La Strategia europea per la resilienza idrica e il prezzo giusto per il riuso delle acque reflue

Il 5 giugno 2025 la Commissione europea ha adottato la Water Resilience Strategy, un documento che segna una svolta nel modo in cui l’Unione affronta il tema dell’acqua. Non si tratta di un aggiornamento di routine: per la prima volta, la gestione idrica viene collocata ad un livello strategico, centrale per le politiche europee su sicurezza, competitività e coesione territoriale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare, in modo coordinato, le regole già esistenti a livello UE in materia di acque.
La Strategia si muove lungo tre direzioni principali: ripristinare e proteggere il ciclo naturale dell’acqua; costruire un’economia più attenta all’uso della risorsa, puntando su risparmio ed efficienza; garantire a tutti l’accesso ad acqua potabile e servizi igienico-sanitari sicuri e sostenibili economicamente. A queste priorità si affiancano cinque aree di intervento trasversali: governance, investimenti e infrastrutture, digitalizzazione, ricerca e innovazione, sicurezza.

Come hanno reagito gli attori del settore
concentrato su un punto preciso: la distanza tra l’ambizione del documento e la concretezza degli strumenti previsti per realizzarla. EurEau, la federazione che riunisce le associazioni nazionali delle imprese idriche, ha segnalato la mancanza di obiettivi quantitativi e alcune lacune sul piano operativo. Aqua Publica Europea, che rappresenta gli operatori pubblici del settore, ha espresso un giudizio complessivamente favorevole, apprezzando il rafforzamento del ruolo della Direttiva quadro sulle acque, l’attenzione alla ritenzione idrica naturale e il riconoscimento dei fabbisogni di investimento. Allo stesso tempo, ha però evidenziato uno scarto tra le ambizioni dichiarate e le misure concrete, in particolare sul fronte della riduzione dell’inquinamento alla fonte e del contrasto ai prelievi illegali. Ha inoltre espresso riserve sull’idea di un partenariato pubblico-privato per la bonifica dei PFAS, ribadendo la necessità di una governance pubblica forte e di strumenti finanziari adeguati. SGI Europe valuta positivamente la Strategia europea per la resilienza idrica, ma chiede maggiore attenzione alla prevenzione dell’inquinamento alla fonte, al rafforzamento del principio “chi inquina paga”, agli schemi EPR nelle acque reflue e al divieto dei PFAS. Water Europe considera invece la digitalizzazione centrale per la resilienza del settore idrico, promuovendo IA, sensori avanzati e digital twin, insieme a interoperabilità dei dati, investimenti digitali, cybersecurity e sviluppo delle competenze. BusinessEurope, invece, si è concentrata soprattutto sui rischi legati all’assenza di un quadro finanziario strutturato e a una scarsa integrazione con le politiche industriali.
In sintesi: tutti concordano sulla diagnosi della Commissione, ma tutti avvertono che il vero banco di prova sarà la capacità di tradurla in investimenti concreti e meccanismi di responsabilità chiari. Il mondo agricolo, per ora, non ha ancora prodotto posizioni ufficiali, anche se l’Associazione europea per l’irrigazione ha accolto positivamente il riconoscimento dell’efficienza idrica e del riuso come priorità.
Cosa è già partito e cosa arriverà
La Strategia si sviluppa su un orizzonte 2025–2030, con una progressione chiara: azioni immediate, misure da avviare entro il 2026–2027 e un obiettivo quantitativo finale, ossia migliorare l’efficienza idrica di almeno il 10 per cento entro il 2030, lasciando poi agli Stati membri il compito di definire target nazionali coerenti. Nella fase iniziale, la priorità è stata costruire le condizioni istituzionali necessarie: è stato attivato un sistema di monitoraggio delle trenta azioni prioritarie previste dalla Strategia, e la Banca Europea per gli Investimenti ha annunciato un programma di finanziamenti dedicati al settore idrico per il triennio 2025–2027. Le misure più strutturali, invece, sono rinviate alle fasi successive.
L’Italia: punti di forza e ritardi accumulati
La Strategia non introduce nuovi obblighi vincolanti, ma indica con chiarezza le direzioni lungo cui gli Stati membri devono muoversi. Per l’Italia, il cui sistema idrico presenta fragilità strutturali ben note, questo rappresenta un’occasione importante per orientare le priorità di intervento.
Su un fronte, l’Italia può già vantare un’esperienza regolatoria avanzata: ARERA, l’autorità di regolazione dell’energia, reti e ambiente, ha introdotto un indicatore specifico di resilienza idrica, chiamato M0, articolato in due componenti. La prima misura l’equilibrio tra disponibilità della risorsa e fabbisogni del sistema; la seconda ricostruisce il bilancio complessivo integrando consumi civili, agricoli e industriali, volumi importati ed esportati, fonti di approvvigionamento. Questo strumento, ancora oggetto di riflessione e suscettibile di ulteriori approfondimenti ed evoluzioni, non è solo un termometro: può diventare una leva regolatoria per orientare investimenti e priorità. È un esempio che la Commissione europea farebbe bene a censire e valorizzare nel costruire indicatori comuni a livello UE.
