Le relazioni come forma di artigianato

06 Luglio 2026 - 05:12
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Le relazioni come forma di artigianato

In un presente gastronomico che racconta sempre più spesso chef, ristoranti e nuove aperture, (r)esistono ancora manifestazioni che spostano l’attenzione su qualcosa di meno evidente ma non meno fondamentale. La Notte degli Osti, manifestazione ideata e diretta da Giovanni Sparano e giunta alla sua sesta edizione, si è svolto a Eboli, in Campania proprio la scorsa settimana. Un appuntamento volutamente meno gridato rispetto ad altri appuntamenti della penisola, dove ogni anno cuochi, produttori, musicisti, autori e figure centrali per il settore, si ritrovano per stare insieme.

Le cucine si aprono al pubblico, gli osti accolgono colleghi provenienti da tutta Italia, i vignaioli raccontano personalmente i loro vini, le tavolate occupano le strade e la musica invade le notti tiepide d’estate. Il pubblico si muove da un locale all’altro seguendo la curiosità, il proprio gusto e nessuno sceglie veramente nessuno perchè è come essere in una grande famiglia. Un modo diverso di raccontare la gastronomia, che sposta l’attenzione dal singolo piatto e dai suoi elementi al circostante, alla geografia del posto, alla tavola e quindi, all’uomo.

Il tema scelto per questa edizione, Quel che resta di un Mondo, sembra parlare di memoria. Dopo averlo vissuto in prima persona, possiamo affermare con certezza che si è parlato soprattutto di presente. In particolare, di quella sfida, ormai quotidiana per molti interpreti della ristorazione, che comporta oggi custodire le tradizioni. La risposta non riguarda soltanto ricette, prodotti o tecniche. Riguarda il modo in cui queste continuano a circolare tra le persone, cambiando, evolvendo e in qualche modo restando sé stesse. Alberto Grandi, filosofo e studioso in materia, ci ricorda che la parola tradizione porta la stessa radice del verbo tradire, tradare in latino, quindi del tradimento. «Chi fa tradizione» – espressione oltremodo abusata negli ultimi tempi – potrebbe in parte affidare al prossimo un sapere così come anche consegnarlo al nemico.

@gaiamenchicchi
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In occasione de La Notte degli Osti, per una sera, ogni oste accoglie nella propria cucina uno chef proveniente da un’altra parte d’Italia. Da Alberto a Il Papavero, da Il Panigaccio a Dogana, fino a Piazzetta Santa Sofia e Osteria Centro Storico. Giovanni Sparano cucina con Andrea Poli, Maurizio e Benedetta Somma lavorano accanto a Marco Ambrosino, Cosimo della Rocca e Francesca Montemurro ospitano Francesca Barreca e Marco Baccanelli di Mazzo, mentre i vignaioli affiancano gli osti raccontando personalmente il proprio lavoro e i propri vini.

@gaiamenchicchi
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Non si tratta di uno scambio simbolico. Si condividono cucine, brigate, tempi e responsabilità. Ogni locale rinuncia, almeno per una sera, al suo normale progetto per aprirsi a una contaminazione. Nulla di così diverso dalle cene a più mani che si vedono in ristoranti d’autore o eventi, ma il fatto che la manifestazione parta esattamente da questo livello, e dagli osti stessi di Eboli e dintorni, ci ha colpito. Tutto sembra muoversi verso un’idea precisa di ospitalità: quella che cresce attraverso l’incontro, non attraverso l’esibizione. Se c’è un settore che fonda ogni suo meccanismo e dinamica, verso l’esterno e verso l’interno, sulle relazioni, è proprio la ristorazione. Ecco perché non è così folle parlare di un vero e proprio artigianato delle relazioni, dove minuziosamente e ognuno con una propria firma, gli osti si fanno portatori di una narrazione e della cura del cliente.

@gaiamenchicchi

Più che custodire una cucina, custodisce una rete di rapporti. Conosce i produttori, interpreta il territorio, mette in contatto persone che altrimenti non si sarebbero incontrate. È un lavoro silenzioso, quasi invisibile, e proprio per questo indispensabile.

In un momento in cui molti eventi gastronomici rischiano di trasformarsi in una successione di showcooking, nomi illustri e performance più o meno individuali, La Notte degli Osti sfata questo modello ridando valore al confronto, alle sinergie e alle collaborazioni.

Fotografie di Gaia Menchicchi

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