La Grangia, le porte aperte raccontate da chi le ha attraversate
Un ospite della Grangia
Un ospite della GrangiaPer il 40° anniversario della Grangia ecco alcune testimonianze di chi è passato da Monlué, dove in tutti questi anni la priorità è stata quella di dare una voce agli ospiti. In quarant’anni alla Grangia si sono intrecciate storie molto diverse tra loro: c’è chi arriva dopo aver conosciuto lo sfruttamento, chi fugge da una violenza più silenziosa, ma non meno dolorosa. Percorsi diversi che spesso si incontrano proprio lì, e da cui nascono legami nuovi.
È il caso di S.S., arrivato in Italia dal Mali, dove veniva sfruttato nei campi di lavoro. Ore e ore senza essere pagato, in cambio solo un riparo dove dormire e poco cibo. A 16 anni, dopo un lungo viaggio durato oltre un anno, senza conoscere la città in cui si trovava, è stato accolto alla Grangia, dove gli educatori lo hanno aiutato a costruirsi, passo dopo passo, una vita da persona libera.
Ricorda i primi mesi come i più difficili: la paura di chiedere aiuto e la sensazione di essere invisibile. Analfabeta nella sua lingua di origine, adesso ha imparato a leggere e scrivere. Ha da poco iniziato anche un tirocinio come magazziniere fuori Milano. «Mi hanno spiegato cos’è un contratto e quali sono i miei diritti. Adesso ho anche del tempo libero per andare a giocare a calcio. Non mi sembra vero».
In Grangia ha conosciuto A.E., un ragazzo arrivato dall’Egitto. Così è nata un’amicizia che oggi li accompagna, ciascuno nel proprio percorso di crescita.
Nel suo Paese A.E. era vittima di bullismo quasi quotidiano, a causa di una paresi della parte destra del corpo, susseguente a un parto difficile, che gli ha bloccato lo sviluppo del braccio e della gamba. Ha abbandonato la scuola perché era diventata troppo pesante per lui, sempre preso di mira dagli altri. In Italia è venuto perché non voleva abbandonare il sogno di studiare. Temeva però che tutta la violenza subita in Egitto si sarebbe ripetuta anche qui. Invece, con il passare del tempo, in Grangia ha trovato il suo posto: si è sentito libero di essere se stesso, di indossare finalmente pantaloni e magliette a maniche corte: «Qui non mi sento più giudicato e quando sono giù di morale c’è sempre qualcuno che scambia due parole con me. Non pensavo fosse possibile essere come gli altri, nonostante i miei problemi fisici» (L.B).
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