La casa: Il rogo del Male, il sangue non basta più

09 Luglio 2026 - 12:30
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La casa: Il rogo del Male, il sangue non basta più

Ho trovato La casa: Il rogo del Male più interessante nelle sue premesse che nelle sue esplosioni di sangue. C’è una vecchia casa di campagna, un funerale, una donna sopravvissuta a un matrimonio violento e una famiglia costretta a respirare di nuovo la stessa aria. Il materiale era lì, già pronto, e aveva a che fare con una domanda che il cinema dell’orrore si porta dietro da anni: che cosa ci fa paura oggi, dopo che abbiamo visto quasi tutto?

La casa: Il rogo del Male risponde inizialmente nel modo più immediato, puntando su sangue, oggetti domestici trasformati in strumenti di tortura, demoni urlanti e una fantasia dello smembramento piuttosto generosa. Sébastien Vaniček sa girare questo tipo di violenza, e alcune invenzioni hanno davvero il gusto artigianale di chi conosce bene la saga e vuole spingersi un centimetro più in là. A un certo punto, però, quelle immagini cominciano a sembrare più una prova di resistenza che una forma di paura. Apprezziamo lo sforzo, certo, perché lo splatter è vivo e tecnicamente in salute; resta il fatto che, senza una storia capace di farlo pesare, anche il sangue più abbondante si consuma in fretta.

Nata nel 1981 con The Evil Dead di Sam Raimi, la saga partiva da una capanna isolata nel bosco e da un’idea quasi primitiva di assedio: pochi corpi, uno spazio chiuso, un male che entrava nella materia stessa del film. Con Vaniček quel mito si sposta in Nuova Zelanda, dentro un paesaggio più freddo, umido, appartato, dove la casa conserva ancora la funzione originaria di trappola, ma sembra caricarsi di un’altra memoria.

Alice torna nella casa di campagna per il funerale di William, marito alcolizzato e violento, e trova intorno alla bara una famiglia già compromessa: rancori vecchi, alleanze opache, parenti che sembrano conoscere benissimo il danno e aver imparato a conviverci. La madre di William vive ancora accanto a un uomo rozzo e aggressivo, quasi una replica domestica della stessa brutalità, mentre le altre figure femminili oscillano tra sopravvivenza, dipendenza e ambiguità. 

Questa è l’intuizione più forte: prima del Libro dei Morti, del pugnale antico e dei Deadites, il male ha già una forma domestica. Circola nei matrimoni vissuti come prigioni, nelle donne rimaste dentro rapporti tossici, negli uomini che sembrano conoscere solo il dominio e in una casa dove la violenza si è sedimentata nei gesti quotidiani. In una cornice del genere, la possessione potrebbe diventare il ritorno materiale di ciò che la famiglia ha coperto, sopportato e normalizzato per anni. I Deadites sono la forma spettacolare del trauma: il passato che smette di restare composto, educato, sepolto, e comincia finalmente a parlare con la voce peggiore possibile. 

Per questo il film lascia una frustrazione particolare. Quando il film rallenta, quando resta sulle tensioni tra i personaggi, si iintravede un horror più cattivo e più adulto, capace di usare lo splatter come conseguenza di una storia familiare marcia. Poi il film torna alle ferite, al sangue, ai corpi fatti a pezzi, misurando la propria forza sulla quantità di orrore che riesce a mettere in scena.

Lo splatter è ancora vivo, energico, in ottima salute; Vaniček lo maneggia con mestiere e conosce bene il piacere crudele dell’eccesso. Per fare davvero paura, però, oggi serve qualcosa che continui a lavorare sotto le immagini: una storia capace di tenerle insieme, personaggi che non siano soltanto corpi da sacrificare, un’idea di orrore destinata a restare anche quando il sangue ha smesso di scorrere.

La casa: Il rogo del Male è al cinema dall’8 luglio.

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