Don Giuseppe Noli, padre José, Pernolì, Ismael: i tanti nomi di un uomo che ha unito Italia, Perù, Haiti e Niger

Don Giuseppe Noli ad Abbiate. Padre José in Perù. Pernolì ad Haiti. Ismael in Niger. Tanti nomi, una sola persona. E attorno a quella persona una comunità larga, fatta di amici, sacerdoti, volontari, familiari, gruppi missionari, persone credenti e non credenti, unite da un senso comune di gratitudine, appartenenza e solidarietà. È stato questo il cuore della serata “Libero oltre il tempo”, l’omaggio a don Giuseppe Noli che si è tenuto in un Teatro Nuovo di Abbiate Guazzone gremito di persone, a un anno dalla sua scomparsa. Non una semplice commemorazione, ma un racconto corale della sua vita e soprattutto di ciò che ha lasciato nelle persone che lo hanno incontrato.
La serata è stata costruita come un viaggio nelle quattro grandi tappe della vita di don Giuseppe: Italia, Perù, Haiti e Niger. Ad aprirla è stata la lettura di un testo di don Giuseppe affidata a Davide Locorotondo. Poi, sul palco, si sono alternati testimoni diversi, ciascuno portando un frammento di memoria, un episodio, una frase, una traccia del suo modo di vivere.
A introdurre il ricordo è stato don Ambrogio Cortesi, decano del decanato di Tradate, che in Perù fu anche successore di don Giuseppe. Lo ha ricordato come un “santo della porta accanto”, precisando di non voler “canonizzare nessuno”, ma restituendo l’immagine di un uomo immerso nella vita quotidiana della gente. «Don Giuseppe si trovava tra la gente, si trovava nei quartieri», ha raccontato. E ancora: «Un uomo che si è immerso completamente con il pueblo, con il popolo». Per don Ambrogio, don Giuseppe è stato insieme “un uomo che ha dato tutto per la gente” e “un uomo di Dio”, capace di tenere unite queste due dimensioni senza separarle.
La prima parte della serata è stata dedicata all’Italia e al legame con Abbiate. Sul palco sono saliti Renzo Imperiali e Sergio Schiavone, amici di infanzia di don Giuseppe, che hanno ricostruito il rapporto con la comunità abbiatese e l’attenzione che il sacerdote aveva fin da giovane verso ammalati, disabili, poveri, anziani, bambini, carcerati ed emarginati. Renzo Imperiali ha ricordato una frase che riassumeva il senso della vita di don Giuseppe: «Sono qui per essere servitore e non per essere servito». Da lì ha costruito la sua testimonianza attorno a una domanda semplice e radicale: servire chi, come, dove, quando e perché. La risposta, nel suo ricordo, era sempre la stessa: servire “sempre”, soprattutto chi era più fragile. «Don Giuseppe, padre José, Pernolì, Ismael, come lo chiamavano tutti e come voleva lui essere chiamato, era un servitore. Un servitore senza patria, senza confini, amico di tutti e amato da tutti, al di là del credo religioso».
Una frase che ha dato il tono all’intera serata. Perché il ricordo di don Giuseppe ha superato continuamente il perimetro strettamente religioso, mostrando la forza di una testimonianza capace di parlare anche a chi non condivideva necessariamente la fede, ma riconosceva in lui un modo concreto, umano e radicale di stare accanto agli altri. Sergio Schiavone ha riportato invece il ricordo dell’oratorio di Abbiate, dove don Giuseppe, giovane sacerdote poco più che trentenne, fu guida per generazioni di ragazzi. «Seppe essere per noi, allora soltanto dei ragazzini, guida, presenza viva e cuore dell’oratorio di Abbiate», ha detto. Un legame mai interrotto, nemmeno nei lunghi anni delle missioni, quando il suo ritorno per qualche periodo in paese veniva vissuto come il ritorno di “una parte cara della nostra casa e della nostra giovinezza”.
