“La pandemia che ci hanno raccontato non era quella reale”: le riflessioni dell’epidemiologo Pisani

Maggio 15, 2026 - 15:45
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“La pandemia che ci hanno raccontato non era quella reale”: le riflessioni dell’epidemiologo Pisani
salvatore pisani - un'altra pandemia

C’è una pandemia che abbiamo vissuto. E c’è una pandemia che ci hanno raccontato. Non sempre coincidenti. È da questa frattura, percepita, sofferta e poi a lungo elaborata,  che nasce “Un’altra pandemia. Viaggio di un epidemiologo”, il libro di Salvatore Pisani presentato allo Spazio Arte IFC di Piazza Monte Grappa a Varese. Un diario, un atto di memoria, forse anche un atto di resistenza contro quella che Pisani chiama «la voglia collettiva di dimenticare».

Perché un diario, e perché proprio quel periodo

Pisani non è un osservatore esterno. È un epidemiologo, fino al 2021 dipendente dell’Agenzia di Tutela della Salute,  che il Covid lo ha vissuto in prima persona, contraendo il virus selvaggio, quello originale, proveniente da Wuhan, e restando malato per quasi due mesi. Rientrato al lavoro,  con la volontà di contribuire alla gestione locale dell’emergenza, si è trovato davanti a misure che, dal suo punto di vista scientifico, non sempre reggevano a un esame critico. Misure imposte dall’alto, dalla regione, dal ministero, che lasciavano poco spazio al ragionamento epidemiologico territoriale.

Quella frustrazione è rimasta dentro. Poi è arrivato il pensionamento, a luglio del 2021, e il tempo per trasformare il disagio in pagine scritte. Il diario copre il primo quadrimestre del 2022 — centoventi giorni esatti, dal 1° gennaio al termine di aprile — un periodo in cui la pandemia era tecnicamente nella sua fase omicron, più diffusa ma meno letale, eppure il paese continuava a vivere ossessionato da un solo numero: i contagi giornalieri.

Ogni pagina del diario si chiude con quel numero. Non per ossessione, ma per ironia documentale: per ricordare a chi legge quanto quella cifra quotidiana abbia dominato la comunicazione, spesso a scapito di qualsiasi altra informazione utile.

Cosa è davvero una pandemia e quante ce ne sono state

Prima di capire cosa non ha funzionato, Pisani ritiene necessario spiegare di cosa si stia parlando. Una pandemia non è semplicemente un’epidemia grande: è un’epidemia che si diffonde in almeno due continenti e in almeno due paesi di continenti diversi, causata in genere da un agente microbico nuovo, contro cui la popolazione non ha anticorpi preesistenti. Quando a questa novità si aggiunge un’elevata capacità di causare malattia grave, il rischio diventa quello di una catastrofe sanitaria globale.

Nel Novecento ne abbiamo affrontate tre di influenzali: la Spagnola, la più devastante, poi la cosiddetta Asiatica del 1957 e la Hong Kong del 1968. Nel 2009 c’è stata un’altra pandemia influenzale — quella da virus H1N1 — che aveva fatto temere il peggio perché condivideva alcune caratteristiche antigeniche con la Spagnola. Le scorte di vaccino erano state fatte in abbondanza; per fortuna, la curva di mortalità è rimasta contenuta.

Il Covid-19, tecnicamente, è considerato la quinta pandemia per numero di morti nella storia recente. L’OMS ha dichiarato ufficialmente chiusa l’emergenza il 5 maggio 2023, dopo aver stimato circa 7 milioni di decessi nel mondo. Ma la cifra reale, secondo l’Organizzazione stessa, sarebbe stata sottostimata di circa 2,7 volte: in vaste aree del Sud-Est asiatico, dell’Africa e del Sud America non esistono sistemi informativi affidabili sulla mortalità, e i dati ufficiali di alcuni paesi, a cominciare dalla Cina, restano fortemente in dubbio.

L’infodemia: quando le notizie fanno più rumore del virus

Il termine è relativamente recente, ma il fenomeno è antico: l’infodemia è un’epidemia di informazioni. Troppe, spesso contraddittorie, a volte deliberatamente semplificate. Pisani è convinto che questa sovrabbondanza di notizie abbia non solo confuso il pubblico, ma abbia anche ostacolato una risposta sanitaria efficace.

