La festa è finita, una commedia nera che non graffia
Una scena del film La festa è finitaSe c’è una caratteristica comune a gran parte del cinema francese (spesso assente in quello italiano) è la presenza della politica. Si intenda: non è un cinema di propaganda partitica, ma è una mentalità con cui gli sceneggiatori costruiscono le trame. I personaggi sono immersi nella società? Allora dovranno avere idee su di essa, desideri e filosofie a cui attenersi.
La trama
La festa è finita non fa eccezione. Mehdi è un giovane avvocato pronto a conoscere i genitori della sua ricca ragazza. Durante la sua permanenza nella villa estiva della famiglia scoppia il finimondo. Un incidente umilia il custode Tony, già sfinito da condizioni lavorative precarie. La sera, ubriaco, si vendica esprimendo tutto il suo disappunto verso i datori di lavoro, ricchi quanto prepotenti. Inizia una faida che coinvolge per intero la famiglia Tony e quella di Philippe, il padrone di casa.

Il regista Antony Cordier racconta la lotta di classe muovendosi nel difficile terreno della commedia nera. C’è un crescendo atteso sin dalle prime battute, un po’ in stile Carnage di Roman Polanski condito con la satira sociale di Ruben Östlund (Triangle of Sadness). Come spesso capita al cinema, prendere ingredienti di ottima qualità non genera automaticamente un buon piatto.
Un film già visto
La festa è finita vorrebbe far riflettere in chiave esagerata sul reale braccio di ferro tra classi. Non a caso il titolo originale è Classe moyenne, il ceto medio. La morale è che nessuno ne può uscire vincitore, men che meno coloro che sono schiacciati tra i molto ricchi e gli abbastanza poveri (la famiglia del custode si racconta più indigente di quello che si vede nel film). Tutto già visto, già raccontato in molte altre opere in maniera decisamente più complessa.

Il rischio di un approccio così grottesco (talvolta volgare) è che sfugga al controllo della regia, come in questo caso. Invece che usare l’ironia per andare in profondità, questa finisce per banalizzare i conflitti in gioco come in un cartone animato dei Looney Tunes in cui tutti cercano di farsi le scarpe, ma il male che si fanno in scena non risuona mai significativo per chi sta davanti allo schermo.
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