Italia a rischio estinzione: il camoscio appenninico

Tra le rupi e le praterie d’alta quota dell’Appennino centrale vive uno degli animali più preziosi della fauna italiana: il camoscio appenninico, Rupicapra pyrenaica ornata. Si tratta di una sottospecie endemica, ovvero presente solo nel nostro Paese, che per la sua eleganza viene spesso soprannominata il signore delle rupi. Dopo aver sfiorato più volte l’estinzione tra XIX e XX secolo, oggi la sua popolazione è in leggera crescita grazie a decenni di interventi di conservazione, ma resta fragile: secondo il conteggio richiamato dal Cai Abruzzo, gli individui stimati sono circa 3.500-3.900.
La Lista rossa nazionale, redatta secondo i criteri dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), classifica il camoscio appenninico tra le specie vulnerabili (VU); senza le azioni di tutela, sarebbe probabilmente da considerare in pericolo (EN). A pesare sono soprattutto le dimensioni ancora ridotte della popolazione, la limitata variabilità genetica e la presenza in cinque nuclei isolati.
L’unica popolazione naturale è quella del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Le altre sono il risultato di interventi di reintroduzione e traslocazione avviati a partire dal 1991: oggi il camoscio appenninico è presente anche nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nel Parco nazionale della Maiella, nel Parco nazionale dei Monti Sibillini e nel Parco regionale Sirente Velino. Una geografia della conservazione che ha permesso alla sottospecie di uscire dalla condizione critica in cui era precipitata nel secolo scorso, quando durante la Seconda guerra mondiale erano rimasti appena 40 individui.
Il camoscio appenninico è tutelato dalla legislazione italiana come specie “particolarmente protetta” dalla legge 157/92 ed è inserito negli allegati II e IV della Direttiva Habitat europea, che ne riconosce il valore prioritario per la conservazione. La Commissione europea ha finanziato anche un progetto Life specifico, Life Coornata, dedicato proprio alla tutela di questa sottospecie.
Rispetto al più diffuso camoscio alpino, il camoscio appenninico si distingue soprattutto per il mantello invernale. Il suo habitat ideale è quello montano: frequenta aree forestali ricche di sottobosco, pareti rocciose, radure, canaloni, praterie, margini delle pietraie e cenge erbose sopra il limite della vegetazione arborea. In estate i gruppi di femmine, giovani maschi e subadulti si muovono abitualmente nelle praterie in quota, tra 1.200 e 1.700 metri. In inverno, con le prime nevicate, scendono verso quote più basse, tra 1.000 e 1.300 metri, scegliendo aree rocciose al di sotto del limite del bosco e con esposizioni prevalentemente meridionali.
La sua storia racconta quanto la conservazione attiva possa fare la differenza. Tra la fine del 1912 e l’inizio del 1913 l’allora ministro dell’Agricoltura Francesco Saverio Nitti sottopose alla firma del Re un decreto di divieto di caccia ai camosci, il primo del genere in Italia, per proteggere quello che allora era conosciuto come rarissimo camoscio d’Abruzzo. Con l’istituzione del Parco nazionale nel 1922 e, molto più tardi, con i programmi di reintroduzione, la sottospecie ha lentamente ricostruito una presenza più ampia nell’Appennino centrale.
Ma il rischio non è superato. Tra i principali fattori limitanti figurano l’interazione sanitaria e la competizione spaziale e trofica con il bestiame domestico, in particolare ovini e caprini. È possibile anche una competizione con il cervo, cresciuto numericamente in Abruzzo, anche se non ancora verificata da studi specifici. Restano inoltre rilevanti la ridotta dimensione della popolazione, la bassa variabilità genetica, il bracconaggio, il randagismo canino e l’impatto negativo del turismo. Dare un futuro al signore delle rupi, il camoscio più bello del mondo, richiede dunque continuità nella tutela, monitoraggio e gestione attenta degli habitat.
Quest’articolo fa parte di “Italia a rischio estinzione”, la rubrica settimanale a cura di Margherita Tramutoli aka La Tram per esplorare gli impatti sul territorio italiano della sesta estinzione di massa in corso a livello globale.
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