In Italia oltre il 20% dei cani che entra nei canili, ci resta. In 14 mila rischiano questa sorte

23 Luglio 2026 - 17:10
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In Italia oltre il 20% dei cani che entra nei canili, ci resta. In 14 mila rischiano questa sorte

Oltre due cani su dieci tra quelli entrati nel 2025 nei canili rifugio dei 221 Comuni mappati da Legambiente non sono stati adottati, restituiti ai proprietari o accolti dalla comunità come cani di quartiere. Si tratta di circa 3mila animali che rischiano di restare nelle strutture per lungo tempo o per tutta la vita. Proiettando il dato sul territorio nazionale, l’associazione ambientalista stima che possano essere più di 14mila i cani esposti alla stessa sorte.

La fotografia arriva dal XV rapporto nazionale Animali in Città, intitolato Il costo dell’inazione. Prendersi cura prima: animali, persone e comunità nelle politiche di prevenzione, presentato a Roma a pochi giorni dalla Giornata internazionale del cane randagio del 27 luglio.

L’indagine analizza le risposte fornite da 221 Comuni su 447 e da 43 aziende sanitarie, dati dai quali emerge che a riempire i canili rifugio non sono soltanto gli abbandoni estivi. Tra le cause più frequenti emergono le cucciolate casalinghe incontrollate, le conseguenze del crescente mercato online, la mancata iscrizione all’anagrafe e l’assenza di una formazione di base per chi decide di accogliere un animale. I cani non registrati restano invisibili al sistema fino a quando non vengono ritrovati vaganti e trasferiti in una struttura.

Il costo ricade sugli animali e sulla collettività. Mantenere un cane in un canile rifugio richiede in media circa 1.900 euro l’anno, con rette comprese tra 1.300 e 2.550 euro; se l’animale diventa inadottabile, la spesa si ripete ogni anno. Formare il proprietario costa invece una sola volta tra 100 e 250 euro, da otto a diciannove volte meno rispetto al costo medio annuale del ricovero. Un intervento preventivo che può ridurre le rinunce di fronte alle prime difficoltà di gestione e migliorare il benessere dell’animale.

«La prevenzione – dichiara il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti – non è una spesa assistenziale, ma un investimento importante con un ritorno economico misurabile e che genera anche benessere e qualità nell’animale e nel suo proprietario. Informare i cittadini sulle cause di oggi del randagismo in Italia e mobilitare le persone e le istituzioni verso interventi e azioni strutturali è un passo importante».

La capacità di prevenire il randagismo deve però fare i conti con la crescente fragilità finanziaria degli enti locali. Nel 2025 la spesa pubblica del settore è scesa a 193,6 milioni di euro, il 22% in meno rispetto all’anno precedente, e rappresenta appena il 3,65% di un mercato degli animali da compagnia che vale 5,3 miliardi di euro, dei quali 4,2 miliardi riconducibili ai soli alimenti, e cresce a un tasso medio annuo del 6,9%.

Alla fine del 2024 la Corte dei conti contava intanto 1.001 Comuni in crisi finanziaria. Dove gli enti locali non riescono a garantire i servizi ordinari vengono meno sterilizzazioni, controlli e gestione dei canili, lasciando più spazio al radicamento del randagismo. Sicilia, Calabria e Campania sono al tempo stesso le regioni con la maggiore concentrazione di Comuni in difficoltà finanziaria e quelle dove il fenomeno raggiunge i livelli più elevati.

Il rapporto introduce anche l’Indice di convivenza urbana, calcolato per la prima volta sulla base delle risposte complete di Comuni e aziende sanitarie. Per i 218 territori valutati il risultato medio si ferma a 36 punti su 100, corrispondente a un livello essenziale dei servizi di welfare territoriale destinati ai cittadini che possiedono animali d’affezione. Un valore più elevato indica servizi migliori e una collaborazione più efficace tra amministrazioni comunali e aziende sanitarie.

Da qui le sei proposte operative rivolte da Legambiente al Parlamento. Il Cigno verde chiede un fondo nazionale vincolato ai servizi veterinari essenziali, dalle sterilizzazioni all’anagrafe fino alla gestione del randagismo, e corsi gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere con sé un animale. Propone inoltre di ridurre dal 22% al 10% l’Iva, accompagnandola con detrazioni adeguate per le cure veterinarie, e di integrare il Sistema informativo nazionale degli animali da compagnia (Sinac) con il Servizio sanitario e i servizi sociali.

«Con il nostro report avanziamo sei proposte al Parlamento – aggiunge Zampetti –, interventi che spaziano dalla formazione rivolta a chi decide di prendere un animale ad azioni tecniche per migliorare servizi come sterilizzazioni, integrazione tra anagrafe e servizi sociali».

Sul piano europeo, l’associazione sollecita l’Italia ad applicare rapidamente il primo regolamento dedicato al benessere e alla tracciabilità di cani e gatti, approvato il 22 maggio e destinato a entrare progressivamente in vigore dal 2028. Le nuove regole introducono obblighi comuni per identificazione tramite microchip, registrazione in banche dati nazionali interoperabili, allevamento, vendita e importazione.

Tra i modelli indicati ci sono la patente tedesca per il proprietario, con una prova teorica prima di prendere il cane e una pratica entro il primo anno, e il sistema britannico che assegna ai veterinari un ruolo di sentinella anche rispetto ai possibili rischi per bambini, donne e adulti fragili presenti nella stessa casa. In Francia, grazie all’anagrafe nazionale I-CAD, obbligatoria dal 2012 per cani, gatti e furetti, risulta identificato e tracciabile tra il 90 e il 95% dei cani.

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