La quantità di CO2 presente nell’atmosfera ha segnato un nuovo record. C’entrano gli Stati Uniti

Ad aprile la quantità di CO2 presente nell’atmosfera ha segnato un nuovo record: 431 parti per milioni (ppm). A segnalarlo è la National oceanic and atmospheric administration (Noaa), agenzia statunitense da mesi presa di mira dall’amministrazione Trump con taglio di budget, eliminazione di archivi di dati scientifici, cancellazione di programmi di monitoraggio su clima ed eventi estremi, massicci licenziamenti di ricercatori. La voce della Noaa effettivamente è scomoda per chi sostiene che la crisi climatica non esiste, non c’è alcun innalzamento della temperatura globale né c’è un rapporto tra questo presunto riscaldamento e le emissioni di gas serra prodotte bruciando combustibili fossili. Ma è una voce che, finché non verrà messa a tacere con nuovi tagli dei finanziamenti (ora una proposta di bilancio dell’amministrazione Trump per l’anno fiscale 2027 prevede un taglio di oltre 1,1 miliardi di dollari per la Noaa, pari a una riduzione complessiva del 17%) continua a far rumore.
L’ultimo monitoraggio della CO2 presente in atmosfera, che segnala appunto la cifra record di 431,12 parti per milione, in aumento rispetto all’altro dato monstre di 429,64 ppm registrato ad aprile 2025, è stato ripreso dalla rivista Scientific American e commentato con parole di allarme. Lo scienziato climatico Zachary Labe di Climate Central, un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di ricerca sui cambiamenti climatici, dice a quella che è una delle più antiche (anno di fondazione 1845) e prestigiose riviste di divulgazione scientifica al mondo che il nuovo record è «deprimente» ma non inaspettato: «È solo un altro segnale che l’anidride carbonica continua ad aumentare nella nostra atmosfera mentre il nostro pianeta continua a riscaldarsi. Per molti scienziati climatici, si tratta semplicemente di “eccolo di nuovo, un altro record nella direzione sbagliata”».
È vero che la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera terrestre tende a raggiungere un livello di picco ogni anno nel mese aprile o maggio perché le piante durante l’inverno rallentano l’attività di fotosintesi clorofilliana e quindi c’è meno assorbimento, che invece ricomincia a pieno ritmo man mano che la vegetazione riprende a crescere durante i mesi più caldi. Ma i dati della Noaa mostrano una tendenza preoccupante per quel che riguarda la crisi climatica, perché la quantità media mensile di CO2 nel corso dei mesi di aprile in questi anni è in costante aumento, facendo segnare anno dopo anno nuovi livelli di picco.
I grafici pubblicati dall’agenzia statunitense mostrano la media mensile dell’anidride carbonica misurata presso l’Osservatorio di Mauna Loa, alle Hawaii. I dati sull’anidride carbonica raccolti a Mauna Loa costituiscono la serie storica più lunga di misurazioni dirette di questo gas serra nell’atmosfera. Tali misurazioni furono avviate dallo Scripps institution of oceanography nel 1958 presso una struttura della Noaa e poi l’agenzia stessa ha avviato proprie misurazioni a partire dal 1974 e da allora le ha condotte in parallelo con quelle effettuate dallo Scripps. Il dato dell’aumento di CO2 in collegamento con le attività umane e l’utilizzo di combustibili fossili è difficile da smentire. Così come un altro dato, che chiama ancora una volta in causa l’amministrazione Trump: dopo un costante calo durato 20 anni, con anche una drastica diminuzione negli ultimi due anni del mandato Biden (2023-2024), col ritorno del tycoon e il suo «drill, baby, drill» alla Casa Bianca le emissioni di gas serra degli Stati Uniti sono tornate a crescere, facendo segnare nel 2025 un incremento del 2,4% rispetto all’anno precedente: 5,9 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, circa 139 milioni di tonnellate in più rispetto al 2024. Si tratta di un poco edificante risultato raggiunto da Trump con la sua crociata contro eolico e solare e la sua ricetta a base di petrolio, gas e anche carbone (giusto mentre la Cina ha ridotto le emissioni puntando su elettrificazione e rinnovabili): nel 2025 la produzione di energia degli Stati Uniti da quello che è il combustibile fossile a più alta intensità di carbonio è aumentata del 13%, mentre negli anni precedenti era diminuita di quasi due terzi rispetto al picco raggiunto nel 2007.
Detto tutto questo, sarebbe da capire quanto rispetto al record di CO2 registrato ad aprile incidano le emissioni prodotte dalla guerra in Iran. Anche in tal caso, comunque, c'entrano gli Stati Uniti.
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