Il Covid è stata la prima pandemia nell’era dei social media, dove chiunque poteva postare, condividere, sentenziare. Il risultato è stato un processo pubblico alla scienza stessa: la gente non riusciva a fidarsi perché le informazioni cambiavano, si contraddicevano, venivano date da voci sempre diverse con autorevolezze molto diseguali. Il ruolo delle competenze era saltato: nel campo della virologia e dell’epidemiologia, chiunque si sentiva autorizzato a dire la sua con la stessa sicurezza di uno specialista.

Gli epidemiologi, quelli veri, quelli che misurano i rischi invece di sparare numeri, erano quasi assenti dal dibattito televisivo. La comunicazione era affidata a singoli esperti, spesso bravissimi nelle proprie specializzazioni ma non necessariamente formati sulla valutazione del rischio in contesti pandemici.

salvatore pisani - un'altra pandemia

Tamponi, positività e contagiosità: un’equazione sbagliata

Uno degli errori più gravi, secondo Pisani, è stato confondere la positività al tampone con la contagiosità. Il 2 gennaio 2022, il giorno dopo i cenoni di Capodanno, è rimasto nella sua memoria come un momento emblematico: tutti correvano a fare il tampone sperando di risultare negativi e quindi «autorizzati» a stare con gli altri. Ma la logica era capovolta.

Un tampone positivo non dice quanto sei contagioso. La carica virale, cioè la quantità di virus presente nell’organismo, è il fattore determinante per la trasmissione, e quella non veniva misurata né comunicata. Chi risultava positivo poteva essere altamente infettivo o quasi per niente. Chi risultava negativo poteva essere all’inizio dell’infezione, in quel periodo finestra in cui il virus c’è ma ancora non si vede. Il tampone era uno strumento utile ma parziale, trattato come oracolo.

Analogamente, i dati quotidiani sui contagi, comunicati ogni sera come un bollettino di guerra, erano epidemiologicamente quasi privi di senso. Tutti i rapporti scientifici seri sull’andamento di un’epidemia si basano su periodi almeno settimanali. I dati giornalieri erano distorti per definizione: il sabato e la domenica i laboratori lavoravano a mezzo regime, la domenica ancora meno, e il lunedì arrivava puntuale il picco artificiale che recuperava i giorni festivi. Il risultato era che il paese si illudeva di guarire nei fine settimana e ricominciava a morire il lunedì.

La scuola chiusa prima dei bar: il danno che non si vede

C’è un episodio che Pisani ricorda con particolare amarezza. In Lombardia, in occasione della seconda ondata, le scuole furono chiuse prima dei bar. Diverse settimane prima. Pisani era ancora in servizio e partecipò a una valutazione interna dell’impatto di quella misura: la chiusura delle scuole aveva prodotto una riduzione dei casi di circa il 2%. Percentuale modesta, a fronte di un costo sociale enorme.

Il virus, nella sua fase più letale, colpiva soprattutto gli anziani. I bambini e i ragazzi ne erano relativamente protetti. Tenerli lontani dalle aule non abbatteva significativamente la curva epidemica, ma li privava di mesi di vita scolastica, relazioni, struttura quotidiana.

I numeri che sono emersi dopo lo confermano. Uno studio condotto in California ha misurato che, dopo la riapertura delle scuole, la prevalenza dei disturbi mentali tra i giovani è calata dell’1,2% al mese. Una ricerca italiana su 2.500 famiglie ha rilevato che i casi di disagio giovanile sono praticamente raddoppiati dopo la pandemia, con una crescita evidente di disturbi d’ansia, alterazioni del sonno e fenomeni di ritiro sociale.

Scrivere per non dimenticare

Il 5 maggio 2023 l’OMS ha dichiarato chiusa la pandemia. Sono passati tre anni, eppure, come scrive Pisani in una delle pagine più dense del libro, sembra passata un’eternità. La voglia di dimenticare è stata potente quanto quella di informarsi era stata frenetica. Le case editrici a cui ha proposto il manoscritto gli hanno risposto quasi tutte nello stesso modo: «La pandemia non interessa più». Pisani si è autopubblicato.

Ha scelto di farlo perché ritiene che dimenticare in fretta, senza aver capito cosa non ha funzionato, sia il modo migliore per non essere pronti alla prossima volta. I meccanismi sociologici delle pandemie si ripetono: la paura del contagio, la caccia all’untore, la diffidenza verso lo straniero. Lo raccontava già Philip Roth nel romanzo Nemesi, ambientato durante un’epidemia di poliomielite nel 1944, quando a Newark si sterminarono i gatti randagi «per precauzione», e gli untori erano gli immigrati italiani. .

Un diario, dunque. Ma anche un manuale di lettura critica per la prossima emergenza che verrà.

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