La giacca marrone, ancora. La sinistra continua a non capire la sconfitta di 32 anni fa

15 Giugno 2026 - 11:41
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"Se avessimo vinto le elezioni, la giacca marrone sarebbe andata benissimo” – dice Achille Occhetto, tornando sul fatidico match televisivo con Berlusconi, lo sliding door armocromatico della sinistra italiana: “E’ lì che inizia il populismo, è lì che siamo passati dal discorso all’immagine”. Avete capito bene: sono passati trentadue anni ma l’analisi della sconfitta è sempre quella. Con una giacca che starebbe male anche a George Clooney perdevano l’intelligenza, la sobrietà, la parola, la cultura, i libri, l’Italia. Ci consegnavamo chiavi in mano ai barbari della tv e dell’immagine. Se il format funziona, perché cambiarlo? Occhetto lo dice del resto tra gli applausi della Repubblica delle Idee, Bologna, epicentro estivo dell’Italia Migliore. C’è un universo parallelo in cui nel ‘94 vince la sinistra e oggi Elio Germano sfoggia la giacca marrone al Gay Pride per una copertina di Vanity Fair (Trentadue anni dopo, le ragioni di un classico intramontabile).

Uno pensa sempre, vabbè è passato tanto tempo, avranno capito, no? No.

Solleticato da Francesco Merlo, Occhetto – novant’anni in gran forma, un Clint Eastwood di Capalbio – ripercorre “la storia della sinistra italiana” un po’ a braccio, sulla scia dei ricordi. La Svolta, dice, ha salvato l’onore dei comunisti italiani. Spiega che ancora prima della caduta del Muro lui aveva capito che il comunismo aveva delle zone oscure. “Quando ho saputo di Tienanmen, sono andato davanti all’ambasciata cinese, per affermare che se quello era il comunismo, il comunismo era morto”. Quindi Occhetto ha questa folgorazione a giugno del 1989, cioè quattro mesi prima di Berlino, oltre mezzo secolo dopo Orwell, Silone, Gide, Arendt (aggiungete a piacere, l’elenco è lungo). Ma la Repubblica delle Idee è quel posto della nostra fantasia dove si può dire una cosa del genere sommersi da applausi – che intuito… che coraggio.

Del resto, una delle più straordinarie convinzioni di questo paese è che il mondo in cui viviamo se lo sia inventato Berlusconi dal nulla – in Italia, poi, dove tutto arriva sempre in ritardo, masticato male. La tv commerciale, le tette, l’audience, il successo, il dibattito tv impostato sul look: come se Kennedy non avesse già battuto Nixon per via del sudore sul labbro nel 1960. Tutto viene da Berlusconi. La giacca marrone era l’ultimo baluardo del vecchio mondo che resisteva. Occhetto la rivendica come segno di una civiltà sconfitta mentre sfoggia una zazzera alla Mahmood, una pashmina con ricami orientali che cade leggera su una giacca molto chic – color corda, tasche asimmetriche, spalla morbida. Segno che almeno in fatto di immagine è andato presto in soccorso del vincitore. Non da ieri, del resto, è campione d’eleganza. E poi, sei anni prima del fatidico match, l’ultimo segretario del Pci si faceva fotografare sul Venerdì di Repubblica mentre baciava la moglie Aureliana tra gli ulivi di Capalbio. “I baci di Achille”, titolava il magazine. All’epoca Berlusconi pensava ancora solo al Milan e alla televisione. Per chiunque l’idea che la politica fosse anche seduzione e immagine era un dato acquisito – per chiunque, tranne i comunisti, e il bacio di Capalbio fu infatti più scandaloso della Bolognina. Ma come con Tienanmen, anche qui Occhetto era in anticipo sui tempi. Ameno quelli del calendario comunista.

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