In Spagna la sinistra amata dal Campo largo attacca i giudici per le inchieste sul governo e sul Psoe
“Da che dipende? Da che punto guardi il mondo tutto dipende”, cantavano gli Jarabe de Palo. Funziona così per il rapporto tra politica e giustizia. Da Roma si vedono le cose in un modo, da Madrid in un altro. Se un governo attacca la magistratura che indaga sulla famiglia del primo ministro, se vari ministri accusano i giudici di fare politica attraverso le inchieste, se i partiti di maggioranza ipotizzano una cospirazione tra pezzi di magistratura, giornali e opposizione per rovesciare il voto popolare, se ministri chiedono al Csm di punire i giudici che rinviano a giudizio la moglie del premier, se il partito del primo ministro mette in piedi una struttura criminale per screditare pm e inquirenti ostili, siamo di fronte a una deriva autoritaria? Dipende. Se fosse l’Italia di Giorgia Meloni certamente sì, anche per molto meno. Ma trattandosi della Spagna di Pedro Sánchez, assolutamente no.
A fine marzo, pochi giorni dopo il referendum costituzionale, la ong Liberties ha pubblicato il “Rule of law report” in cui, appunto, viene valutato lo stato di salute dello stato di diritto in 22 paesi europei. L’Italia rientra nel gruppo dei “demolitori” dello stato di diritto, insieme a Ungheria, Slovacchia, Croazia e Bulgaria. Il rapporto, che ha avuto una grande eco mediatica, accusa il governo Meloni di un “indebolimento sistematico e intenzionale dello stato di diritto”. Un fattore determinante è il clima politico polarizzato che “rischia di minare la fiducia pubblica nell’indipendenza della giustizia”. Per questo l’Italia è tra i peggiori, quello dei governi “demolitori” che deliberatamente “erodono” il fondamento della democrazia liberale. Liberties indica poi un gruppo di sei democrazie “tradizionalmente solide” che scivolano verso una regressione. Infine, un gruppo di “paesi stagnanti” in cui non si registrano variazioni negative né positive. Tra questi c’è la Spagna di Sánchez: se non un governo modello, comunque tra i migliori. Anche se la Spagna sta attraversando uno scontro istituzionale tra poteri dello stato centrale senza precedenti nella sua storia democratica.
Solo ieri, ad esempio, sono successe due cose clamorose. Il Tribunale supremo ha condannato a 24 anni e 3 mesi per corruzione e associazione a delinquere José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti, ex segretario organizzativo del partito socialista (Psoe) e storico braccio destro di Sánchez. Il Psoe, che quando esplose lo scandalo delle tangenti per gli appalti sulle mascherine prese le distanze da Ábalos, ha attaccato la sentenza per la sospensione della pena al corruttore Víctor de Aldama: per i giudici è il premio per la collaborazione, per il governo l’impunità è un incentivo per tutti gli altri a collaborare nelle altre inchieste in corso in cui sono coinvolti esponenti socialisti (si pensi solo al caso Zapatero). Sempre ieri, il Consejo General del Poder Judicial si è riunito d’emergenza, su richiesta del governo, per avviare un’azione disciplinare contro il giudice che ha rinviato a giudizio Begoña Gómez, la moglie di Sánchez, applicandole la misura cautelare del ritiro del passaporto. La motivazione, abbastanza singolare, di un giudice che ha manifestato un certo pregiudizio nei confronti della primera dama è che la scorta potrebbe aiutarla a fuggire: per il ministro dell’Interno il giudice va sanzionato per aver offeso la polizia. Se in Italia fosse accaduto che un ministro avesse chiesto al Csm di punire il giudice che ha rinviato a giudizio la moglie del presidente del Consiglio imputata di corruzione si sarebbe già evocato il golpe e chiesto l’intervento dei caschi blu dell’Onu.
Ma questi sono solo i casi più recenti di delegittimazione. Gli attacchi del governo contro i giudici che si occupano delle inchieste sulla moglie e sul fratello di Sánchez, anch’egli rinviato a giudizio per traffico d’influenze, sono ripetuti. Vari ministri accusano i magistrati di essere parte di un complotto di settori dell’estrema destra per colpire il governo. In un’altra inchiesta i magistrati accusano l’altro uomo di fiducia di Sánchez, l’altro ex segretario organizzativo del Psoe Santos Cerdán (anch’egli arrestato per corruzione), di aver messo in piedi con i soldi del partito un’organizzazione criminale per screditare, minacciare o corrompere giudici e inquirenti che si occupavano delle inchieste che riguardano la famiglia di Sánchez e il Psoe. A novembre il Tribunale supremo ha condannato il Procuratore generale dello stato nominato da Sánchez, Álvaro García Ortiz, per rivelazione del segreto d’ufficio ai danni del compagno di un’oppositrice politica. Prima della sentenza il governo ha proclamato l’innocenza di García Ortiz e, dopo la sua condanna, ha accusato i giudici di “abuso di potere” rivendicando il primato della politica: “Non governa la magistratura, governa il Governo. E governa grazie al voto”, ha detto il ministro Óscar López.
Di questo dibattito in Italia non c’è traccia. Nessuno, nella sinistra che lo prende a modello, pensa che in Spagna ci siano rischi remoti di “deriva autoritaria”. Anzi. Esponenti di Magistratura democratica, la casa delle “toghe rosse” italiane, prima della condanna del Procuratore generale nominato da Sánchez hanno scritto un editoriale sul País per difendere l’imputato dall’uso politico della giustizia. In Italia la democrazia è in pericolo se il governo critica la magistratura, in Spagna se la magistratura indaga sul governo. Così lo stato di diritto dipende, da che punto del mondo lo guardi tutto dipende.
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