Il Milan ha già lasciato solo Ruben Amorim: tutti gli sbagli commessi da Gerry Cardinale e l'errore nel definirla ancora una grande squadra

18 Settembre 2026 - 20:50
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Pressioni esagerate dopo sole 5 partite figlie di un eccessivo carico di aspettative

Due mesi di lavoro, appena cinque partite ufficiali disputate e la sensazione che la strada per Rubén Amorim sia già in salita. E' stata sufficiente una sconfitta, peraltro contro un avversario nettamente superiore, per avviare il classico circo mediatico che tocca quasi inevitabilmente gli allenatori delle grandi squadre. Come il Milan. Ecco, iniziamo a sgombrare il campo dagli equivoci: il Milan non è una grande squadra e non da oggi. E nemmeno da ieri.

TROPPE ASPETTATIVE

Se il presupposto di ogni ragionamento sul club rossonero fosse questo e rappresentasse il punto di partenza per ogni analisi sul momento della squadra, sulle recenti scelte dell'allenatore portoghese e sulle difficoltà incontrate nel processo di apprendimento di un nuovo modo di giocare, probabilmente il carico di aspettative e quindi di pressioni piovute nell'ultima settimana su Amorim sarebbe stato inferiore. Che poi il diretto interessato ci stia mettendo del suo, con una comunicazione sempre più nervosa e tremendamente spontanea, in cui viene evocato lo spettro del fallimento senza che nessun interlocutore avesse posto una domanda in quei termini, è un'altra questione. Ma qui il tema è diverso: parafrasando un recente intervento a Sky Sport di Zvonimir Boban, il Milan da tempo non fa più cose da grande club, in tutti i campi.

AMORIM E' SOLO

Non può essere da grande club, dopo una pianificazione iniziata tra mille difficoltà e parecchie complicazioni nel costruire un assetto tecnico e dirigenziale all'altezza, pensare di delegare ad una persona sola ed una soltanto la responsabilità dell'intero gruppo squadra. Eleggendolo come il punto di riferimento attorno al quale tutto ruota, ma finendo altrettanto chiaramente per eleggerlo a possibile bersaglio nel caso in cui le cose non dovessero procedere per il verso giusto. Nel bene o nel male, nel nuovo Milan nelle mani di Gerry Cardinale, a rispondere di qualsiasi cosa è Amorim. Una chiara anomalia, soprattutto in un momento così delicato e dopo una stagione come quella passata terminata con un sonoro fallimento.

LE CONTRADDIZIONI

Coraggiosa, assolutamente apprezzabile la scelta da parte del patron rossonero di puntare su un deciso cambio di rotta, di dare grande risalto al tentativo di rifare grande il Milan guardando alla sua storia e alla sua tradizionale di squadra che perseguisse le vittorie attraverso un calcio spettacolare e propositivo. Altrettanto significativo è stato trasmettere il messaggio che Amorim sarebbe stato coinvolto in prima persona nella costruzione della squadra e di ogni scelta tecnica. Il calciomercato, lo si sa, è materia imprevedibile e non sempre controllabile al 100%, ma per quanto l'allenatore portoghese si sia sforzato più volte nel difendere la “rinuncia” ad alcuni obiettivi che avrebbero rafforzato ulteriormente la struttura della squadra, che manchi qualcosa per accelerare il processo di apprendimento non lo diciamo noi. Dopo averlo descritto come un “mercato da 10”, è stato lo stesso Amorim poco prima della partita col Benfica ad ammettere, su sollecitazione di Paolo Di Canio, che molti giocatori non sono forse adatti al suo credo calcistico.

DOV'E' CARDINALE?

Al Milan tutte le attenzioni sono dirottate su quello che fa e quello che dice il tecnico, ma perché all'interno del club rossonero non esiste nei fatti, e non solamente nelle parole, una struttura a protezione dell'allenatore. Di Amorim oggi, ma in futuro di qualcun altro. Non mettiamo in dubbio che mai come in questa stagione Gerry Cardinale sarà davvero vicino al suo investimento e cercherà di intervenire con prontezza qualora ce ne fosse bisogno. Ma non si può pensare che, in un ecosistema che più volte è stato ricordato essere particolare come quello del calcio italiano, i processi mediatici che già si stanno consumando sull'operato dell'allenatore debbano essere visti come un problema solo della stampa italiana. E' in primis un problema proprio per la persona che lui ha scelto e che, anche nella sua precedente esperienza in Inghilterra, ha dimostrato di soffrire molto sul piano emotivo.

MANCANO UOMINI DI CALCIO

Ed è un problema del proprietario del Milan occuparsi del fatto che il suo allenatore possa lavorare nelle condizioni migliori possibili da un punto di vista ambientale e abbia il totale supporto, anche settimanale, per fare le scelte migliori nell'interesse di tutti. Perché è certamente apprezzabile ed apprezzato che una figura nuova per il nostro calcio non abbia difficoltà e remore ad aprirsi agli altri, cercando di spiegare e motivare ognuna delle sue decisioni. Ma è in situazioni come questa che si avverte l'assenza di altri uomini di calcio, che possano all'occorrenza prendere il posto del tecnico nelle interviste ormai sempre più frequenti alle televisioni – sia prima che dopo le partite – ma che siano la sua naturale prosecuzioni anche nel quotidiano.

L'IMPORTANZA DI UN DS

Oltre a gestire in maniera probabilmente diversa la sessione di mercato e non lasciando al patron ogni decisione in merito, che ha generato questa estate tempistiche lunghe e modalità discutibili nella comunicazione rivolte a quei calciatori che non rientravano nel progetto. Con indubbi svantaggi poi al momento di provare a cederli ad eventuali compratori. Un direttore sportivo o un direttore dell'area tecnica sono figure fondamentali affinché all'interno di una squadra ci sia un confronto continuo e costruttivo per risolvere eventuali problemi e per gestire al meglio i rapporti tra staff e squadra. Cardinale ha tirato dritto per la sua strada, cercando di applicare altri modelli gestionali estranei al calcio ad una realtà tanto specifica e peculiare.

GLI ESPERIMENTI DI AMORIM

Lo avrà fatto sicuramente nella convinzione di velocizzare la realizzazione di un progetto nato tardi, nato fra molte incognite che stanno presentando il conto già ora. Paradossalmente dopo appena una sconfitta in Europa League, ma anche dopo una serie ravvicinata di prestazioni poco convincenti del Milan, che dal debutto tutto sommato convincente col Torino ha iniziato a regredire invece che migliorare. Coi nuovi arrivati che faticano ad esprimersi (Gonçalo Ramos) o a giocare con continuità (Diego Moreira) o un modo di far ruotare l'intero organico che ha fatto storcere il naso a molti. Sembra quasi che Amorim stia prolungando di un mese rispetto al normale le prove da precampionato. Un precampionato che, a detta sua, non aveva avuto una programmazione tale da consentirgli di vedere all'opera i suoi calciatori con maggiore frequenza.

SERVE VINCERE

Tutto giusto, tutto vero. Ma il tempo degli esperimenti è finito. Vincere contro il Lecce e cercare di farlo al meglio diventa improvvisamente la cosa più importante di tutte: per trasmettere serenità ad un ambiente già vicino alla crisi di nervi, per portare serenità attorno all'allenatore e spegnere sul nascere i primi venti di crisi. Per scongiurare tutti quei pericoli e quelle insidie dalle quali il Milan di oggi non sarebbe in grado di proteggersi, per limiti strutturali. Per un'inesperienza gestionale che, se non risolta per tempo, può solamente peggiorare e arrecare danni ad una persona ed una soltanto: Rubén Amorim.

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