In Italia il rischio climatico può costare fino al 6% del Pil entro il 2050

04 Giugno 2026 - 14:02
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In Italia il rischio climatico può costare fino al 6% del Pil entro il 2050

Dici rischio climatico e magari il pensiero va al settore agricolo o a quello del turismo. Ma il problema è ben più ampio, tanto che in Italia può costare fino al 6% del Pil entro il 2050, con danni che potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro annui entro i prossimi 25 anni. E la portata del problema non si esaurisce qui, perché, tra le Pmi italiane solo il 14% ha adottato misure per la continuità operativa in caso di eventi estremi e soltanto il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici. Tutto ciò emerge dal report di Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, che analizza l’impatto del rischio climatico sul contesto economico-finanziario italiano e la maturità delle piccole e medie imprese nell’affrontarne le sfide. Il report è stato realizzato con la collaborazione di esperti del Politecnico di Milano, dell’Università Ca' Foscari, del team dell'area Climate della Florence School of Regulation (European University Institute) e con Ipsos-Doxa.

«L'Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente – commenta Paolo D'Aprile, sustainability leader di Deloitte central mediterranean – e le principali proiezioni indicano un aumento delle temperature superiore ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. Il cambiamento climatico produce già oggi perdite economiche rilevanti che si amplificheranno in futuro. In questo scenario investire in strategie di mitigazione e adattamento non significa solo rispondere a vincoli normativi o finanziari, ma cogliere un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori».

I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all'8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C), e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro.

In questo senso, si prevede una progressiva riduzione del Pil compresa fra l’1,6% e il 6% entro il 2050, a seconda dell’intensità degli impatti economici e dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato dal rischio climatico. Un danno economico che tende ad accumularsi in maniera non lineare e ad accelerare progressivamente nel tempo. In particolare, il rischio climatico si trasmette dall’economia reale del Paese a quella finanziaria in differenti modalità, come il costo di rifinanziamento, l’aumento del debito pubblico e la compressione dello spazio fiscale.

Dall’indagine promossa da Deloitte e condotta da Ipsos-Doxa emerge che solo il 34% delle piccole e medie imprese intervistate attribuisce al tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio e appena il 39% delle stesse dichiara un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici su un orizzonte decennale.  

«Da un lato – spiega Elio Santoro, general manager di Deloitte climate & sustainability – alcune grandi imprese italiane mostrano livelli di maturità più avanzati rispetto al tema della sostenibilità e alla percezione del rischio climatico, dall’altro lato le piccole e medie imprese evidenziano un percorso di consapevolezza e adattamento ancora disomogeneo. Le Pmi sono chiamate a compiere un salto in avanti, dal momento che gli interventi di adattamento previsti non sono di natura strutturale e sono prevalentemente orientati verso l’adozione di coperture assicurative, oltre a pianificare investimenti che abbracciano un orizzonte temporale di breve termine».

In termini di investimenti dichiarati o pianificati, la strategia delle Pmi riflette una visione orientata su un orizzonte temporale di massimo di cinque anni (83%), per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro i tre anni (77%). Le principali voci di investimento sono dominate dalle coperture assicurative (54%), seguite da interventi di adattamento infrastrutturale (23%) e da sistemi di monitoraggio del rischio (20%). Le imprese che si sentono pienamente preparate a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico sono una minoranza del campione (18%). Il report indica come le piccole e medie imprese facciano prevalentemente ricorso a soluzioni tradizionali e non più del 18% delle imprese intervistate si serve di strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, o piattaforme per la gestione del rischio climatico fisico.

«L’intelligenza artificiale – conclude D’Aprile – rappresenta una delle principali leve per massimizzare il ritorno sugli investimenti ed incrementare la resilienza climatica delle infrastrutture. Sia per le istituzioni pubbliche che per le imprese, è fondamentale valutare le applicazioni dell’IA in base alla propria esposizione ai rischi e investire in digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie dati e monitoraggio continuo delle analisi di rischio».

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