Inps, la pensione si allontana ancora: ecco quando si lascia il lavoro e quanto vale lo stipendio medio

09 Luglio 2026 - 20:58
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Inps, la pensione si allontana ancora: ecco quando si lascia il lavoro e quanto vale lo stipendio medio

Gli italiani vanno in pensione sempre più tardi. Nel 2025 l’età media di uscita dal lavoro è salita a 64,7 anni, mentre la spesa pensionistica ha raggiunto 371 miliardi di euro. Il Rapporto Inps segnala anche salari reali in calo e un divario ancora forte tra uomini e donne.

Le donne sono il 51% dei pensionati ma ricevono solo il 44% del reddito complessivo

L’Italia va in pensione sempre più tardi e continua a fare i conti con salari che non recuperano la perdita di potere d’acquisto. Il Rapporto annuale dell’Inps fotografa un sistema previdenziale ancora in equilibrio, ma condizionato dall’invecchiamento della popolazione, dalla qualità del lavoro e dalla dinamica delle retribuzioni.

In Italia ci sono 16,4 milioni di pensionati. Nel 2025 sono stati pagati assegni per 371 miliardi di euro. L’età media di uscita dal lavoro è salita a 64,7 anni, due mesi in più rispetto al 2024 e tre anni sopra il livello registrato nel 2012, quando era pari a 61,7 anni. Il presidente dell’Inps Gabriele Fava parla di “un sistema in equilibrio”, ma lega la tenuta delle pensioni alla qualità del lavoro: “non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito”.

L’aumento dell’età pensionabile è evidente soprattutto nelle pensioni di vecchiaia, ormai stabilmente intorno ai 67 anni dal 2020. Per le pensioni anticipate, invece, l’età media nel 2025 si è attestata a 61,7 anni. I requisiti contributivi sono cresciuti nel tempo: dai 35 anni richiesti nel 1995 agli oltre 42 anni previsti oggi. Il numero dei pensionati resta sostanzialmente stabile nonostante l’invecchiamento della popolazione. Al 31 dicembre 2025 i pensionati erano circa 16,4 milioni, divisi tra 8 milioni di uomini e 8,4 milioni di donne. La spesa complessiva per le pensioni è arrivata a 371 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 347 miliardi del 2023. L’importo medio lordo dei redditi pensionistici è cresciuto dell’1,3% rispetto al 2024.

Il divario di genere resta marcato. Le donne rappresentano il 51% dei pensionati, ma percepiscono soltanto il 44% del reddito pensionistico complessivo. L’assegno medio degli uomini è di 2.166 euro mensili, contro i 1.619 euro delle donne, con un divario del 34%. La differenza riflette salari mediamente più bassi e carriere lavorative più discontinue. Le lavoratrici arrivano alla pensione di vecchiaia con oltre 300 settimane di contribuzione in meno rispetto agli uomini. Il Rapporto segnala anche la crescita dei pensionati che continuano a lavorare. Sono circa 158 mila, contro i 40 mila registrati nel 2019. Si tratta soprattutto di uomini tra i 64 e i 65 anni, concentrati nelle regioni del Nord, spesso impiegati in professioni qualificate e con contratti part-time. Per una parte dei lavoratori il pensionamento diventa così una fase graduale, non un’uscita immediata dal mercato del lavoro.

Sul fronte delle retribuzioni, l’Inps indica una dinamica insufficiente a recuperare la perdita di potere d’acquisto. “Le retribuzioni nominali sono cresciute ma hanno perso potere d’acquisto in termini reali. Alla stagnazione salariale, fenomeno strutturale di lungo periodo risalente agli anni Ottanta, si sono aggiunti i fenomeni inflazionistici degli ultimi anni”. Nel 2025, la retribuzione media annua dei circa 21 milioni di lavoratori dipendenti è salita a 27.649 euro, in aumento del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019. Nello stesso periodo, però, l’inflazione cumulata è cresciuta tra il 18,2% e il 20,5%. Il risultato è una riduzione dei salari reali.

Il Rapporto affronta anche welfare e natalità. L’Assegno unico universale ha prodotto un impatto positivo ma contenuto sulla natalità, pari a 2 punti percentuali. Continua invece a pesare la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Risultati migliori arrivano dal bonus Nido, che ha aumentato la probabilità di occupazione per le madri di circa 6 punti. L’effetto cresce quando il sostegno economico si accompagna a misure di conciliazione, come lo smart working. Nel settore privato, però, la quota di imprese con almeno un contratto di lavoro agile è intorno al 3%, mentre nel settore pubblico arriva al 17%.

L’età di uscita continua a salire, la spesa pensionistica cresce e la tenuta del sistema dipende sempre di più dalla capacità del mercato del lavoro di produrre occupazione stabile, retribuzioni adeguate e carriere meno discontinue.

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