INTERVISTA/ L’eredità coloniale dell’Italia e non solo nel libro ‘L’ombra lunga dell’impero’ di Angelo Boccato

03 Agosto 2026 - 20:05
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INTERVISTA/ L’eredità coloniale dell’Italia e non solo nel libro ‘L’ombra lunga dell’impero’ di Angelo Boccato

Bruxelles – E se gli imperi non fossero solo delle organizzazioni politiche del passato, ma una lente per leggere le disuguaglianze del presente? Nel suo libro, ‘L’ombra lunga dell’impero, Voci afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale’, Angelo Boccato sfrutta la categoria dell’impero per raccontare da un lato “le iniquità e i crimini del passato e del presente”, dall’altro per “capire come costruire la resistenza del futuro”. Secondo l’autore, gli imperi coloniali europei sono delle vere e proprie ombre nella vita quotidiana delle persone migranti, marginalizzate e afrodiscendenti, nonostante gran parte di essi sia stata smantellata il secolo scorso. A queste persone, come spiega ad Eunews, l’autore decide di dar voce, affinché si riapproprino di una narrazione che li ha visti sempre come oggetti e mai come soggetti.

Giornalista italo-dominicano che vive a Londra da più di dieci anni, Angelo Boccato, scrive di diritti umani, questioni sociali, migrazioni ed estrema destra per testate italiane e internazionali. Nella capitale britannica, è uno degli organizzatori del Festival della letteratura italiana (‘The Festival of Italian Literature in London (FILL)’ e cura una newsletter su Substack dal nome ‘The Black Megaphone’, ‘Il megafono nero’. 

Il suo saggio è stato pubblicato quest’anno da Altreconomia e si inserisce a metà tra “giornalismo narrativo” e “critica sociale”. Oltre a una riflessione dedicata al dibattito sul colonialismo inglese e italiano, il volume contiene un capitolo dedicato a Brexit. Nelle pagine, il giornalista racconta alcune sue esperienze sul campo, in particolare a Parigi, Roma e Milano, dove ha documentato le condizioni in cui vivono i migranti in Europa dopo aver attraversato il Mediterraneo. A queste descrizioni, si aggiungono i capitoli dedicati all’informazione e alla necessità di avere più voci razzializzate nei media, di approfondire la profilazione razziale, la sorveglianza e l’intelligenza artificiale, e alle vittime d’odio in Italia e in Gran Bretagna. 

Eunews: Il libro è nato da un lavoro durato anni, con esperienze sul campo in tutt’Europa. Quando è nata la volontà di mettere tutto insieme nero su bianco? 

Angelo Boccato: “Il libro mette insieme reportage e interviste a cui ho lavorato negli ultimi dieci anni. Avevo molte idee e capitoli già scritti, ma volevo riadattarli all’attualità. Mentre analizzavo tutto il materiale, mi è stato suggerito di usare l’impero come cornice interpretativa e da lì ho rielaborato il saggio in quella direzione. In Gran Bretagna c’è una crescente letteratura accademica sia sul modo in cui l’impero ha forgiato le società odierne, sia sulla negazione che l’esperienza coloniale sia esistita. Mi hanno ispirato molto entrambe”.

Libro: "L'ombra lunga dell'impero, Voci afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale" di Angelo Boccato, pubblicato nel 2026 da Altreconomia
Libro: “L’ombra lunga dell’impero, Voci afrodiscendenti tra razzismo sistemico, colonialismo e resistenza globale” di Angelo Boccato, pubblicato nel 2026 da Altreconomia

E.: Nel libro collega la Brexit alla nostalgia dell’impero britannico. Perché questo legame?

A.B.: “La connessione tra Brexit e l’impero britannico ha a che fare con la narrativa del fronte ‘Leave’ – il ‘lasciare’ l’UE, cioè il fronte politico che ha promosso e vinto il referendum del 23 giugno 2016 -, che aveva il grande rimpianto della gloria passata del Regno Unito. Si trattava di un momento storico in cui sembrava che il Paese non potesse più trovare un posto al tavolo dei grandi, cioè un mondo multipolare e molto più confuso rispetto al passato. In tale contesto, la ‘nostalgia imperiale’ apparteneva però alle classi più ricche, sicuramente non alle subalterne, né tantomeno alle persone immigrate. Una Gran Bretagna ‘globale’ fuori dall’Unione europea diventava ‘un approdo in un mondo confuso’ che, a dieci anni dal referendum, non ha mantenuto le promesse. Senza dubbio, il Regno Unito resta un Paese importante sulla scena globale, ma non credo che il suo peso sia accresciuto dopo aver abbandonato l’Unione europea. Come scrivo nel libro il vero risultato della Brexit non è l’aumento del peso geopolitico del Regno Unito, ma l’esplosione delle ‘guerre culturali’, che fondamentalmente hanno polarizzato il dibattito rendendo il Regno Unito molto più diviso rispetto a dieci anni fa”. 

