Il paradosso verde si presenta a Firenze. Con Roberto Della Seta, Legambiente Toscana e greenreport

14 Ottobre 2026 - 15:25
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Il paradosso verde si presenta a Firenze. Con Roberto Della Seta, Legambiente Toscana e greenreport

Roberto Della Seta, già senatore e soprattutto presidente di Legambiente, sarà a Firenze giovedì 22 ottobre per presentare il suo ultimo libro, Il paradosso verde, edito per i tipi di Laterza. L’appuntamento è organizzato dal Cigno verde regionale, dalle ore 17 alle 18.30 alla libreria Libri Liberi, via San Gallo 25R. Oltre all’autore interverrà Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana, mentre al coordinamento è stato chiamato il caporedattore di greenreport, Luca Aterini.

Per presentare l’evento, pubblichiamo di seguito un intervento a due voci – a Della Seta si affianca quella di Francesco Ferrante – in collaborazione con La nuova ecologia, storica rivista pubblicata da Legambiente.

In queste pagine rendiamo pubblico un dialogo tra due grandi ambientalisti, e grandi amici, che va avanti da molti anni. Mentre Roberto Della Seta scriveva il suo libro, Il paradosso verde, premette Francesco Ferrante, «coglievo la sua critica agli errori commessi dal movimento ambientalista: da un periodo di grande forza mediatica, leggi Greta Thunberg, e di scelte industriali che andavano verso la transizione ecologica – il primo Green deal della prima commissione Von der Leyen – si è arrivati all’attuale fase di reflusso su questi temi. Pensavo che Roberto fosse concentrato su questi errori. In realtà il suo libro è una difesa – al suo solito, colta – di un certo modo di essere ambientalisti, in cui cerca di fare piazza pulita di quei luoghi comuni di cui un certo ambientalismo si è nutrito».

Roberto Della Seta. Chiariamolo subito: io sono il pessimista, Francesco l’ottimista. Personalmente sono molto preoccupato da una contraddizione evidente: da una parte c’è la crisi climatica conclamata, che nasce da emissioni che resteranno per lungo tempo nell’atmosfera producendo un’inerzia nel cambiamento climatico con effetti non lineari. Dall’altra parte c’è un’altra inerzia, quella della politica. Oggi contestare la transizione ecologica è diventato il cavallo di battaglia di molte forze politiche. È vero, l’economia continua a camminare nella direzione giusta, ma la politica conta ancora. Il mio timore è che se questo tipo di politici continueranno ad avere responsabilità di governo, gli effetti sulla contraddizione tra crisi climatica, sempre più grave, e transizione ecologica, sempre più impopolare, aumenterà.

Francesco Ferrante. Su questo sono completamente d’accordo. In qualsiasi dibattito con gli esponenti politici di centrodestra si sente ripetere che il green deal è ideologico, che è la spia di una disattenzione alle questioni reali, ai problemi reali. Ma io voglio risponderti utilizzando argomenti di cui scrivi nel tuo libro. In un capitolo spieghi che di crisi climatiche il pianeta ne ha subite tante, anche peggiori di quella in atto. Questo per dire che non è il pianeta a rischiare, ma la sopravvivenza stessa della nostra specie. Poi dimostri che questa è però la prima crisi climatica causata dall’uomo. La buona notizia è che siccome l’abbiamo causata noi, noi possiamo rimediare. Inoltre, scrivi che la crisi climatica non procede linearmente ma per salti, per tipping points (punti di non ritorno, ndr). E che questo vale anche per le scelte di economia, per le azioni dell’uomo, che non è affatto detto siano lineari. Pensa alla questione delle rinnovabili: quarant’anni fa sembrava impensabile, oggi sono un fenomeno industriale con investimenti globali molto più alti rispetto a quelli riguardanti le fonti fossili. Quel tipping point ormai è avvenuto.

