Il Papa che cresce nel mondo, la contemporaneità e l’America
Sostenevano che questo Papa Leone XIV, preparato ad esserlo come nessuno aveva immaginato, a partire dal nome con il suo significato, era un po’ sotto traccia nel primo anno del suo pontificato, seguito a quello “rivoluzionario” di Francesco.
Invece questo secondo Santo Padre arrivato dalle Americhe sta rivelando una forza tranquilla, per qualche verso travolgente, all’interno e all’esterno della Chiesa. La missione spagnola con i suoi cinque giorni nella penisola iberica, con un indiscusso trionfo di popolo (milioni di folla alle sue celebrazioni) e di segnali mandati non solo alla terra che stava calcando, ma al mondo intero nei giorni cruciali, tra guerre e trattative, segna un passo chiave nel suo pontificato.
Papa Prevost non è assolutamente un Papa transitorio, scelto per “calmare” le acque dopo le grandi spinte di Bergoglio. Non è colui che deve ricondurre le posizioni all’interno e all’esterno del Vaticano nei canoni precedenti. Ha certamente la missione di chiarire alcune “punte” del pontificato precedente, a incominciare da quelle che avevano generato anche pesanti contrapposizioni nella Chiesa, sopratutto tra tradizionalisti e progressisti. Ma non è questo il cuore del suo impegno. D’altra parte ogni Papa ha il suo ruolo e chi ci crede sostiene che sia lo Spirito Santo a scegliere secondo le esigenze che si presentano alla Chiesa in quel momento e infatti ogni Papa ha la sua personalità, il suo percorso generalmente discontinuo dai suoi predecessori.
Nella Chiesa moderna ci sono poche eccezioni e forse solo quella di Paolo VI, Papa Montini, che si trovò a gestire il Dopo Concilio e in qualche modo seguì il percorso di Giovanni XXIII, anche se con uno stile molto diverso, ma con imput simili rispetto alla rivoluzione conciliare e all’impegno di mandare avanti le grandi riforme impostate. Pensate alle differenze tra Giovanni Paolo II, Woytjla e Benedetto XVI, un Papa mondiale da rivoluzioni geopolitiche e un fine teologo, forse il più dotto del Novecento.
Prevost in un solo anno ha già mostrato il suo carattere, anche dietro quel sorriso dolce che avevamo imparato a conoscere nel giorno della sua elezione dalla Loggia, con quel discorso, preparato e letto con una emozione palese, nel quale si intravvedeva già lo spirito nuovo. Intanto l’impronta del nuovo si è manifestata con la risoluzione chiara del conflitto oramai esploso nella liturgicamente delicata contrapposizione dei tradizionalisti e dei progressisti , tra chi voleva allargare – per fare un esempio – la messa in latino con un clamoroso ritorno, che era stato fermato da Francesco e chi voleva limitarla al minimo indispensabile.
Nessuna barriera in un senso o nell’altro, ma neppure le briglie sciolte per una retromarcia che riporti tutti indietro. Una politica di tolleranza per non esasperare gli animi. Si può celebrare con l’antico rito ma senza esagerare. La seconda partita, quella che sembrava più bruciante è stata quella della coincidenza tra la sua elezione e la nomina di Donald Trump presidente per il secondo mandato.
Due americani, due nord americani, contemporaneamente in ruoli tanti importanti, con il tycoon Usa che ha perfino cercato di attribuirsi il merito di quella elezione vaticana, arrivando quasi alla blasfemia con la copertina che lo raffigurava nelle vesti papali. In poco tempo Prevost ha silenziosamente capovolto quella forzatura ed ora sugli scenari mondiali sicuramente la sua figura si staglia con maggiore forza e autorevolezza rispetto al suo conterraneo, alle prese con guerre dilaganti e paci quasi impossibili da raggiungere.
Il Papa con i suoi continui appelli, con le riflessioni puntuali, con le esortazioni precise, è diventato un punto di riferimento costante per ogni leadership sul pianeta. Non solo il suo ruolo “americano” ha trovato la giusta proporzione rispetto alle sparate quotidiane della Casa Bianca.
