Juventus, analisi di una stagione ricca di confusione e mediocrità: troppo forte per crollare davvero, troppo debole per tornare grande

25 Maggio 2026 - 09:50
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Il rendimento troppo altalenante e gli errori in serie commessi da chi ha costruito una squadra priva di identità e senza perni essenziali

Non è facile prodursi questa mattina nell’analisi di quella che è stata la stagione della Juventus. O meglio: non è facile mettere insieme tutti i pezzi di un mosaico che restituisca prima ancora che un’immagine ‘di senso’, un’immagine ‘onesta’ dell’intera questione. Perché da un lato c’è il risultato. E il risultato dice che la stagione dei bianconeri si è chiusa male, anzi, malissimo. Ma dall’altro c’è tutto quel concetto che in fondo avevamo in qualche modo già sottolineato in questa analisi. E che si può riassumere in quella vecchia massima di Pantaleo Corvino: “Puoi permetterti di sbagliare moglie, ma non puoi permetterti di sbagliare il portiere e il centravanti”.

GLI ERRORI SUL MERCATO

E la Juventus ha sbagliato proprio e soprattutto questo: portiere e centravanti. Potrà anche sembravi superficiale di primo impatto, ma i mancati interventi di Michele Di Gregorio sono costati ai bianconeri un’infinità di punti; evitabili gol subiti al primo tiro in porta e mai più - o solo in parte - rimontati. Evidenze che poi hanno immediatamente scoperto l’altro nervo caldo di questa squadra: fare gol. Difficoltà non risolte da quei super-flop chiamati Jonathan David e Lois Openda. Profili che avrebbero dovuto sostituire Dusan Vlahovic. E che alla fine, a causa della loro pochezza, non l’hanno fatto. Perché a volte il calcio è davvero meno cervellotico di quanto lo si voglia far passare: con un portiere dignitoso e con almeno uno dei due acquisti estivi che avesse fatto “il suo”, la Juventus - rimessa in piedi tatticamente in qualche modo proprio dal lavoro di Luciano Spalletti - avrebbe probabilmente chiuso al secondo posto. I punti lasciati per strada invece tra errori individuali e partite nate male e concluse peggio, portano in dote il sesto posto. Poi, certo, c’è anche tutta un’altra questione…

ANNI DI MEDIOCRITA'

Perché questa non è certo la prima annata storta. Perché esistono annate storte nate da un progetto ambizioso fallito sul campo; e poi esistono stagioni come questa, figlie invece della confusione, della mediocrità e di una pericolosa assenza di identità. E la differenza è sostanziale. Perché la Juventus non ha perso uno Scudetto. Non ci è mai stata, per lo Scudetto. Anzi, non ha nemmeno proprio pensato di poter giocare, per lo Scudetto. Confermando così, ancora una volta, il proprio ridimensionamento. Un ridimensionamento che dura ormai da sei anni e che il club continua ostinatamente a non voler chiamare con il suo nome.

VUOTO PROGETTUALE

Perché in fondo tutto era iniziato nel modo più emblematico possibile: con l’incertezza sull’allenatore. Tenere Tudor? Non tenerlo? Dargli fiducia oppure no? Già lì si percepiva il vuoto progettuale di una società incapace di scegliere una direzione ben definita e di sostenerne il percorso. Un’incertezza dirigenziale che si è riversata inevitabilmente sul campo, dove la Juventus ha attraversato la stagione come una squadra con poca anima e assai meno convinzione. Sospesa tra la tra la nostalgia del proprio passato e l’incapacità di costruire il futuro. In attesa di una sorta di miracolo.

SPALLETTI CI HA PROVATO

Sorta di miracolo che ha provato a mettere in piedi Luciano Spalletti dopo la cacciata di Igor Tudor, ridando un senso tattico e un certo equilibrio - a un certo punto persino una sorta di brillantezza - a un gruppo però che alla fine ha tradito il suo allenatore sul più bello, rivelando goffamente con le uscite contro Verona e Fiorentina in particolare - due partite che i bianconeri avrebbero dovuto giocare con la bava alla bocca - quale fosse la vera realtà dei fatti: la mediocrità in tutto. Nello spirito e nella qualità sul campo. 

Un problema prima di tutto strutturale. Perché a Torino, da anni, si continua a trattare l’allenatore come il primo imputato di ogni fallimento, quasi fosse sufficiente cambiare il volto in panchina per cancellare una decadenza che invece nasce molto più in alto. Ed è importante avere il coraggio di dirlo senza rifugiarsi nei soliti alibi. Questa Juventus, nella sua stragrande maggioranza, è composta da giocatori che al massimo della loro espressione possono ambire al ‘posto Champions’. 

SONO MANCATI GLI UOMINI, NON SOLO I CALCIATORI

Poca leadership. Poca personalità. Anche poca umiltà, viste le due partite incriminate del finale di stagione. Ma soprattutto poca qualità tecnica. Sono mancati insomma tutti quegli aspetti che storicamente rendevano la Juventus diversa dalle altre. Perché un tempo, anche nelle stagioni più complicate, i bianconeri potevano contare sugli uomini ancor prima che i calciatori: giocatori capaci di trascinare, di intimidire, di reggere il peso della maglia. Oggi, invece, il ritratto appunto è quello di una squadra fragile, emotivamente inconsistente, che spesso si è sgretolata di fronte alla pressione.

JUVE PRIGIONIERA DELLA SUA STORIA

E qui tocca risalire la piramide e venire a monte del problema. Perché ciò che potremmo vedere tra poco è l’ennesimo rimpasto dirigenziale che è fotografia di una società in confusione. Perché in questi anni sono cambiati i nomi ma sono rimaste le stesse scelte mediocri, i mercati fallimentari. E ogni rifondazione sembra partorita dalle stesse logiche che hanno prodotto il declino: quelle di John Elkann.

La Juventus oggi è un club che vive ancora della rendita della propria storia, ma che sul campo non riesce più a incarnarne i valori. E la cosa più pericolosa, forse, è che questa mediocrità stia lentamente diventando normalità. Perché se è vero - riavvolgendo il nastro della nostra analisi - che questa Juventus con un portiere e un centravanti sarebbe arrivata seconda, altrettanto vero è che questo secondo posto sarebbe stato percepito come una conquista, un traguardo da festeggiare. Comprensibile, probabilmente, per le dinamiche di come si era messa la stagione. Decisamente meno, invece, guardando alla storia del club. Per la quasi totale interezza della sua esistenza, il secondo posto alla Juventus è stato sinonimo di insoddisfazione, se non addirittura fallimento.

COSA SERVE FARE

Ecco, la verità è dura ma inevitabile: la Juventus non tornerà grande cambiando - se lo farà - soltanto l’allenatore. Non basterà un nuovo modulo così come non basterà un nuovo direttore sportivo; o l’ennesima rivoluzione estiva raccontata come definitiva. Servirebbe ammettere di aver fallito, ammettere che - risultati alla mano - da troppi anni la realtà del club è diventata la soglia dei 70 punti. Una decadenza figlia di anni di scelte sbagliate; di competenze affidate a uomini evidentemente non all’altezza della storia del club. E finché questa consapevolezza non arriverà, la Juventus continuerà a fare ciò che ormai fa da troppo tempo: galleggiare. Troppo forte per crollare davvero, troppo debole per tornare grande.

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