Il sovranismo a debito di Meloni scarica sull’Europa i fallimenti italiani

28 Maggio 2026 - 05:07
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Il sovranismo a debito di Meloni scarica sull’Europa i fallimenti italiani

Giorgia Meloni governa da quattro anni un Paese ultimo per crescita economica e primo per debito pubblico, dove la produzione industriale è arretrata del 4 per cento da quando è a Palazzo Chigi. Ma invece di spiegare agli italiani perché il suo governo non è in grado di finanziare misure per contenere i danni della crisi energetica, è tornata ad attaccare il nemico politicamente perfetto che incassa senza rispondere: l’Unione europea. 

Meloni vorrebbe altri cinque-nove miliardi per tagliare accise e bollette. La Commissione europea le ha risposto che gli strumenti esistono già, senza aumentare il deficit: usare i residui del Pnrr e riprogrammare i fondi di coesione. Roma, invece, chiede che la flessibilità fiscale concessa in via eccezionale per la difesa venga estesa anche agli interventi contro la crisi energetica. Bruxelles teme che così si apra un precedente pericoloso: ogni emergenza diventerebbe una deroga, ogni crisi una ragione per allargare il deficit. Il tutto invocando un nuovo strappo al Patto di stabilità che il governo Meloni ha contribuito a riformare meno di due anni fa, e che la stessa presidente del Consiglio definì allora un «compromesso di buonsenso», con regole «meno rigide e più realistiche» rispetto al passato.

Siccome non è riuscita ancora a sbloccare la situazione politicamente, Meloni è tornata ai soliti pigri slogan di quando era all’opposizione. Davanti agli imprenditori di Confindustria, ha detto che l’Ue è «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico».

Nessuno, in platea, ha alzato la mano per chiedere perché quella stessa Unione europea fosse così rispettabile appena un mese fa, quando ha sbloccato 12,8 miliardi per la nona e penultima rata del Pnrr, un piano che non ha prodotto la ripresa promessa, ma ha mostrato una notevole resilienza nel rinviare i problemi strutturali del Paese. Quando arrivano i miliardi, l’Unione europea va bene, quando ricorda che i vincoli sul deficit e debito esistono, torna a essere un gigante burocatico.

Così come nessuno ha chiesto perché l’Italia crescerà dello 0,5 per cento quest’anno e dello 0,6 per cento nel 2027, nonostante i 166 miliardi erogati finora da Bruxelles per questo benedetto Pnrr. Meloni ha detto «che possiamo rivendicare con un pizzico di orgoglio che siamo stati all’altezza del compito» e verrebbe da crederle per la convinzione. Poi però andiamo a vedere le relazioni della Corte dei conti e vediamo che il governo è stato egregio nell’incassare le rate, ma incapace di trasformare la spesa in produttività e servizi pubblici migliori.

Formalmente l’Italia ha rispettato tutte le condizioni formali poste da Bruxelles: approvare una riforma, pubblicare un bando, assegnare dei fondi, aprire una piattaforma, raggiungere un certo numero di pratiche lavorate. E per questo ha ricevuto nove rate dalla cattivissima Ue. Ma incassare una rata non significa aver trasformato quei soldi in crescita. L’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che una parte rilevante del Piano è stata spostata su misure che potranno produrre spesa anche dopo la scadenza naturale. Parliamo di 23,8 miliardi oltre agosto, mentre a gennaio, su quelle stesse misure, erano stati spesi meno di 2,3 miliardi. 

Tradotto: quando l’attuazione reale si è fatta difficile, il governo ha spesso corretto tempi e perimetro degli interventi. Un asilo finanziato non è un asilo aperto. Una scuola che riceve tablet e lavagne digitali non diventa automaticamente una scuola migliore se gli insegnanti non sono formati, la connessione è scarsa e quei dispositivi finiscono chiusi in un armadio. Un comune a cui vengono assegnati fondi per rifare una strada, una mensa o un impianto sportivo non realizza nulla se non ha tecnici per scrivere i progetti e controllare i cantieri. Una riforma della giustizia approvata in Parlamento non accorcia i processi se poi mancano magistrati e cancellieri in grado di usare quei software. E un disoccupato registrato da un centro per l’impiego o mandato a fare un corso di aggiornamento non si trasforma magicamente in un lavoratore se il mercato occupazionale è in depressione cronica.

«L’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli», ha detto Meloni a Confindustria. Vista la gestione del piano, attendiamo a momenti il commissariamento.

Il Pnrr avrebbe dovuto essere il volano della crescita e si è rivelato un paracadute malconcio. Per Meloni fino a qui tutto bene perché tanto il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Tanto lo schianto lo pagheranno le prossime generazioni, quando del suo governo ci ricorderemo forse solo il record di longevità e la batosta politica al referendum sulla giustizia.

E prima che qualche coraggioso possa dire che il governo è nudo di fronte alle proprie responsabilità, la presidente del Consiglio sceglie la strada più comoda: aprire una polemica con l’Unione europea, che non è una persona sola, ma un insieme di politici e istituzioni. A loro arriva, quando e se arriva, l’eco dell’eco degli improperi italiani. E non hanno nemmeno un grande interesse a controbattere, perché il loro compito non è partecipare al talk show permanente della politica italiana, ma far rispettare trattati discussi, approvati e firmati, anche dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione.

È come pretendere che un vigile apra una trattativa con chi ha lasciato la macchina con le quattro frecce davanti a un passo carrabile, solo perché il trasgressore alza la voce e fa la faccia feroce. E quei paletti non sono un vezzo punitivo di Bruxelles. Sono anche una delle principali ragioni per cui i creditori continuano a fidarsi di un Paese con il rapporto tra debito pubblico e Pil tra i più alti d’Europa: centotrentotto per cento.  Significa che per ogni cento euro di ricchezza prodotta in un anno, lo Stato italiano ne porta sulle spalle centotrentotto di debito. Quest’anno supereremo la Grecia, che la crisi del debito l’ha conosciuta davvero e ne porta ancora addosso le conseguenze.

Quando “ce lo chiede l’Europa”, non va bene. Quando invece siamo noi a chiedere soldi, flessibilità, scudi e deroghe, allora l’Europa torna improvvisamente utile. È il sovranismo a debito: rivendicare autonomia quando si tratta di rispettare le regole, invocare solidarietà quando arriva il conto da pagare. Guadagni italianizzati, perdite europeizzate. In attesa del prossimo volano con cui schiantarsi.

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