Il Milan parla tante lingue, ma ha smarrito la sua identità: oggi rischia di diventare il quarto club della Lombardia
Gli ultimi sviluppi sulla situazione del Milan.
C’era un allenatore portoghese (Amorim), un dirigente tedesco (Krösche), un proprietario americano (Cardinale) e uno svedese senza fissa dimora né impiego (Ibra). Non è l’inizio della solita e abusata barzelletta da bar sport, ma la bizzarra realtà strutturale del Milan di oggi. Un club glorioso che ha smarrito la propria identità per inseguire i riflettori di un palcoscenico globale, sempre più lontano da San Siro e dalle radici del calcio italiano.
L'ultimo capitolo di questa saga hollywoodiana è andato in scena addirittura alla Casa Bianca, dove Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimović hanno pensato bene di presenziare all'ottantesimo compleanno – come al solito pittoresco e iper-mediatico – di Donald Trump. Mentre a Milano i tifosi rossoneri invocano chiarezza (e speranze…) sul futuro, i due massimi esponenti della dirigenza preferiscono i palcoscenici della politica-spettacolo, legati tra l'altro a eventi del mondo MMA.
Un tempismo a dir poco rivedibile, che ha scatenato una furente e giustificata ondata di critiche sui social. Ibra, in particolare, è finito nel mirino dei media e dei tifosi persino in Svezia, perché ha snobbato la sua stessa Nazionale – che al debutto mondiale batteva 5-1 l’Algeria a Monterrey, in Messico – pur di volare a Washington. Ha preferito il compleanno di Trump non solo al Milan ma anche alla Svezia. E delle due, almeno una…
Il punto, però, è più profondo di una semplice trasferta presidenziale. Questo stile "trumpiano", basato sulla spettacolarizzazione esasperata e sulle apparizioni a effetto, ha veramente stufato. E non soltanto i tifosi della Curva, ma chiunque abbia ancora a cuore la dignità storica del Milan. Cardinale e la proprietà RedBird stanno trattando il club che fino a un decennio fa era “il più titolato al mondo” come se fosse un circuito di wrestling: un contenitore di puro intrattenimento commerciale dove la narrazione e il brand contano più dei tre punti la domenica. Così facendo, si sta cancellando con un colpo di spugna tutta la gloriosa epopea berlusconiana, fatta sì di grandeur mediatica, ma ancorata a milanesità, competenza calcistica e un legame romantico con la storia.
Oggi la realtà è impietosa. Se un tempo il Milan dominava, adesso rischia di diventare – in termini di pura gestione sia attuale che futura – il "terzo o quarto club della Lombardia", surclassato non solo dai rivali storici dell'Inter, ma persino dal modello impeccabile dell'Atalanta o dalle nuove ambizioni rampanti del Como. Una provocazione? Sì, ma anche l’impietosa fotografia della spaventosa perdita di centralità calcistica a favore del fatturato d'immagine.
Per evitare che tutto si trasformi definitivamente in una barzelletta straniera, il Milan “made in USA” di Cardinale e Ibra è/sarebbe chiamato a dare risposte concrete. Nel frattempo, Ruben Amorim è ufficialmente pronto a firmare il contratto come nuovo allenatore. E la rivoluzione non si ferma alla panchina. Per il ruolo di direttore tecnico il nome in pole position è quello di Markus Krösche, attuale dirigente dell’Eintracht Francoforte, che è intenzionato a portare con sé il fido Timmo Hardung come direttore sportivo. Con le trattative in stato avanzato per l'asse tedesco, al club resterà poi solamente da definire la casella del nuovo CEO. Tanti passaporti diversi, pochi acquisti e tante cessioni, con il contorno di qualche passerella transatlantica. Una domanda resta sospesa: in questa multinazionale dello spettacolo, chi pensa più al Milan, alla sua storia e – soprattutto – a vincere?
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