Sempre nella parte dedicata all’Italia è stato ricordato anche Antonio Bascialla, volontario che per anni aiutò don Giuseppe come collegamento costante con l’Italia, nell’organizzazione e nel sostegno dei viaggi degli altri volontari. Davide Locorotondo ha letto una lettera inviata da don Giuseppe ad Antonio e Ornella, nella quale emergeva il valore della condivisione: «Quando c’è l’amore può succedere di tutto». Nella stessa lettera don Giuseppe richiamava la necessità di non separare “fiducia” e “impegno personale e comunitario”, e parlava della «grandezza» e della «forza» del piccolo.
La seconda tappa del racconto è stata il Perù. Sul palco sono saliti i componenti del GAP, il Gruppo Amici del Perù: Pino, Rosanna. Pino ha raccontato la nascita del gruppo nel novembre del 1989, quando don Giuseppe partì per la sua prima missione all’estero, a Huacho, a circa 140 chilometri a nord di Lima. Da allora, per trentasette anni, il gruppo lo ha seguito con incontri mensili, raccolte fondi, corrispondenza e sostegno ai progetti. «Noi condividevamo il suo approccio e la sua filosofia», ha spiegato Pino, ricordando che don Giuseppe impostava la sua azione non solo sul piano pastorale, ma sulla promozione umana: personale, familiare e sociale. Cooperative di lavoro, mense popolari, consultori, scuole, asili, raccolta dei rifiuti, assistenza carceraria e sostegno alle famiglie sono stati alcuni dei progetti ricordati. Poi una definizione ricevuta in Perù e rimasta impressa: l’allora arcivescovo di Huacho, monsignor Lorenzo Leon, in un colloquio con il cardinale Carlo Maria Martini, lo definì «un hombre de Dios».
Rosanna ha poi letto una lettera del 1993, scritta da Huacho, nella quale don Giuseppe raccontava il mare, i gabbiani e la tensione continua tra il desiderio di fermarsi ad ascoltare e l’urgenza di rispondere alle sollecitazioni della vita e della gente. «Se il fine sono loro e il pueblo, la risposta e la strada non sono il mio, ma il loro», scriveva.
La terza parte della serata è stata dedicata ad Haiti, dove don Giuseppe visse altri undici anni, a Mare Rouge, nel nord dell’isola. Una frase ricordata durante la serata ha riassunto il suo modo di guardare alla solidarietà: «Noi abbiamo due mani, una per ricevere e una per dare». Sul palco sono salite Felicita e Donatella, che hanno letto una lettera di Maria Grazia De Vecchi a nome dei gruppi di volontari di Leggiuno. Il racconto ha restituito l’impegno nato attorno ai progetti di Mare Rouge: la scuola, la biblioteca, l’invio di libri in francese, il sostegno agli insegnanti, l’acquisto di un’ambulanza, i punti di distribuzione dell’acqua potabile. Nel tempo, attraverso la preparazione e la vendita di sacchetti di cioccolatini, furono raccolti 93mila euro per sostenere le opere volute da don Giuseppe ad Haiti.
Uno dei momenti centrali è stato il racconto dell’acquedotto di Mare Rouge, introdotto da un video e dalla testimonianza di Giuseppe Bertani, insieme a Silvia. Bertani ha ricordato l’incontro con don Giuseppe nel 2009 e la domanda fatta al sacerdote: quali erano le cose davvero importanti per Mare Rouge? La risposta fu netta: «L’educazione e l’acqua». Da lì nacque il progetto dell’acquedotto, inaugurato due anni dopo. Ma il punto decisivo non fu solo tecnico. Fu il metodo. «Ricordatevi che qui voi non dovete lavorare per gli haitiani, ma dovete lavorare con gli haitiani», diceva don Giuseppe. Per questo, è stato ricordato, uno scavo che con un mezzo e un tecnico italiano avrebbe potuto essere fatto rapidamente fu invece realizzato coinvolgendo decine di persone del posto, dando lavoro e cibo a circa cinquanta famiglie. Silvia ha ricordato anche la fiducia che la popolazione aveva in lui: «Bastava andare in giro per la strada e dire “siamo amici di Pernolì” e lì si aprivano i sorrisi». E ancora, a proposito dell’acqua: «Se l’ha detto Pernolì, io ci credo, l’acqua arriverà».