E.: Scrive che la Brexit ha rappresentato un successo sul fronte delle ‘culture wars’, causando la galvanizzazione globale dell’estrema destra fino all’elezione di Donald Trump. Cosa sono le ‘culture wars’ e perché si collegano alle elezioni statunitensi? 

A.B.: “Brexit e l’elezione di Donald Trump del 2016 avvengono nello stesso anno. Allora l’elezione del tycoon veniva considerata altamente improbabile, ma che poi si è realizzata. In quell’anno, anche altri partiti di estrema destra in Europa inneggiavano alla Brexit o all’idea di un referendum che mettesse nelle mani del popolo la decisione di restare o meno nell’Unione europea. Il politologo olandese, Cas Mudde, spiega molto bene questa dinamica nel suo libro ‘Ultradestra, Radicali ed estremisti dall’antagonismo al potere’. Secondo lo studioso, tutti i successi dell’estrema destra degli ultimi anni si inseriscono nella dinamica per cui ‘chi era escluso prima’, adesso si può esprimere, diventando la voce del popolo contro l’establishment. In realtà gli esponenti di estrema destra sono loro stessi esponenti dell’establishment o perlomeno, molto vicini ad esso. Ritornando alla Brexit, il fronte del ‘Leave’ ha sdoganato una serie di dinamiche e risultati elettorali che sarebbero stati impensabili prima e che adesso sono all’ordine del giorno. Un esempio pratico che ci fa comprendere come funzionano le ‘culture wars’ è il modo in cui la destra deride la parola ‘woke’, ovvero tutto ciò che è progressista – la parola woke significa letteralmente ‘sveglio’ o ‘consapevole’, e indica l’attenzione attiva verso le ingiustizie sociali, il razzismo e la disuguaglianza di genere. Nel derubricare uno sforzo culturale volto a sensibilizzare il pubblico, la destra fa scoppiare uno scontro negli spazi mediatici. Le guerre culturali possono assumere anche caratteristiche violente. Ad esempio l’attore afrodiscendente britannico Paapa Essiedu ha ricevuto gravi minacce di morte a sfondo razziale dopo essere stato scelto per interpretare Severus Piton nella nuova serie televisiva di Harry Potter prodotta da HBO. Non tutte le guerre culturali si manifestano in un modo così violento, ma non sono necessariamente innocue”. 

E.: Oggi, qual è l’impatto degli imperi sulle persone che sono discriminate?

A.B.: “Ci sono discendenze imperiali con le quali fare i conti e oggi le persone razzializzate sono chiaramente considerate cittadini ‘di serie B’. Lo erano già durante gli anni degli imperi dell’Ottocento e oggi continuano a vivere esistenze svantaggiate. L’estrema destra promuove una narrazione di un mondo più semplice, ovvero un mondo con poche persone ‘dal colore della pelle diverso’. Una società più etnicamente omogenea diventa la panacea per tutti i mali. Quindi, parlando di conseguenze dell’impero, ritengo che sia molto grave la presenza di un contesto che favorisca narrazioni come quella della remigrazione. È importante notare che non si parla di deportare chi non ha i documenti in regola, ma tutti coloro che vengono visti come indesiderabili e ciò comprende anche immigrati di seconda generazione. Queste sono persone che hanno vissuto una vita intera in Europa, che ostacolano quel ‘ritorno a una società più omogenea’”.

E.: Il contesto di oggi dove differisce dal passato, ad esempio dal Ventennio fascista? 

A.B.: “Credo che la storia non si ripeta mai nello stesso modo e ritengo che quello che viviamo oggi non sia un ritorno agli Anni Venti. Ad esempio in Europa abbiamo avuto l’Ungheria di Orbán, una democrazia formale, ma sostanzialmente svuotata. In questa situazione, c’è un grandissimo controllo sui media, una grandissima limitazione della libertà d’espressione, leggi sempre più stringenti e molto altro. Questo è lo scheletro di una democrazia, la cui sostanza viene abbandonata”.

E.: Nel libro affronta la questione della rappresentazione all’interno dei media, evidenziando l’assenza di voci non bianche nel mondo dell’informazione. Ci sono stati dei miglioramenti negli ultimi anni?

A.B.: “Anche in Paesi multiculturali come il Regno Unito, la situazione resta abbastanza limitata. Nelle redazioni lavorano principalmente persone bianche che hanno frequentato università private, che applicano un filtro non solo di etnia, ma anche di classe. Ciò significa che solo le persone che appartengono a un certo gruppo sociale, riescono a fare la carriera giornalistica. Di conseguenza la realtà è raccontata solo da loro e quindi si osservano gli eventi da un pulpito molto privilegiato, che presenta inevitabilmente delle mancanze. Per risolvere la situazione, è necessario aprire veramente gli spazi, lasciando dei posti di lavoro per le persone che provengono  da classi più svantaggiate e sono di un’etnia meno rappresentata. Tuttavia, non mi sembra che le redazioni abbiano la volontà di mettersi in gioco”. 

