Il South Working di Schifani trasforma la Sicilia in una periferia residenziale

C’è una misura che racconta molto più della Sicilia di quanto probabilmente intendesse raccontare chi l’ha ideata, il governatore Renato Schifani. Perché il punto non è il lavoro agile. Il punto è l’idea di sviluppo che c’è dietro. La Sicilia ha trovato il modo di fermare l’emigrazione dei giovani. O almeno di provarci. Non creando grandi imprese, non attirando investimenti, non costruendo un ecosistema dell’innovazione, non rendendo competitive le università o i servizi. Più semplicemente: pagando le aziende del Nord perché lascino lavorare i loro dipendenti dalla Sicilia.
Si chiama South Working, ma potrebbe chiamarsi «restanza assistita». La Regione Siciliana mette sul tavolo 54 milioni di euro in tre anni per incentivare le imprese che assumono o stabilizzano lavoratori consentendo loro di lavorare quasi esclusivamente da remoto, purché lo facciano dall’isola. Trentamila euro per ogni dipendente, erogati in cinque anni. Il presidente Schifani la presenta come una misura per richiamare i talenti e investire sul futuro. È difficile contestare la buona fede dell’obiettivo; più complicato è non interrogarsi su ciò che questa iniziativa racconta della Sicilia contemporanea.
Letta senza la retorica istituzionale, la misura dice questo: non siamo più nemmeno nella fase in cui speriamo che le aziende vengano a investire qui. Accettiamo che il lavoro, il centro decisionale, la crescita professionale, le opportunità e il valore aggiunto rimangano altrove. Ci basta che il lavoratore dorma a Palermo, faccia la spesa a Ragusa e paghi l’Irpef vivendo a Caltanissetta. In altre parole: i cervelli possono tranquillamente continuare a lavorare per Milano, Torino, Bologna o Londra. Purché il loro corpo resti in Sicilia.
Si tratta di una fotografia impietosa della resa della politica meridionalista. Per decenni, il dibattito sul Mezzogiorno si è concentrato su come creare occupazione locale, sviluppare filiere produttive, costruire infrastrutture e ridurre il costo dell’insularità. Oggi, il traguardo sembra essersi abbassato: non più creare lavoro in Sicilia, ma fare in modo che chi lavora altrove possa almeno aprire il computer da casa dei genitori.
Naturalmente, il lavoro agile è una rivoluzione reale che offre una possibilità concreta a molti ragazzi. Nessuno mette in discussione lo smart working come strumento di qualità della vita. Ma trasformarlo in una politica industriale è un’altra cosa.
Il South Working non genera imprese siciliane, non crea innovazione sul territorio e non aumenta la competitività delle aziende locali. Queste ultime, anzi, rischiano di trovarsi ulteriormente svantaggiate rispetto a concorrenti esterni che ricevono incentivi pubblici per assumere lavoratori siciliani senza spostare di un metro i propri uffici. Il paradosso è evidente: il denaro pubblico siciliano diventa uno strumento di sostegno indiretto a un sistema produttivo che continua a concentrarsi nel Centro-Nord.
Certo, il lavoratore consuma sul territorio, compra casa, frequenta negozi. È un beneficio reale di tenuta sociale, ma è sufficiente per parlare di sviluppo? O è semplicemente gestione del declino? La Sicilia, per la prima volta, sembra rinunciare a un’idea fondativa: che il Sud debba produrre ricchezza. La misura non prova più a spostare capitale verso il Mezzogiorno, ma persone. Non è una politica del lavoro, è una politica demografica dettata dal panico della desertificazione umana.
Questa misura, infatti, non nasce nel vuoto. Nasce dentro un’emergenza che nessun governo regionale può più permettersi di ignorare. I numeri dello spopolamento sono drammatici. Tra il 2019 e il 2026, hanno lasciato l’isola 96.328 giovani tra i 18 e i 35 anni, quasi un decimo dell’intera popolazione di quella fascia d’età (9,6 per cento). Le province dell’interno sono al collasso: Enna ha perso il 14,3 per cento dei giovani, Caltanissetta oltre il 12 per cento, Agrigento quasi il 12 per cento. Ma anche i grandi centri arretrano: Palermo, Catania e Messina hanno visto partire, da sole, oltre 61 mila ragazzi. Un’emorragia che l’immigrazione straniera riesce ad attenuare solo in minima parte.
C’è poi un dato che rende ancora più evidente come il South Working intervenga sull’ultimo anello della catena, senza affrontarne le cause. La Sicilia continua a registrare gli indicatori più critici del Paese sul fronte dell’istruzione. La dispersione scolastica sfiora il 14 per cento (contro una media nazionale dell’8,2 per cento), ma il vero dramma è la dispersione implicita: il 23,6 per cento degli studenti siciliani conclude le scuole superiori senza aver acquisito le competenze minime. Nei test Invalsi, oltre la metà degli studenti non raggiunge la sufficienza in italiano e quasi due terzi falliscono in matematica.
È da qui che comincia la fuga dei giovani: da un sistema educativo che produce disuguaglianze e rende difficile costruire sul territorio quelle competenze che poi si è costretti a cercare altrove. Se quasi centomila ragazzi hanno lasciato l’isola in sette anni, davvero il problema era soltanto la mancanza di un computer connesso da remoto? O, piuttosto, cercavano contesti stimolanti, prospettive di carriera, servizi efficienti e reti di relazioni professionali?
Negli ultimi anni, il lavoro da remoto è diventato uno strumento con cui molte aree periferiche europee – dal Portogallo alla Grecia – cercano di contrastare lo spopolamento. Ma la Sicilia non è una piccola isola dell’Atlantico per nomadi digitali. È una regione di quasi cinque milioni di abitanti, con un sistema universitario importante, aree urbane e poli tecnologici che, pur tra mille difficoltà, esistono.
Il rischio reale è che il South Working diventi la perfetta metafora della Sicilia del XXI secolo: una splendida periferia leisure, un territorio bellissimo da abitare, una piattaforma residenziale connessa in fibra ottica ma totalmente scollegata dalle filiere dove si produce la ricchezza e si prendono le decisioni strategiche.
La misura potrà anche funzionare sul piano individuale, ripopolando qualche borgo e migliorando la vita di molte famiglie. Ma proprio perché può avere successo, diventa urgente interrogarci sul piano collettivo. Se il principale orizzonte della politica economica siciliana diventa convincere le aziende del Nord a lasciare i propri dipendenti davanti a uno schermo affacciato sul mare di Cefalù o di Ortigia, la vera notizia è che la Sicilia ha abbassato la propria ambizione. Non chiede più che il lavoro torni sull’isola. Si accontenta che tornino, almeno, i lavoratori. E che la connessione funzioni.
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