Il lato oscuro del calamaro: dalla pesca cinese in mare aperto alla filiera opaca che arriva nei piatti europei

24 Giugno 2026 - 18:50
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Dietro un semplice piatto di calamari fritti si nasconde una filiera globale complessa e poco trasparente. In mare aperto operano enormi navi battenti bandiera cinese che possono restare in navigazione per anni senza rientrare in porto. A bordo si pesca soprattutto calamaro, in condizioni spesso difficili, con una forte separazione tra ufficiali e lavoratori manuali e un controllo assoluto del capitano.

In questo contesto, secondo numerose inchieste internazionali, emergono criticità legate a possibili casi di lavoro forzato, abusi e scarsa tutela dei diritti dei marinai. Il calamaro diventa così il centro di una filiera produttiva segnata da forte opacità e scarsa tracciabilità.

Una filiera del calamaro poco trasparente

Il calamaro che arriva sulle tavole europee è spesso congelato o decongelato, nonostante venga talvolta venduto come prodotto fresco. Gli esperti del settore evidenziano come esistano numerose specie commercializzate sotto la stessa denominazione, rendendo difficile per il consumatore conoscere l’origine reale del prodotto.

La filiera passa attraverso una rete complessa di intermediari e Paesi, con la Spagna che rappresenta uno dei principali hub di distribuzione verso l’Italia. In molti casi, però, il prodotto proviene da ulteriori mercati globali, inclusa la Cina, rendendo quasi impossibile ricostruire con precisione il percorso del calamaro fino al consumatore finale.

Il ruolo della Cina nel mercato globale del calamaro

La Cina è oggi il principale attore mondiale nella pesca e trasformazione del calamaro, con una flotta in continua espansione e una produzione che rappresenta una quota significativa del mercato globale. Le principali aree di pesca si trovano nell’Atlantico, nel Pacifico e nell’Oceano Indiano, dove operano centinaia di navi.

Accanto alla pesca, anche la fase di lavorazione è spesso concentrata in Cina, dove il prodotto viene pulito, congelato e successivamente riesportato verso Europa e Stati Uniti. Diverse inchieste hanno sollevato dubbi su possibili pratiche di lavoro forzato in alcune industrie di trasformazione, mentre la scarsa trasparenza dei controlli rende difficile verificare l’intera catena produttiva.

 

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