La vicenda di Andrea Pirlo ci ricorda che il calcio italiano è irriformabile: Maldini è stato l'uomo giusto finché si sognava Pep Guardiola

28 Luglio 2026 - 15:10
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Il nostro sistema ha la capacità innata di fermare ogni tentativo di cambiamento appena lo intravede

Il calcio italiano possiede un talento che negli anni ha affinato fino a trasformarlo in arte. Ogni volta che intravede una possibilità di cambiare, trova il modo di impedirlo. Non è sfortuna. Non è improvvisazione. È quasi un istinto di conservazione. Le rivoluzioni, da noi, finiscono spesso prima ancora di cominciare. E la storia degli ultimi giorni sembra l'ennesima conferma.


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INSEGUIRE L'UTOPIA

Giovanni Malagò lavora a lungo per convincere Paolo Maldini. Lo cerca, lo persuade, gli affida il progetto tecnico. Maldini, dopo molte resistenze, accetta. Si porta Leonardo, perché l'idea non è semplicemente scegliere un commissario tecnico: è costruire una struttura che restituisca un'identità calcistica alla Nazionale, è la riforma di un sistema. Dentro quel progetto c'è anche un'ambizione enorme: Pep Guardiola. Un'utopia? Probabilmente sì. Ma le utopie, ogni tanto, servono proprio a capire chi abbia il peso per provarci davvero. E Maldini quel peso lo aveva. Se c'era una persona in Italia capace di rendere almeno credibile una telefonata a Guardiola, era lui. Poi arriva la realtà. Guardiola resta Guardiola. E il piano si sposta su Andrea Pirlo.


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PIRLO NON CONVINCE NESSUNO

Qui è giusto fermarsi. Perché Pirlo non era una scelta indiscutibile. Tutt’altro. La sua carriera da allenatore non offre ancora garanzie, il suo percorso è incompleto e chi nutriva dubbi aveva argomenti perfettamente legittimi. Non bisogna riscrivere la realtà: Pirlo non convinceva gran parte dell'opinione pubblica. Chi vi scrive queste righe era il primo tra questi.  Ma una cosa è discutere una scelta tecnica. Un'altra è cercare un motivo per impedirla. Ed è qui che ricompare il caso Fonbet.


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IPOCRISIA ALL'ITALIANA

Francamente, fa sorridere. Non per la vicenda in sé, ma per l'uso che se ne fa. Il calcio italiano ha una memoria selettiva straordinaria: i principi diventano assoluti quando servono e sorprendentemente flessibili quando diventano d’intralcio. E così in questi giorni sono riapparse reminiscenze del ‘codice etico’. Ve lo ricordate, no, il famoso codice etico di Cesare Prandelli? Quella rivoluzione morale che finì per produrre un solo vero effetto: sacrificare nientepopodimeno che Mimmo Criscito, escluso dai Mondiali salvo poi vedere la propria posizione completamente archiviata. La morale rimase. Il capro espiatorio pure.


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PIRLO HA AFFOSSATO MALDINI

Viene difficile non pensare a quella storia mentre oggi il dibattito si concentra improvvisamente su un caso che fino a ieri sembrava occupare giusto lo spazio di chi alle ultime europee ha preso il 3%. Naturalmente nessuno può sapere cosa sia successo davvero nelle stanze dove si prendono le decisioni. Ma in questo spazio gentilmente concessomi in fondo si prova anche a leggere la politica dietro i fatti. E la lettura che emerge è piuttosto chiara. Maldini era l'uomo giusto finché rappresentava il ponte verso Guardiola. Il suo prestigio internazionale, la sua credibilità, il suo carisma erano un valore aggiunto finché potevano accompagnare un'operazione irripetibile. Quando invece è apparso evidente che il suo commissario tecnico sarebbe stato Pirlo, il clima è cambiato. Il malcontento politico è diventato improvvisamente decisivo. E il caso Fonbet, da contorno, ha assunto il ruolo di protagonista.


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OCCASIONE PERSA

Forse è andata così. Forse no. Ma c'è una verità che prescinde perfino da questa ricostruzione. La vera occasione non era Pirlo. La vera occasione era Maldini. Perché Pirlo si può discutere. Maldini no. Non perché sia infallibile - anzi, con la scelta Pirlo in qualche modo ha comunque dimostrato di non esserlo - ma perché rappresentava probabilmente l'ultimo dirigente italiano con abbastanza autorevolezza da poter entrare in Federazione senza appartenere davvero alla Federazione. Era uno di quei rari personaggi che non hanno bisogno del sistema per esistere. Ed è esattamente questo che li rende scomodi.


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LA VERA SCONFITTA

Il sospetto è che il calcio italiano preferisca figure compatibili a figure autorevoli. Persone capaci di mantenere gli equilibri, non di modificarli. Figuriamoci di stravolgerli. Ed è questa la vera sconfitta. Da anni il nostro calcio parla di riforme come il sottoscritto parla di dieta e palestra per ritonificare la propria silhouette: sempre da lunedì. Poi arriva il lunedì e si scopre che dopotutto anche il martedì può andare bene. Alla fine non cambia mai niente, ma almeno il dibattito resta vivace. Così si continuerà a discutere del prossimo commissario tecnico, come se fosse lì il problema. Come se bastasse cambiare il direttore d'orchestra quando è l'intera orchestra a suonare lo stesso spartito da vent'anni.

È questa la sensazione più amara. Non che il calcio italiano non riesca a riformarsi. Ma che in fondo, nonostante il baratro dov’è precipitato, ne abbia davvero poi così tanta voglia. Sì perché il paradosso è che l’Italia non respinge le rivoluzioni. Le convoca. Le ascolta. Le applaude. Poi vota contro. Insomma, parafrasando Flaiano: la situazione è grave, ma non è seria.

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