A partire dalle risposte che ha dato a Elise Ann Mallen, che ha scritto una sua biografia, facendola precedere da una intervista. Alla domanda se pensa di incontrare il presidente Trump e di dialogare con lui, cercando una possibilità di incontro, visto il suo vantaggio di essere americano, ha risposto chiaro. “Non necessariamente, sarebbe molto più opportuno che i vertici della Chiesa negli Stati Uniti si impegnassero con lui in modo serio e approfondito. Direi lo stesso di qualsiasi governo . Ho incontrato molti leader mondiali e ci sono temi importanti che si possono affrontare, ma è impossibile che il Papa entri nelle questioni dei singoli paesi per dire “dovreste fare questo, dovreste fare quello. Francesco aveva intrapreso verso la fine del suo Pontificato una iniziativa importante sui migranti . Mi ha fatto piacere vedere che i vescovi statunitensi l’abbiano accolta e come alcuni di essi abbiano avuto il coraggio di portarne avanti il messaggio”, ha replicato, sottintendendo chiaramente la forza della politica della Chiesa contro quella violenta di espulsioni e di muri innalzati da Trump per fermare l’immigrazione.
Dunque quanto è ancora “americano” Papa Leone? Sempre nella stessa identica intervista, alla domanda molto più leggera. per chi tifa ai Mondiali di calcio ha risposto che lo farà per il Perù, il paese dove ha vissuto da missionario per 22 anni e non per la nazionale USA. Prevost ha preso posizioni chiare contro le diseguaglianze, ma con un tono diverso rispetto a Francesco. La notizia che Elon Musk diventerà la prima persona al mondo con un patrimonio di 1000 miliardi di dollari ha fatto commentare il Papa che se oggi il valore si misura soltanto in base a simili parametri allora siamo davvero nei guai seri. La sua conclusione è che bisogna affrontare con urgenza tali questioni: la crisi che si profila con la tecnologia, l’intelligenza artificiale, il mondo del lavoro, la possibilità di garantire posti di lavoro a tutti . Ecco allora la spiegazione diretta del suo nome e della sua politica:
“Se automatizziamo l’intero pianeta e solo pochi dispongono dei mezzi necessari per vivere bene e condurre un’esistenza piena di significato, allora c’è un grande problema , un enorme problema…..È stato uno dei pensieri che mi hanno guidato nella scelta del nome Leone , alla luce di ciò che sta accadendo oggi e delle sfide che abbiamo davanti”.
Tutte queste posizioni nuove, moderate ma decise , non mettono il nuovo Papa al riparo dalle grandi questioni che la Chiesa si trascina da oggi e che il Sinodo, voluto da Francesco e appena concluso, non ha risolto, come il celibato dei sacerdoti, il ruolo delle donne nella Chiesa, diverse forme nella gerarchia ecclesiale, oramai tartassata in Occidente soprattutto dal calo vertiginoso delle vocazioni.
Sono temi che Francesco aveva sul piatto soprattutto dopo alcuni Sinodi sudamericani, dove si erano già create figure avanzate in quella gerarchia, come i “viri probati”, laici autorizzati a sostituire il clero assente in aree particolarmente sperdute e quasi irraggiungibili, come quelle dell’Amazzonia. Ma le tensioni non arrivano solo dall’altra parte del mondo. In Europa la pressione dei grandi cardinali e vescovi tedeschi per riforme incisive su questi temi, che avevano sfidato il Vaticano e minacciato perfino uno scisma, come nel segno di Lutero, tornano a farsi avanti. E così il nuovo Papa si trova stretto anche lui tra queste pressioni e quelle opposte, come l’intenzione della Congregazione di San Pio X, che intende consacrarsi i vescovi per conto suo, nella liturgia antica e nello schema del famoso strappo del cardinale Lebfevre, che nel 1987, sul prato di Econe in Svizzera, consacrò tre vescovi senza il permesso papale.
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