Il bipolarismo, sia pure malato, è ancora vivo

15 Giugno 2026 - 11:41
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C’è un solo precedente che si ricordi, di forza politica nata praticamente dal nulla che è riuscita a imporsi sulla scena nazionale, a trovare consenso, a introdurre idee e proposte innovative, a condizionare le mosse altrui e infine a determinare la nascita di qualcosa di più grande. Anzi no. Mi correggo subito. Ci sono due precedenti del genere. Di opposta natura. Ma con un paio di similitudini forti.

Il primo precedente, piaccia o meno, è Forza Italia. Una storia del tutto peculiare, naturalmente. Non proprio una avventura da underdog, e neanche un oggetto nato dal nulla vista la genesi aziendale, però una creatura politica andata molto oltre le aspettative dei contemporanei che ebbe, fra gli altri, due cruciali fattori di successo. Il primo: chi la fondò, per farlo non chiese prima il permesso a nessuno dei leader politici che erano allora sulla scena. Il secondo: chi la fondò non ebbe mai il minimo dubbio sulla parte dello schieramento politico, sociale e culturale nella quale agire. Berlusconi viene giustamente ricordato come colui che ha dato un’identità comune e un fronte di battaglia agli italiani di centrodestra. Ma, appunto, a quelli di centrodestra. Sempre. Tanto che, se un limite insuperabile ha avuto il berlusconismo, è stato proprio il suo essere irrimediabilmente divisivo.

Il secondo precedente, più vicino a ciò che vorrei esprimere, è la Margherita. Viene citata spesso in questo periodo, di solito a sproposito, quando si vuole fare l’esempio di una forza progressista che integrò e rese competitivo uno schieramento che, a quel tempo, era sconfitto e senza speranze di rivalsa né politica né elettorale. Alcuni e alcune degli attuali leader o aspiranti tali di una terza o quarta forza ricordano quell’esperienza, perché c’erano, anche se molto giovani, però sembrano tralasciare questo o quel dettaglio dell’esperienza vissuta. Altri probabilmente ne hanno sentito solo parlare, non ne sanno niente o non ne sanno abbastanza, però all’occorrenza se sembra utile buttano lì i nomi della Margherita o di Francesco Rutelli.

A uso di tutti vorrei ricordare non l’intera vicenda, ma solo i due fattori che risultarono decisivi nella storia. Li ho già citati a proposito di Forza Italia. Il primo: chi fondò la Margherita non chiese il permesso a nessuno per farlo. Anzi. La fase di aggregazione di soggetti vari e allora sparsi e dispersi (sinistra dc, liberali, ecologisti, ex socialisti ed ex comunisti, radicali) funzionò perché tutti avevano un obiettivo in comune: fare massa critica in alternativa ai Democratici di sinistra, cioè al Partito per definizione come si chiamava nel suo ultimo stato di evoluzione. Si comincia nel 2001, all’indomani della sconfitta dell’Ulivo, e fin dall’inizio la logica di competizione con i Ds è dichiarata, esplicita. I Ds sono guidati allora da Fassino e D’Alema, viaggiano costantemente nelle elezioni politiche e regionali poco sotto o poca sopra il 17 per cento, hanno bisogno di alleati ma non gradiscono affatto che quelli che durante l’Ulivo erano “cespugli” si aggreghino in un soggetto competitivo che parte col botto del 14,5 per cento nel 2001, non rimane mai sotto il 10 e quando vuole fare un cartello elettorale con i Ds tratta da posizioni di sostanziale parità. Se non numerica, sicuramente politica. Quindi, primo punto, utile forse ad Alessandro Onorato e un po’ mi sa anche a Matteo Renzi: si cresce perché si viene considerati “altri”, non perché qualche accordo preventivo ti consegna uno spazio predefinito da occupare, a patto che non esageri.

Quanto al secondo punto, anche qui soccorre il paragone con Forza Italia. Perché anche la Margherita non fu mai incerta sul suo radicamento. Nel centrosinistra e contro le destre. Occhio che anche allora, come oggi, si poteva fantasticare su brandelli liberali o moderati che si sarebbero potuti staccare dal Polo delle libertà per l’ingombrante presenza di Fini o Bossi, e dare vita a un centro esterno a entrambe le coalizioni. Non successe mai. Nessuno ci pensò mai veramente, e la Margherita sarebbe stata talmente piantata nel centrosinistra che da quel ramo venne poi la maggior parte della classe dirigente politica e istituzionale targata Partito democratico.

Dunque, secondo punto, che sicuramente non sfugge a Pina Picierno (che c’era) e magari può tornare in mente a Carlo Calenda e a Luigi Marattin: si cresce se gli elettori hanno un’idea chiara di dove ci si colloca in un bipolarismo che sarà sicuramente malato, come dicono loro, ma non per questo ha smesso di vivere nella percezione e nelle scelte degli elettori.

E attenzione: il Movimento 5 stelle, cioè l’evento politico più rilevante che sia intervenuto fra l’epoca di cui siamo parlando e il presente, vale come conferma e non come smentita di questa costante. Perché tutto il populismo che viene esorcizzato oggi, ha superato addirittura il 50 per cento del consenso degli italiani appena l’altro ieri, nel 2018, con una spinta talmente forte che quella è stata l’unica legislatura nella quale il centrodestra – peraltro ancora vivo Berlusconi – si è diviso al suo interno, e più volte.

Sono passati solo quattro anni. Dopo una sbornia di governi populisti, improvvisati oppure “tecnici”, all’inizio della successiva (e attuale) legislatura il Parlamento si è ritrovato di nuovo diviso in due schieramenti. E in questo formato il 90 per cento degli attuali partiti si avvia a presentarsi alle prossime elezioni. Non è una questione di sistema elettorale, per quanto importante: è la questione di come funzionano le cose nella testa degli italiani. Certo, non funzionano benissimo, tant’è vero che va a votare la metà della gente. Ma, piaccia o meno, continuano a funzionare secondo una logica bipolare.

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