R.D.S. Non c’è dubbio, in mezzo c’è però la questione del consenso sociale: un protagonista assoluto sia del problema, sia della sua soluzione. La destra ha delle radici filo ecologiche, che ha abbandonato perché ha capito che cavalcare il “no” alla transizione ecologica fruttava dal punto di vista del consenso. E qui vengo a quello che secondo me è l’errore principale del discorso ambientalista: presentare questa grande trasformazione, in cui già siamo immersi, come una strada tranquilla che vede solo vincitori, che produce benefici per tutti. Non è così. Come tutte le grandi trasformazioni tecnologiche, economiche, e persino quelle personali, produce vincitori e vinti, soprattutto in Europa, dove si intreccia con il declino di un continente sempre più piccolo, anche economicamente, rispetto a grandi player come Cina e India. Ecco, secondo me il problema del consenso sulla transizione ecologica nasce dal fatto che non si è detta abbastanza la verità: questa trasformazione va accompagnata con grandi politiche che riducano il danno sociale. Il caso più vistoso è quello del settore automobilistico: l’Europa per un secolo è stata protagonista indiscussa della produzione e dell’utilizzo dell’automobile. Una leadership oggi persa per tante ragioni, a partire dal fatto che non ha creduto nel passaggio dall’automobile endotermica a quella elettrica. Oggi la Cina ha vinto. E questo va anche al di là, secondo me, dell’effetto diretto sulle lavoratrici e i lavoratori che perdono il posto di lavoro e che naturalmente devono essere accompagnati verso un’alternativa non assistenziale. È un problema che riguarda l’immaginario europeo, dato che l’automobile in Europa non è solo un pezzo dell’industria manifatturiera ma uno degli ingredienti della nostra formazione. Insomma, il problema è sociale e anche culturale, e il discorso ambientalista l’ha un po’ sottovalutato.

F.F. Sì, su questo ti do ragione. La Commissione europea, quando ha lanciato il Green deal, ha poi varato anche il Just Transition Fund, ma era una cosa un po’ marginale. Quindi il tema esiste. Affrontare la questione ambientale, per quelli della nostra generazione, era soprattutto una chiave per il cambiamento nei rapporti tra le persone, con le imprese, tra le persone e la natura ovviamente. Era una leva di cambiamento sociale. Dobbiamo recuperare questa idea per dare qualche strumento in più a chi vuole confliggere con quella destra che non è più conservatrice ma soltanto sovranista e reazionaria, sempre in prima fila contro tutte le ipotesi ambientali.

R.D.S. Sono d’accordo. Non ci sto a essere rappresentato come una specie di élite illuminista e tecnocratica. Quando Legambiente è nata, le élite erano le nostre nemiche. Oggi una parte della vulgata racconta il Green deal come l’imposizione di un gruppo di privilegiati, della Commissione europea, dei ricchi del mondo. Noi non ci saremmo mai battuti per denunciare anni fa la crisi climatica, senza batterci al tempo stesso per i diritti civili, per la pace. Legambiente ha partecipato al G8 di Genova, nel 2001, perché credevamo che il cambiamento non fosse frazionabile e che quindi dentro ci fosse anche una radicale discontinuità nel modo di affrontare i problemi del mondo. Faccio una provocazione. Oggi Greta Thunberg si occupa di altro, di cose che appaiono a molti più urgenti. Lei si occupa di Gaza, e anche io essendo in parte ebreo denuncio il genocidio messo in pratica da Israele a Gaza e anche in Cisgiordania. Questo risponde alla sollecitazione che facevi: noi pensiamo che l’ambientalismo sia poco interessante se rimane separato da altri tipi di battaglie civili per la giustizia. Dobbiamo fare in modo di mettere la crisi climatica dentro una più generale battaglia di progresso.

F.F. Secondo me questa è la strada per affrontare un altro “paradosso verde”, quello del Nimby contro le rinnovabili. Quello dei vip radical chic, ma a volte anche di gente comune sul territorio. Bisogna farli ragionare sulla crisi climatica che devasterebbe comunque quel paesaggio, dargli la possibilità di capire che quella è una battaglia anche per cambiare i rapporti tra le persone, e non soltanto la natura, in maniera positiva e progressista.

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