La difficile misura della sala

C’è stato un momento in cui l’alta ristorazione sembrava aver trovato una formula precisa per definire un grande servizio, quando raccontare un piatto era dire tutto e più di tutto. Ogni portata diventava il pretesto per un piccolo spettacolo, fatto di ingredienti descritti uno a uno, produttori trasformati in personaggi e spiegazioni così dettagliate da rischiare di essere più lunghe dell’assaggio stesso.
Oggi, fortunatamente, qualcosa sta cambiando. Le persone continuano a cercare una grande cucina, ma il motivo per cui scelgono un ristorante è diventato molto più semplice. Vogliono mangiare bene, vogliono stare insieme, vogliono vivere un momento piacevole, che sia una cena di lavoro, una ricorrenza speciale o semplicemente qualche ora lontano dalla quotidianità. Ed è proprio qui che entra in gioco la sensibilità, che significa capire chi si ha davanti prima ancora di decidere come servirlo.
Immaginate una coppia che, dopo settimane, è finalmente riuscita a ritagliarsi una serata senza figli. Oppure due colleghi nel pieno di una trattativa importante, che hanno scelto il ristorante proprio perché rappresenta il luogo ideale in cui parlare con calma. È davvero questo il momento giusto per interrompere la conversazione?
A pensarci bene, probabilmente c’è qualcuno che, in quel momento, sta vivendo la situazione peggiore di tutti. Il piatto, che è uscito dalla cucina nel momento esatto in cui avrebbe dovuto essere mangiato; temperature, consistenze e profumi sono quelli immaginati dallo chef. Poi, però, inizia il racconto. Da dove arriva il pomodoro, chi ha allevato l’agnello, cosa mangiava l’agnello, quale tecnica è stata utilizzata e perché quella fermentazione rappresenta una svolta nella storia dell’umanità. Nel frattempo il piatto si raffredda.
Naturalmente raccontare è parte integrante del lavoro della sala. Pensare il contrario significherebbe ridurne il ruolo a un semplice servizio di trasporto tra cucina e tavolo. Il punto è un altro, perché non tutto deve essere raccontato e, soprattutto, non tutto deve essere raccontato sempre.
Una buona descrizione dovrebbe offrire una chiave di lettura, preparare l’ospite a cogliere un sapore, un rimando, un’idea, per poi fermarsi. Perché il resto spetta al piatto.
Quindi la competenza non consiste nel parlare molto, ma nel capire quanto parlare. Significa riconoscere chi desidera approfondire ogni dettaglio della cucina e chi, invece, preferisce che il racconto finisca in poche battute. Esiste un cliente curioso, uno che vuole fare domande e conoscere il pensiero dello chef, così come esiste chi considera il ristorante soprattutto un luogo di relazione. Pensare di servire tutti allo stesso modo significa non avere compreso il senso dell’ospitalità contemporanea.
La stessa sensibilità si misura nella gestione del tempo, uno degli aspetti più complessi e meno visibili del lavoro di sala.
Per anni il fine dining ha dato l’impressione che una cena riuscita dovesse necessariamente durare moltissimo. Oggi, all’estremo opposto, il doppio turno ha prodotto un’altra caricatura, con piatti che arrivano in una successione così rapida da far venire il dubbio che il cliente sia stato scambiato per un’oca da ingrasso.
Tra questi due estremi esiste uno spazio sottilissimo in cui si costruisce il vero servizio e trovarlo è incredibilmente difficile, perché significa dirigere il ritmo della cucina senza imporre quello della sala. C’è chi ha il sipario del teatro che si alza tra un’ora e desidera cenare con rapidità. C’è chi considera il tempo trascorso a tavola la parte più preziosa della serata e non ha alcuna fretta di alzarsi. Esiste perfino chi cambia idea durante la cena. La capacità della brigata consiste proprio nell’osservare, adattarsi e accompagnare il tavolo senza che questo meccanismo diventi mai evidente.
La sala è un ingranaggio fondamentale del ristorante. Senza il suo lavoro la cucina faticherebbe a esprimersi e l’esperienza perderebbe equilibrio. Ma proprio perché è consapevole della propria importanza, non sente il bisogno di ricordarla continuamente e si limita ad accompagnare la scena.
Bisogna sapere di essere indispensabili al funzionamento dell’intero meccanismo senza dimenticare che il protagonista non è il servizio. Sono il cibo, il tavolo e le persone che hanno scelto di condividerlo. E il compito della sala è fare in modo che tutto il resto lavori, con discrezione e precisione, perché quel momento possa accadere nel modo più naturale possibile.
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