La strage di Viareggio di nuovo in Cassazione. Mauro Moretti rischia il carcere

25 Giugno 2026 - 06:30
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Dopo l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, oggi le porte del carcere potrebbero aprirsi anche per Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana e di Ferrovie dello Stato. In Cassazione si terrà infatti l’udienza conclusiva del processo sulla strage di Viareggio, che il 29 giugno 2009 costò la vita a 32 persone, a causa del deragliamento e dell’esplosione di un treno che trasportava gpl. I giudici si riuniranno in camera di consiglio e, a meno di sorprese, la sentenza dovrebbe arrivare entro sera. Un anno fa la Corte d’appello di Firenze, al termine del terzo processo d’appello sulla vicenda, ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione nei confronti di Mauro Moretti (con l’accusa di disastro ferroviario colposo, incendio e lesioni colpose) e anche di altri undici imputati, tra cui Michele Mario Elia, ex ad di Rfi. Se la Cassazione dovesse confermare le sentenze, entrambi finirebbero in carcere, a 17 anni di distanza dai fatti.

Il processo sembra rispondere più alla logica dello scalpo che a quella del diritto. Così come Castellucci è stato considerato colpevole per l’incidente di Acqualonga del 2013 (un autobus precipitò da un viadotto dell’autostrada, causando la morte di 40 persone), in quanto ritenuto responsabile di una strategia aziendale volta al risparmio sulla manutenzione delle infrastrutture, pur in assenza di qualsiasi decisione in tal senso, Moretti viene accusato della strage di Viareggio in quanto autore di una presunta scelta di politica aziendale finalizzata al contenimento dei costi sulla sicurezza, anche qui senza che sia mai stato rintracciato alcun atto o comunicazione da parte di Moretti in questa direzione (anzi, paradossalmente fu proprio Moretti nel 2006 ad adottare una prescrizione che imponeva a tutte le imprese ferroviarie di svolgere il controllo manutentivo sui carri esteri). Così, l’amministratore delegato diventa il necessario capro espiatorio di qualsiasi incidente avvenga all’interno di un’azienda.

Occorre ricordare, infatti, che la causa della tragedia di Viareggio è stata identificata nella rottura di un assile difettoso, revisionato in Germania da società che non hanno nulla a che fare con Ferrovie dello Stato. Per queste ragioni, la giustizia ha già stabilito definitivamente la colpevolezza dei responsabili dell’impresa tedesca proprietaria del carro cisterna (poi noleggiato da un’azienda del gruppo Fs), degli operai che hanno tragicamente sbagliato la manutenzione e dei dirigenti delle officine che hanno revisionato e montato un assile difettoso sotto al carro. Tutto ciò, però, sembra non bastare. L’opinione pubblica chiede a gran voce la condanna del “capo”.

Quello di oggi sarà il terzo giudizio della Cassazione sulla vicenda. In primo grado e nel primo processo d’appello, Moretti era stato condannato a sette anni. Era seguito un primo rinvio della Cassazione e la riduzione della pena a cinque anni nel secondo processo d’appello a Firenze. Nel gennaio 2024 la Cassazione, pur confermando le responsabilità penali degli imputati, ha annullato la sentenza d’appello bis, invitando i giudici d’appello a ricalibrare meglio le pene o a motivare in maniera specifica perché, nel riconoscere le attenuanti generiche, era stato applicato il minimo dello sconto di pena (pari a un nono) invece che il massimo pari a un terzo. L’unica condanna a diventare definitiva è stata quella a 4 anni e due mesi di reclusione a carico di Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia, che si è costituito in carcere.

I giudici dell’appello ter, anziché ricalibrare le pene aumentando lo sconto di pena, hanno deciso il 27 maggio 2025 di confermare le pene agli altri 12 imputati. Se questa lettura sarà accolta dalla Cassazione, sia Moretti sia Elia, avendo riportato una condanna superiore ai quattro anni, finiranno in carcere.

Si confermerebbe la tendenza della magistratura a far risalire la responsabilità delle tragedie automaticamente fino ai vertici aziendali, anche quando manca la prova di una decisione, di un ordine o di una precisa condotta riconducibile all’amministratore delegato. Una tendenza che rischia di trasformare il ruolo dell’apicale in una responsabilità oggettiva di fatto, lontana anni luce dai princìpi fondamentali del diritto penale liberale. Ancor di più se si tiene conto nel caso di Moretti della distanza abissale (17 anni) tra il giudizio e i fatti contestati.

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