E.: Com’è stato percepito il premierato di Starmer dagli immigrati di seconda generazione nel Paese? 

A.B.: “C’è stata una forte rottura tra il partito labourista e i suoi elettori di fede musulmana, causata dall’inazione del governo rispetto al genocidio a Gaza. Il nuovo primo ministro, Andy Burnham, ha ammesso che il partito ha sbagliato, ma adesso bisogna capire se su questo fronte si farà un cambio di marcia o meno. Negli ultimi anni, il partito labourista ha deciso di lavorare molto contro l’antisemitismo ma non altrettanto contro altri tipi di discriminazione. Hanno costruito una sorta di gerarchia dell’odio, ma non è mai utile. Le forme d’odio vanno contrastate tutte e non si può scegliere su quali impegnarsi e su quali non dire nulla”. 

E.: In Italia e nel Regno Unito si stanno mettendo in discussione i crimini coloniali del passato? La scuola ha un ruolo? 

A.B.: “In Italia non mi sembra ci sia una parvenza di conversazione sul tema, mentre in Regno Unito se ne parla, ma la narrazione è molto fallace. Sicuramente il ruolo del pedagogico è fondamentale, ma servono analisi storiche, culturali, artistiche per capire ciò che ha rappresentato l’impero e come la storia imperiale continua ad influenzare la mentalità odierna. Altrimenti si continua a vivere in quell’ombra. Tutto ciò richiede una volontà politica che al momento non intravedo in nessuno dei due Paesi. In Gran Bretagna, non si nega l’esistenza dell’impero, ma la sua natura. Di fatto, lo si rappresenta ancora come un’esportazione di civiltà. In Italia l’esperienza coloniale viene rappresentata come una mera appendice del fascismo, quando in realtà è durata novant’anni: l’esperienza coloniale italiana è iniziata con l’acquisto della baia di Assab in Eritrea nel 1870 e termina solo nel 1960, quando la parte di Somalia amministrata dall’Italia si è unita a quella britannica per formare la Repubblica di Somalia. A scuola, questi novant’anni vengono sminuiti così come vengono sottovalutate alcune dinamiche molto gravi come la creazione dell’apartheid in Eritrea, dove alcune parti della città erano accessibili solo ai colonizzatori. Non ci si chiede perché città come Asmara (Eritrea) siano state costruite sul modello delle città italiane. Si tratta di questioni di cui non dibattiamo nelle scuole, ma che sono presenti e che influenzano il modo in cui la società italiana si rapporta alla multiculturalità e ad altre questioni. Se questa parte di storia non viene analizzata, viene sostanzialmente derubricata. Secondo me, ciò è dovuto anche al fatto che l’Italia non ha fatto i conti con il suo passato fascista, per cui la mancata analisi di certe dinamiche diventa più evidente”. 

E.: Nel libro racconta di tre esperienze sul campo a Parigi, Roma e Milano dove ha potuto constatare cosa affrontano i migranti che attraversano il Mediterraneo. Com’è stato? 

A.B.: “Sono stato alla Fondazione del Progetto Arca a Milano, che dal 1994 aiuta le persone in grave povertà, senza dimora o in difficoltà, a Roma presso la Baobab Experience, un’associazione di volontariato nata nel 2015 per offrire prima accoglienza, supporto e tutela ai migranti in transito, e Parigi a Utopia 56, creata nel dicembre 2015 per coordinare i volontari nella “Giungla di Calais”, il centro informale per migranti sorto nel nord della Francia, vicina al porto e al canale della Manica, prima che fosse definitivamente sgomberato e demolita nell’ottobre del 2016. Tutte queste esperienze dimostrano che ci sono troppo spesso delle mancanze politiche in cui si inseriscono volontari e attivisti. Il loro ruolo è importante, ma non dovrebbero supplire alla politica, ma solo supportarla”.

E.: Cosa è la solidarietà tra popoli in un contesto imperiale che menziona nel libro?

A.B.: “Nel libro racconto del supporto del Sudafrica alla Palestina. I suoi sforzi del passato per smantellare l’apartheid fanno parte di una lotta che è ancora attuale. La situazione nella Cisgiordania di oggi non è molto diversa da quella sudafricana del passato, mentre la popolazione di Gaza è vittima di un genocio. In questo senso, è fondamentale scoprire, documentarsi e pensare alle forme di lotta contro i crimini coloniali del passato per strutturare la lotta contro le esperienze coloniali del presente. Nel caso del Sudafrica, l’apartheid finì quando le autorità sudafricane si trovarono in totale isolamento globale a causa del boicottaggio economico. Nel caso di Israele, non sembra uno scenario prossimo, ma ho inserito questa storia nel libro perché è necessario guardare a quell’esperienza per portare a cambiamenti simili in futuro”. 

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