Il teatro che non esclude nessuno: l’obiettivo di Marta Galli

Maggio 05, 2026 - 14:49
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Il teatro che non esclude nessuno: l’obiettivo di Marta Galli

Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.

Dai palchi teatrali a un vero spettacolo itinerante nel paesaggio. Sempre con un obiettivo: far sì che tutti abbiano accesso alla cultura. Questa la missione di Marta Galli, direttrice artistica di ArteVOX Teatro. L’ultima creatura performativa è «Tracce». Una ricerca artistica nuova in Italia, il primo spettacolo itinerante nel paesaggio, destinato a un pubblico nello spettro autistico, neurodivergente o con disabilità cognitive. Il debutto sarà il 5 e 6 giugno al festival Vimercate dei Ragazzi, in doppia replica in entrambe le date, per pubblico e operatori. La produzione schiera Campsirago Residenza, con la sua esperienza pluriennale di produzione di teatro nel paesaggio, ArteVOX Teatro, la compagnia bergamasca Pandemonium Teatro e l’inglese Bamboozle Theatre Company. Lo spettacolo nasce da un concept collettivo di Marta Galli, Michele Losi (che ne cura anche la regia) Christopher Davies e Sue Pyecroft di Bamboozle. L’INTERVISTA

Marta, quando è nato il desiderio di promuovere una cultura accessibile a tutti?
“Nel 2019 lavoravo in un importante teatro milanese quando ho avuto l’occasione di andare in Catalogna, a Sabadell, al festival di teatro per la primissima infanzia El Petit. Lì ho assistito alla presentazione del festival israeliano Safe Place, uno dei pochissimi al mondo dedicato a un pubblico di bambini e bambine neurodivergenti o, come ho imparato poi a definire, con differenti profili di sviluppo. E’ stata una rivelazione. Per la prima volta ho immaginato un teatro che rispondesse a bisogni specifici, che si interrogasse su come creare contesti accessibili per un pubblico che era escluso dalla fruizione culturale. E non perché fosse sbagliato (il pubblico), ma perché l’esperienza teatrale tradizionale che si proponeva loro era sbagliata. C’era bisogno di un ripensamento dalla base del modo di concepire il teatro per le nuove generazioni anche in Italia”.

Cos’è l’accessibilità?
“E’ quella rivoluzione, in cui si capisce che l’atto creativo non gira intorno all’uomo cis (persona in cui sesso biologico e identità di genere collimano ndr), bianco, neurotipico, occidentale, benestante, maschio, abile, insomma alla persona che corrisponde alla normatività. Bensì un teatro che ponga al centro la rottura della norma, lo stravolgimento delle regole, l’inaspettato, il corpo non conforme, i divergenti profili di sviluppo cognitivo, il deforme, il non verbale, la persona disabile, la persona non binaria, marginalizzata, razzializzata”.

Quali erano i suoi interessi e passioni da ragazza?
“Ho iniziato ad amare il teatro a 16 anni, quando con un gruppo di amici punkettoni decidemmo di mettere in scena un’opera teatrale originale, scandita invece che dagli atti teatrali dalle ore di preghiera dei monasteri. Oltre al punk ero una fan di San Francesco (sapevo a memoria il film di Rossellini, ma ero innamorata soprattutto di quello di Zeffirelli), del suo essere rivoluzionario senza compromessi. Sono stata scout dai 7 ai 21 anni, amavo la natura e dormire in tenda, la montagna d’estate e i viaggi. Ascoltavo tanta musica (il punk certo, ma anche il reggae, lo ska, i Queen e il rock americano, dai Bon Jovi, agli Aerosmith, il grunge dai Nirvana ai Pearl Jam ai Soundgarden, fino al rap italiano e straniero). In tutto questo arrivò il teatro. E non se ne andò più”.

Come ha iniziato la carriera artistica?
“Ho avuto l’occasione, appena finita la scuola di teatro, di partecipare a una produzione lirica del Piccolo Teatro di Milano e dell’Ente Lirico di Cagliari, per la regia di Luca Ronconi. Era un’opera minore di Schubert, “Alfonso und Estrella”, e io con altri 29 mimi danzatori animavamo 10 marionette Bunraku giapponesi. Dopo quell’esperienza che mi ha fatto vivere per tre mesi a Cagliari quando avevo 23 anni con un bellissimo gruppo di giovani attori, danzatori e registi, con tantissimo tempo per parlare di teatro, ho pensato che avrei voluto fare del teatro la mia professione. Dopodichè mi sono ben presto annoiata di fare la scritturata per progetti di altri e ho costituito una compagnia, ArteVOX, per mettere in scena progetti miei. Era il 2006, iniziammo con Antonio Gramsci”.

La soddisfazione più grande?
“L’aver presentato un nostro spettacolo su un atleta cecoslovacco degli anni ‘50 censurato dal regime sovietico al Piccolo Teatro di Milano (“Emil Zatopek, il viaggio di un atleta”, 2013). Uno dei momenti più importanti deve ancora arrivare: sarà il 7 novembre quando inaugureremo un nuovo teatro nella città dove da anni lavoriamo, Vimercate. Quando nasce un nuovo teatro è sempre un momento importante per tutti”.

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