Israele, l’UE divisa e dubbiosa cerca lo stop commerciale alle colonie in Cisgiordania
Bruxelles – Sanzioni contro Israele, per l’UE arriva il giorno della verità. Ma sul tipo di verità l’Europa degli Stati continua a titubare e muoversi in ordine sparso. I ministri degli Esteri dei 27 si ritrovano a Bruxelles per discutere, tra le altre cose, anche di crisi in Medio Oriente e risposta alle azioni di Israele nei confronti della popolazione palestinese. La Commissione europea porta al tavolo “il documento sulle opzioni” da prendere, anticipa l’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas, che però non si sbilancia sull’esito della discussione: “Vediamo come si svilupperà la discussione. Se gli Stati membri sono realmente disposti ad adottare una di queste misure, e se la Commissione dovrà fornire indicazioni più concrete”.
L’ipotesi più accreditata è quella di bando commerciale contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, un’opzione che sembra produrre consensi diffusi. Sembra, per l’appunto, perché il Belgio già fa sapere che quanto prodotto dall’esecutivo comunitario non va bene. “La Commissione europea ha finalmente offerto alcune opzioni in sole due pagine, ma ancora ben lungi dall’essere sufficiente per essere un attore geopolitico credibile”, critica il ministro degli Esteri belga, Maxime Prevot, al suo arrivo al consiglio Esteri Ue. Per questo “chiediamo proposte concrete su cui basare la nostra posizione, su cui gli Stati membri voteranno e che possano essere presentate rapidamente al Consiglio Affari esteri”.
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Il Belgio vuole azioni di natura commerciale, la cui approvazione richiede la maggioranza qualificata a differenza di sanzioni. Una linea condivisa dai Paesi Bassi: lo stop all’import di bene agricoli e non realizzati negli insediamenti “dal nostro punto di vista sono misure commerciali, quindi necessitano della maggioranza qualificata”, taglia corto il ministro degli Esteri olandese, Tom Berendsen. Immediate però replica e chiusura tedesche: “La Commissione stessa ha affermato che è necessaria l’unanimità e noi condividiamo questa posizione”, sentenzia il ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul. Anche la Spagna si unisce a Belgio e Paesi Bassi nella richiesta di approvazione quantomeno di misure di questa natura: “Dobbiamo proibire il commercio con gli insediamenti israeliani“, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares.
Si tratta però di opzioni che non colpiscono il governo di Benjamin Netanyahu, ed in particolare il ministro della Sicurezza nazionale, Ben Gvir, come invece richiesto da altri Paesi membri, tra cui l’Italia. Stizzito il ministro degli Esteri di Lussemburgo, Xavier Better: “Riusciremo a trovare un accordo, prima delle vacanze estive, per fare pressione su Israele e sui territori occupati?”, chiede in aperta polemica con i partner europei. “Sono contento che Kaja Kallas ora abbia almeno qualche opzione sul tavolo. Ho la sensazione che oggi troveranno un altro pretesto per non votare“. Quindi rincara la dose, ricordando che in Israele il 27 ottobre si vota per il rinnovo del Parlamento e la conseguente nomina del nuovo governo: “Dobbiamo davvero aspettare che cambi il governo per decidere sul commercio con gli insediamenti illegali in Cisgiordania? Sarebbe vergognoso”.
Anche l’Italia frena
Dall’Italia arriva la doccia fredda per il Lussemburgo e il gruppo dei Paesi membri decisi ad andare avanti speditamente: “Esaminiamo la proposta, e vediamo quale sarà”, premette in modo vago il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che poi chiude all’idea di voto a maggioranza qualificata. La misura contro i coloni e gli insediamenti “credo che debba essere approvata all’unanimità visto che si tratta di una scelta politica e non commerciale”. Ad ogni modo “esamineremo nel dettaglio le proposte, le valuteremo”. In questo processo come Italia “non siamo pregiudizialmente contrari ma non so se si potrà decidere prima delle elezioni in Israele“.
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