Il nodo delle concessioni
Uno dei problemi più radicati del sistema idrico italiano riguarda le concessioni di derivazione di acque pubbliche: molte sono vecchie di decenni e sempre più difficilmente compatibili con la riduzione della disponibilità idrica provocata dal cambiamento climatico. Il rischio è che i diritti di prelievo formalmente riconosciuti siano sempre meno allineati con la realtà, generando conflitti tra usi diversi e difficoltà nella gestione delle emergenze.
Nel gennaio 2026 la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia su questo tema, contestando che il nostro ordinamento non garantisce la registrazione completa di tutti i permessi di prelievo, incluse le derivazioni collegate alle dighe, né prevede revisioni periodiche, nonostante le concessioni abbiano durate che possono arrivare a quarant’anni. La Direttiva quadro sulle acque richiede invece che questi permessi vengano rivisti regolarmente, per assicurare il raggiungimento degli obiettivi ambientali e l’aggiornamento delle condizioni d’uso. Un riesame organico delle concessioni è quindi necessario non solo per rispettare gli obblighi europei, ma per mettere il sistema in condizione di rispondere alle nuove pressioni climatiche.
Nel contesto della crisi climatica e del crescente stress idrico, emerge inoltre la necessità di riorientare le concessioni di derivazione e di invaso verso modelli multiuso, superando la logica degli invasi destinati a singole finalità. Le nuove concessioni dovrebbero prevedere una valutazione obbligatoria della multifunzionalità e privilegiare progetti capaci di integrare usi idropotabili, irrigui, idroelettrici e di protezione idrogeologica, riconoscendo priorità all’uso potabile. Questo approccio dovrebbe guidare anche la revisione delle concessioni dei grandi invasi esistenti.
Prezzi e monitoraggi: dove l’Italia è in ritardo
La Direttiva quadro sulle acque stabilisce che chi usa l’acqua deve pagare un prezzo che rifletta i costi reali (ambientali e della risorsa) e che i sistemi tariffari debbano incentivare un uso più efficiente. In Italia, l’applicazione di questi principi presenta lacune significative, in particolare nel settore agricolo.
I dati disponibili sono spesso incompleti, poco disaggregati e scarsamente utilizzati nelle decisioni di politica pubblica. L’analisi si concentra perlopiù sui servizi idrici tradizionali, trascurando usi rilevanti come l’irrigazione, lo stoccaggio e il riuso. Manca una valutazione sistematica dell’efficacia delle tariffe come strumenti di incentivo all’efficienza. I prelievi non autorizzati raramente vengono quantificati nei piani di gestione dei bacini idrografici. Il principio “chi inquina paga” rimane applicato solo parzialmente.
Per colmare questi ritardi, è indispensabile rafforzare il monitoraggio dei prelievi, migliorare la qualità dell’analisi economica e rivedere le politiche di prezzo. Vale la pena notare che alcuni consorzi di bonifica italiani hanno già sviluppato buone pratiche nel calcolo del contributo irriguo: estenderle a tutto il territorio nazionale non sarebbe solo auspicabile, ma necessario.
Il riuso dell’acqua: una leva ancora da attivare pienamente
La Strategia europea indica nel riuso delle acque reflue uno strumento chiave per ridurre la pressione sulle fonti tradizionali e aumentare la sicurezza idrica. In Italia, alcune evoluzioni normative recenti vanno nella giusta direzione: le attività di affinamento e riuso sono state incluse nel perimetro del servizio idrico integrato, aprendo la strada a una regolazione economica da parte di ARERA. Con il nuovo metodo tariffario MTI-4, adottato nel 2025, ARERA ha rivisto il trattamento economico del riuso: i costi di trattamento possono essere coperti dalla tariffa, ed è stato introdotto un premio specifico per i gestori che investono in questo settore. Tuttavia, in assenza di una tariffa dedicata per l’utilizzatore finale, il rischio è che l’acqua riusata venga fornita gratuitamente, con i costi interamente scaricati sugli utenti del servizio idrico. Questa soluzione era nata come transitoria, ma rischia di diventare strutturale.
Il nodo di fondo rimane lo stesso che attraversa tutto il sistema: finché l’acqua convenzionale non avrà un prezzo che riflette la sua reale scarsità, il riuso non potrà decollare su scala adeguata. La riforma dei canoni di concessione è quindi una condizione imprescindibile per rendere credibile la strategia europea sul riuso nel contesto italiano.
Permangono tuttavia ulteriori ostacoli da affrontare, tra cui la disomogeneità normativa e autorizzativa tra risorse idriche convenzionali e non convenzionali, nonché le carenze infrastrutturali e incertezze su finanziamento, gestione e ripartizione delle responsabilità relative alle opere necessarie per collegare gli impianti di affinamento alle reti irrigue.

