Intelligenza, voto e il rispetto delle opinioni degli altri

29 Agosto 2026 - 22:55
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Ormai succede sempre più spesso: qualcuno pronuncia una frase e poi trascorre giorni a spiegarla. Una dichiarazione, due precisazioni, tre interviste per chiarire ciò che voleva davvero dire.

A questo punto le possibilità sono due. O non ci si sa spiegare, oppure si viene capiti male e riportati peggio. Esiste però anche una terza ipotesi, molto contemporanea: una frase viene estrapolata dal contesto, rilanciata sui social e trasformata in una polemica nel giro di poche ore.

Quello che colpisce è che raramente si sente una frase semplice come: «Mi sono espresso male» oppure «Scusate». In politica sembra quasi impossibile.

Eppure il punto non dovrebbe essere chi va a votare. Il punto è chi non va a votare e perché. È una domanda che dovrebbe interessare tutti, non soltanto durante le campagne elettorali.

Forse negli anni la politica ha idealizzato troppo il voto e troppo poco l’elettore. Oggi ogni cittadino sembra chiamato a esibire una posizione su tutto, a possedere un’opinione pronta all’uso da ripetere sui social, in ufficio, al bar o sull’autobus. E proprio sui social il confronto si trasforma spesso in una gara a chi alza di più la voce.

Se l’elettorato appare arrabbiato, diviso e aggressivo, forse è anche perché il linguaggio della politica ha imboccato quella strada prima di lui. Poi arrivano opinionisti, artisti e personaggi pubblici che si schierano in modo sempre più netto, dimenticando talvolta che il loro pubblico è composto da persone diverse: da chi li sostiene, da chi la pensa diversamente e da chi non partecipa affatto al voto.

Il voto e le sue motivazioni sono sempre stati materia di studio e di discussione. Politologi, professori, dirigenti di partito e perfino gli iscritti dell’ultimo circolo di paese hanno sempre cercato di capire perché una persona scelga una strada invece di un’altra.

Ricordo una conversazione ascoltata più di trent’anni fa nella piazza di un piccolo paese. Due militanti discutevano di politica. Entrambi erano preoccupati per le idee della gente, anche se per ragioni opposte.

Uno era più anziano e viveva di politica fin da ragazzo. L’altro era giovane ma sembrava vestito da vecchio: calze di due colori diversi e una giacca che pareva una prima comunione passata sotto i raggi gamma dell’Incredibile Hulk.

Mi divertiva ascoltarli. Il più esperto parlava dell’intelligenza nel voto, della necessità di comprendere gli elettori senza giudicarli. Il ragazzo annuiva e cercava di ribattere con l’entusiasmo di chi crede ancora che una discussione possa cambiare il mondo.

Forse oggi gli elettori sono più caricati che in passato, da una parte e dall’altra. Ma spesso il lavoro della politica sembra essersi trasformato nel tentativo di rassicurare i propri sostenitori: convincerli che stanno dalla parte giusta, che sono migliori degli altri, che possono sentirsi appagati e sicuri della propria appartenenza.

Poi c’è chi trae vantaggio da certe scelte e chi no. Ma la soddisfazione di sentirsi parte di una squadra, quella sì, sembra non conoscere crisi.

A volte mi domando chi influenzi chi. È il politico a dire ciò che il popolo vuole sentirsi dire, oppure è il popolo a desiderare ciò che il politico racconta? Non ho una risposta.

Ci sono però tre cose che mi sembrano abbastanza evidenti.

La prima: a una parte consistente della popolazione la politica interessa poco o nulla, e ignorare questo fatto non aiuta a comprendere l’astensionismo.

La seconda: certi toni e certe battute potrebbero essere abbassati. Meno pancia e un po’ più cuore non farebbero male a nessuno.

La terza: se una parte considera l’altra ignorante, difficilmente nascerà un dialogo. Se mi definisci con un insulto, non puoi aspettarti ascolto in cambio.

Forse l’intelligenza del voto non si misura con il titolo di studio, con il reddito o con una tessera di partito. Forse consiste nella capacità di ascoltare chi la pensa diversamente senza trasformarlo automaticamente in un nemico.

E, in un tempo dominato dagli slogan e dalle sentenze immediate, sarebbe già un gran cosa…

A cura di Max Moletti

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