L’ultima tappa è stata il Niger, dove don Giuseppe scelse di andare ormai anziano, dopo Perù e Haiti, ancora una volta guardando alle zone più povere del mondo. Sul palco è salito don Davide Scalmanini, che visse con lui a Dosso dal 2011 al 2020. La sua testimonianza è stata una delle più intense della serata. «Ho sentito tante cose, è difficile per me chiamarlo Giuseppe perché io l’ho conosciuto come Ismael», ha detto. Don Davide ha raccontato il primo incontro con quell’uomo gracile, arrivato in un Paese dove il caldo poteva superare i 45 gradi, e la sorpresa davanti alla sua forza interiore. «Mi hanno detto: si chiama Giuseppe, lui però si presenta come Ismael. Allora dico: ma come ti devo chiamare? E lui mi dice: Ismael». Da quel nome don Davide ha colto il senso profondo di una scelta: ricollocarsi, trovare un posto nel mondo, avvicinarsi anche a una realtà a maggioranza musulmana. «Un uomo che aveva quasi settantacinque anni, ribattezzarsi, vuol dire voler trovare un posto nel mondo per donare la bellezza al mondo e a se stesso».
Don Davide ha ricordato anche l’amicizia nata con lui: «È stato per me un amico e un fratello maggiore». E ha riportato il messaggio del vescovo del Niger, impossibilitato a collegarsi, secondo cui Ismael Giuseppe vive ancora nel cuore della gente del Niger, soprattutto dei più poveri.
Alla parte dedicata al Niger si è legato anche il progetto “Vite altrove”, nato negli ultimi anni insieme a don Giuseppe, all’associazione L’Aquilone e al gruppo Amici del Niger. All’inizio, è stato ricordato, don Giuseppe era titubante: «Non voglio che sia una celebrazione della mia persona». Poi il progetto prese forma: una mostra fotografica, un video con i suoi ultimi racconti, un libro con gli scritti dal Niger. Un progetto che vuole continuare a raccontare la missione e sostenere le opere avviate in quella terra. La mostra sarà esposta alla Biblioteca Frera dal 18 al 30 maggio.
Sul palco è poi salito Alessio Floridia, autore delle fotografie esposte nell’atrio. Ha spiegato di aver scelto immagini capaci di raccontare la vita reale e la felicità reale dei bambini del Niger: un bambino che ride mentre gioca, una bambina che costruisce giochi con materiali di recupero. «Questi scatti superano la superficie della povertà materiale per svelare l’autenticità profonda di un popolo purtroppo dimenticato», ha detto.
A dare respiro alla serata sono stati gli interventi musicali dell’orchestra del liceo musicale Bellini, diretta da Elena Scrivo, più volte ringraziata nel corso dell’evento. La musica ha accompagnato le diverse tappe del racconto, alternandosi alle letture, ai video e alle immagini. Nel finale sono saliti sul palco Marco Noli, fratello di don Giuseppe, e Alberto Galli dell’associazione Macondo. Marco Noli ha ringraziato i gruppi, i volontari, le suore, le parrocchie e le tante persone che negli anni hanno sostenuto don Giuseppe. Poi ha consegnato alla sala una frase che ha riassunto il senso più concreto della serata: «Mi sono reso conto che il bene è contagioso come un virus». Non un’immagine retorica, ma la descrizione di ciò che don Giuseppe ha generato: persone che, dopo averlo incontrato, hanno continuato a mettersi a disposizione degli altri.
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