Italia modello Barcellona? Servirebbero 17mila rifugi climatici, ma Legambiente ne ha censiti solo 280

La Goletta verde di Legambiente sta veleggiando lungo l’Adriatico, dove il caldo estremo è già penetrato sotto il pelo dell’acqua. Secondo le foto satellitari del Marine Service information di Copernicus, rielaborate da Legambiente, a maggio 2026 la temperatura media mensile della superfice marina dell'Adriatico è stata di 18,3 °C, mentre a giugno (fino al 25/06) è salita a 23,3 °C. Anche il Tirreno non se la passa bene. A maggio la temperatura media della superficie delle acque è stata di 19,2 °C, mentre a giugno è stata di 24,3 °C. Altro segnale di allarme l’aumento delle specie aliene nel mediterraneo: dal pesce scorpione al barracuda al granchio blu, solo per citarne alcuni.
“Non è caldo, è crisi climatica” è quanto ha gridato a gran voce la storica imbarcazione di Legambiente, un monito sintetizzato anche nello striscione, esposto sulla Goletta, per lanciare un chiaro messaggio al Governo Meloni: «Non c’è più tempo da perdere servono più interventi di mitigazione e adattamento, lo stanziamento delle ricorse per attivare il piano di adattamento ai cambiamenti climatici, e la definizione di una strategia nazionale per i rifugi climatici in città. Cosa stiamo aspettando?», dichiara Francesca Cugnata, responsabile di Goletta Verde.
Oggi infatti i rifugi climatici sono in numero insignificante rispetto alle sempre più evidenti necessità. Legambiente con la sua campagna nazionale “Che caldo che fa! Contro la cooling poverty: città + fresche, città + giuste” che invita a guardare come esempio Barcellona, da dove dal 2022 sono attivi molti rifugi climatici.
In Italia ad oggi nelle città osservate dal Cigno verde (Napoli, Milano, Roma, Terni, Bari, Torino, Firenze, Bologna) risultano almeno 280 luoghi censiti o assimilabili a rifugi climatici: 29 a Napoli, 116 a Milano, 3 a Terni, 19 a Torino, 26 a Bari, 53 a Firenze e 24 a Bologna. Per Roma non è disponibile un numero complessivo pubblico e verificabile (10 solo nel Municipio VIII). Su modello della città di Barcellona, sottolinea Legambiente, una rete minima proporzionata alla popolazione richiederebbe circa 705 rifugi climatici solo in questi 8 comuni. Su scala nazionale, in assenza di un catasto ufficiale e prendendo come modello Barcellona, il fabbisogno minimo può essere stimato in Italia, secondo Legambiente, in almeno 5.900 rifugi climatici, che salirebbero a quasi 17.000 per una rete davvero capillare e accessibile a piedi in soli 10 minuti, come nel caso di Barcellona.
«Parlare di crisi climatica – commenta Mariateresa Imparato, responsabile giustizia climatica di Legambiente – significa parlare anche di cooling poverty, ossia di povertà di raffrescamento. Un tema che con la nostra campagna Che Caldo che fa, giunta alla sua seconda edizione, stiamo affrontando nelle principali città italiane. Per questo tra gli interventi che chiediamo ai Comuni c’è anche quello di mappare, realizzare e promuovere una campagna informativa sui “rifugi climatici” organizzando in ogni quartiere centri di raffrescamento naturali e di comunità, valorizzando e attrezzando cortili, giardini scolastici e spazi pubblici ombreggiati per i mesi estivi. Parliamo di oasi di ristoro dal caldo, indispensabili per aiutare e dare sollievo a cittadini e cittadine, a partire dalle persone più anziane. Prossima tappa della nostra campagna il 30 giugno a Milano».
Da un lato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per essere sicuri di centrare i target servirebbe accelerare sensibilmente, e a guadagnarci sarebbe non solo l'ambiente ma anche il portafogli, in quanto colmare il gap al 2030 significherebbe risparmiare 17 miliardi di euro (tra minori costi energetici, importazioni di gas naturale ed emissioni) e creare 60mila posti di lavoro.
Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno, eppure nell’ultimo anno le installazioni si sono fermate a +7,2 GW. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024) – basterebbero ad alleviare il problema.
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