La mostra "Ultra flat" e la natura che ha bisogno della cultura
Della bellezza si continua a parlare come se fosse un’evidenza naturale e si discute di canoni, di armonia come di proporzioni, persino di algoritmi capaci di misurarla, dimenticando che ogni epoca ha fabbricato la propria idea di ciò che merita di essere guardato e di ciò che - invece - va corretto, nascosto o espulso. Più che una qualità, la bellezza stessa è sempre stata un dispositivo che produce gerarchie, che distribuisce prestigio, che costruisce appartenenze e che non esiste senza un sistema di regole che la definisca. Roma conosce questa grammatica meglio di qualunque altra città e da Winckelmann in poi, il suo marmo è stato assunto a paradigma di un’idea universale di perfezione, corpo classico come misura del vero, la superficie levigata come promessa di ordine morale. Eppure la stessa Roma che ha inventato il mito dell’eterno è anche la città delle terme, della cosmesi, dell’artificio, dei parrucconi imperiali, delle statue restaurate e delle facciate continuamente riscritte. Nessuna città mostra con altrettanta chiarezza quanto la natura abbia sempre avuto bisogno della cultura per apparire naturale. È dentro questa lunga storia che si inserisce ULTRA FLAT, la mostra di Alberto Maggini, curata da Gianlorenzo Chiaraluce alla Fondazione Pastificio Cerere, a San Lorenzo, visitabile fino al 10 luglio prossimo. Il titolo allude, senza citarlo direttamente, al Superflat di Takashi Murakami, ma ne rappresenta uno sviluppo autonomo. Se Murakami descriveva l’appiattimento tra cultura alta e cultura popolare, Maggini sposta invece il discorso sul presente, «in una società dove tutto sembra essersi disposto sul medesimo piano e dove ogni immagine è immediatamente disponibile, consumabile ed ottimizzabile", ci spiega durante la visita. "Mi interessa capire come costruiamo ciò che chiamiamo bellezza, anche se non so cosa quella vera. Forse non esiste una risposta. Quello che realmente mi interessa è osservare i meccanismi con cui una società decide che cosa debba essere preservato e che cosa invece possa essere scartato".
L’esposizione romana ha la forma inattesa di un centro estetico immaginario con lettini da trattamento, lampade fredde, superfici lucide e strumenti professionali che sala dopo sala convivono con sculture in ceramica policroma, video e installazioni. Lo spettatore attraversa quattro ambienti come se affrontasse altrettanti trattamenti, salvo accorgersi che il corpo sottoposto a intervento non è il suo volto, ma l’idea stessa di normalità. Il centro estetico diventa così una macchina narrativa che non promette soltanto benessere, ma organizza desideri, suggerisce comportamenti e stabilisce modelli. "La bellezza – aggiunge l’artista – non è un valore naturale, ma un costrutto culturale. L’idea di natura viene continuamente evocata per giustificare processi di selezione, di inclusione e di esclusione". La mostra, scrive il curatore, costruisce una rappresentazione in cui i confini tra vero e falso, natura e artificio, prezioso e ordinario si assottigliano fino quasi a dissolversi". È una soglia, più che uno spazio espositivo, dove ogni oggetto cambia continuamente statuto: il cosmetico sfiora il reliquiario, la pubblicità assume il tono dell’icona e il kitsch si avvicina alla devozione. Anche Roma, osservata da questa prospettiva, sembra un enorme centro estetico della storia visto che leviga il proprio passato, restaura incessantemente la propria immagine, trasforma il patrimonio in superficie impeccabile, il classico continua a funzionare come filtro estetico mentre il presente produce nuovi rituali della perfezione tra sieri, tutorial, influencer, skincare e identità costruite per immagini. Il precedente progetto editoriale di Maggini, Adore, imitava una rivista di moda per smontarne dall’interno il linguaggio. ULTRA FLAT prosegue quella ricerca, ma sostituisce la carta stampata con un ambiente immersivo dove ogni trattamento promette una versione migliore di sé. Viene inevitabilmente in mente Agrado, il personaggio di Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar, quando afferma che «una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa». L’autenticità coincide quindi con il progetto, non con l’origine. Non si esce da ULTRA FLAT con una risposta sulla bellezza, ma con il sospetto che la domanda sia mal posta. «La bellezza non è una qualità delle cose, ma il nome che diamo a una disciplina dello sguardo mentre cambiano le epoche e gli strumenti», precisa Maggini che non giudica mai questo meccanismo, ma ce lo fa vedere e apprezzare come un estetista che, invece di promettere una pelle perfetta, riesce a consegnare al cliente lo specchio delle proprie ossessioni.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)