La governance dell’acqua: un assetto su cui riflettere
L’attuale governance del settore idrico italiano presenta ancora un’elevata frammentazione, con molti gestori di dimensioni medio-piccole che operano su scala sub-provinciale o comunale. Questa configurazione può limitare la capacità di affrontare le sfide legate alla resilienza idrica, alla transizione digitale e all’adattamento climatico. Gli interventi necessari richiedono economie di scala, solidità finanziaria e competenze specialistiche non sempre disponibili presso i singoli gestori.
Per rispondere a queste criticità, appare opportuno valutare una pianificazione più ampia, anche sovra-ambito o a scala di bacino idrografico. La delibera ARERA 639/2023/R/idr va in questa direzione, introducendo strumenti per favorire investimenti e pianificazioni su scale territoriali più estese, con particolare riferimento a grandi infrastrutture upstream, opere sovra-ambito per clima e sostenibilità, e impianti urgenti in aree dove i gestori non hanno ancora competenze o capacità finanziaria adeguate.
Revisioni più radicali dell’assetto organizzativo attuale su scala d’ambito richiedono una riflessione approfondita dal punto di vista istituzionale, operativo e territoriale, eventualmente valorizzando anche forme di coordinamento tra enti e gestori esistenti.
Strumenti finanziari e pianificazione nazionale: dal MFI al PNIISSI/SFNIISSI
La Strategia europea per la resilienza idrica pone al centro il rafforzamento del quadro finanziario, puntando soprattutto su un migliore coordinamento delle risorse già disponibili. L’obiettivo è mobilitare fondi europei, risorse BEI e capitali privati, anche attraverso strumenti come il Water Resilience Investment Accelerator, per aumentare la dimensione e la bancabilità degli investimenti.
L’Italia dispone già di una base avanzata di programmazione con il PNIISSI, adottato nel 2024, che comprende 418 interventi per circa 12 miliardi di euro, selezionati secondo analisi costi-benefici e criteri economici, ambientali e sociali. La principale criticità riguarda però l’attuazione: il primo stralcio del Piano ha finanziato solo circa 75 interventi per meno di 1 miliardo di euro, evidenziando un forte divario tra fabbisogni e risorse disponibili.
Per ridurre questo scarto, nel 2026 viene introdotto lo SFNIISSI, collegato al PNRR e dotato di circa 1 miliardo di euro. Lo strumento utilizza sovvenzioni a fondo perduto per rendere bancabili interventi infrastrutturali altrimenti difficilmente sostenibili, favorendo l’attivazione di ulteriori risorse pubbliche e private.
Nel complesso, l’Italia dispone di una filiera già strutturata di selezione, pianificazione e finanziamento degli interventi idrici. Resta però essenziale rafforzare continuità, scala e coordinamento delle risorse, integrando gli strumenti europei con PNIISSI e SFNIISSI, così da trasformare la programmazione esistente in effettiva capacità realizzativa.
Contatori e misurazione: un ritardo che pesa
La Strategia europea identifica nel rafforzamento della misurazione dei consumi una condizione abilitante per qualsiasi politica di efficienza idrica. Senza dati affidabili, i segnali di prezzo rimangono attenuati e la gestione della domanda risulta inefficace. In Italia, il problema riguarda anche il settore storicamente più regolato, quello dell’acqua potabile: il parco contatori è in larga parte obsoleto e la diffusione dei contatori intelligenti procede in modo disomogeneo. A questo si aggiunge la situazione degli utenti indiretti, chi vive in condominio e non ha un contatore individuale, che spesso non dispone di strumenti per misurare il proprio consumo reale. ARERA ha introdotto alcune misure per tutelarne i diritti, ma si tratta di interventi parziali, insufficienti a colmare un limite strutturale. Il salto necessario richiede un intervento legislativo: l’installazione di contatori individuali in ogni unità abitativa è una riforma che alcune Regioni sono già chiamate ad attuare. Senza di essa, qualsiasi politica di efficienza idrica rischia di restare sulla carta.
Conclusione
La Water Resilience Strategy non è un ulteriore documento programmatico europeo: è una cornice strategica che collega sicurezza, competitività e coesione territoriale attraverso il filo comune della gestione dell’acqua. La scelta di puntare sul rafforzamento delle regole già esistenti, piuttosto che su nuovi obblighi, carica gli Stati membri di una responsabilità precisa: la resilienza idrica si costruisce soprattutto a livello nazionale.
Per l’Italia, questo è insieme un richiamo e un’opportunità. I ritardi strutturali (sulle concessioni, sul pricing, sulla misurazione) non sono più sostenibili nel contesto europeo e climatico attuale.
Un filo che collega gran parte dei nodi aperti è l’assenza di segnali economici coerenti con la scarsità della risorsa. Finché l’acqua costerà meno di quanto vale, sarà difficile incentivare comportamenti virtuosi, sostenere investimenti alternativi e rendere credibile qualsiasi strategia di lungo periodo. La Strategia europea offre la cornice: ora spetta all’Italia riempirla di contenuto.
a cura di Donato Berardi, Francesca Casarico, Andrea Guerrini
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