissima fede, come i firmatari della lettera aperta, è del tutto inutile interrogarsi sulla funzione e gli obiettivi dei riformisti interinali, che si candidano a fare i pupi del puparo Bettini, per allargare, come si dice, il campo progressista all’elettorato moderato, senza neppure porsi il problema di quali siano i sì e i no di cui chiedere conto e su cui tenere il punto, ad eccezione di quelli, ovviamente, che riguardino le loro candidature.

Perché dunque nella politica italiana non c’è quasi nessuno che si sottragga a questo codice della menzogna e della dissimulazione? Non penso sia solo o tanto un problema di sincerità e moralità personale. È ben peggio: pensano quasi tutti – ne sono proprio convinti – che il processo democratico non possa essere razionale, a differenza di quello scientifico e che lo spazio pubblico della politica sia il teatro dell’apparenza, delle bugie bianche e delle bugie nere; che gli elettori, insomma, possano essere trascinati solo loro malgrado alla fortuna o alla rovina, comunque in direzioni che non possono comprendere, né razionalmente approvare, e che l’unica vera moralità politica sia l’inganno a fin di bene e non di male – come con i bambini.

Il problema è che a questa totale assenza di verità del discorso politico non corrisponde solo un difetto di chiarezza, ma di responsabilità. Se nessuno risponde di ciò che dice, nessuno può davvero giudicarlo per ciò che fa. E se non sono responsabili le parole, cessano di essere responsabili le azioni e anche i giudizi su di esse. Ma se il consenso cessa di essere una forma di fiducia razionale, come per la medicina, diventa una forma di credulità popolare, come per la stregoneria.

Per i politici italiani, in genere, la parresia è una forma di ingenuità o di azzardo, non una condizione imprescindibile per l’efficienza del processo democratico, come avevano capito 2500 anni fa nella polis ateniese, nonché l’unico antidoto all’alienazione politica, come si sarebbe dovuto capire in quel ‘900 che l’ha perfezionata come corollario della regola totalitaria.

La parresia è il vero rischio d’impresa della democrazia, ma anche la sua vera sostanza. Lo abbiamo dimenticato. Non solo in Italia. Un mal comune che non è mezzo gaudio, se si guarda a quanto è politicamente malconcio il vecchio Occidente democratico.

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