La strage nazista del Campo di Fossoli


Il 12 luglio 1944 nel campo di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena, le SS trucidarono 67 uomini, antifascisti e resistenti lì internati in attesa di essere deportati nei lager nazisti. Molti di loro erano originari di Milano, della Brianza, del lecchese e del varesotto: alcuni, come Carlo Bianchi e Galileo Vercesi, erano cresciuti nell’Azione cattolica ed impegnati in realtà della Diocesi ambrosiana.
Fu una strage criminale, «mascherata» da rappresaglia per un attentato a militari tedeschi avvenuto giorni prima a Genova, ma che in realtà aveva il solo scopo di eliminare persone ritenute altamente pericolose per le loro idee di democrazia e libertà. Un eccidio che, nonostante qualche tentativo di indagine nell’immediato dopoguerra (con una nuova istruttoria nel 2000, poi archiviata), è rimasto del tutto impunito. Ma che ancora oggi, a oltre ottant’anni da quei fatti, viene ricordato a Fossoli nella data dell’anniversario con celebrazioni e pellegrinaggi della memoria: per non dimenticare.

Campo di transito
Il campo di Fossoli era stato costruito nel 1942 dal regio esercito italiano per i prigionieri di guerra alleati. Dopo l’Armistizio, i repubblichini l’avevano destinato a campo di concentramento per gli ebrei: poi, dal marzo 1944, era stato requisito dalle SS e utilizzato per i detenuti politici, «anticamera» verso i lager nazisti.
Il clima di vessazioni e violenze nel campo modenese si inasprì rapidamente, anche in conseguenza dell’aumento delle azioni partigiane e dell’avanzata degli anglo-americani lungo la Penisola. Il 21 giugno ci fu una deportazione di massa di oltre un migliaio di internati verso i campi di lavoro e di punizione del Reich, come Mauthausen. Il giorno seguente avvenne l’uccisione di Leopoldo Gasparotto, avvocato milanese quarantenne, cattolico e leader riconosciuto della Resistenza, che non aveva abbassato la testa neppure tra i reticolati di Fossoli: per questo le SS lo presero e lo ammazzarono di nascosto.
Anche ad altri 70 detenuti politici, l’11 luglio, fu comunicata la partenza per la Germania. All’indomani furono prelevati a gruppi di 20, a partire dalle 4 di mattina. Ma invece di dirigersi verso la stazione ferroviaria di Carpi, l’autocarro tedesco portò quegli uomini al vicino poligono di tiro di Cibeno, dove il giorno precedente i prigionieri ebrei erano stati costretti a scavare una grande fossa. Sul bordo della quale i condannati furono fatti inginocchiare e giustiziati con un colpo alla nuca: una prassi evidentemente già collaudata dai carnefici delle SS in altri contesti.
Il secondo gruppo portato al poligono, tuttavia, tentò una reazione disperata e nella lotta che ne seguì due condannati riuscirono a scappare, aiutati poi nella fuga da alcuni contadini della zona: la loro testimonianza fu quindi fondamentale nella ricostruzione della strage. Anche Teresio Olivelli, già nelle ore precedenti, con il coraggio e la determinazione che lo avevano sempre contraddistinto, era riuscito a nascondersi, scampando quindi alla fucilazione. Nuovamente catturato dai tedeschi, però, il beato fu quindi deportato nei lager, fino al martirio in quello di Hersbruck per aver difeso dei compagni di prigionia.

Le esequie in Duomo alla fine della guerra
Avendo compreso cosa stesse avvenendo, abitanti della zona di Fossoli avvertirono il vescovo di Carpi, il cappuccino mons. Dalla Zuanna (medaglia d’oro al valor civile), che subito si precipitò a Cibeno, ma non poté fare nulla per impedire la strage, neppure benedire le salme.
Al termine dell’eccidio, gli ebrei dovettero ricoprire la fossa comune, gettando calce viva sui corpi, con diversi uomini – come testimoniarono – che ancora respiravano. Le SS li costrinsero a mettere persino delle piante, per cercare di nascondere del tutto il luogo della sepoltura e le prove del massacro. Quell’esecuzione sommaria, del resto, non compare ufficialmente in nessun documento del Comando tedesco: a dimostrazione che non si trattò di una «rappresaglia» militare, ma di una strage deliberata.
Alla fine della guerra, alcuni amici e parenti dei caduti si recarono subito a Fossoli, individuando la fossa e recuperando i poveri resti. Ricomposti nelle bare, i martiri vennero portati a Milano, dove il 24 maggio 1945 il cardinal Schuster celebrò per loro in Duomo la solenne Messa di esequie, tra la commozione di una folla immensa. Fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione, personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna.
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