Le api fataliste e quel nodo della consequenzialità inesorabile sciolto da Wallace

07 Settembre 2026 - 12:05
0

Dicono che, finite le sue lezioni, spesso tenute indossando gli indumenti da lavoro, pantaloni kaki e stivali, scappasse fuori dall’aula per tornare a quella che era un’attività parallela all’insegnamento, stimolante quanto i sillogismi della dialettica e i dilemmi della logica: l’apicoltura. Per l’eccentrico professore era più che un hobby, dal momento che possedeva trecento arnie e, lontano dall’intenzione di lucrare sulla produzione di miele – disponeva i suoi vasetti su un banchetto incustodito allestito in strada davanti a casa sua, vicino al Cayuga Lake, e i passanti interessati tiravano su e lasciavano l’obolo nella cassetta delle offerte –, comunque ne otteneva un buon ricavo annuo. Tra l’altro i costi dell’impresa erano contenuti perché l’apicoltore filosofo aveva rinunciato alla smielatura per centrifugazione, che richiedeva l’utilizzo di ingombranti e costosi macchinari, preferendo la più semplice e naturale produzione di miele in favo per la quale bastava un coltellino tascabile. Era estasiato dalla perfetta regolarità delle cellette esagonali di cera. Aveva ricevuto in dono il suo primo alveare quando aveva quattordici anni e da allora la sua amicizia con le impollinatrici operose poté solo approfondirsi.

Non è solo un dettaglio curioso della biografia di Richard Clyde Taylor (1919 - 2003) il metafisico americano che dalla frequentazione degli insetti melliferi durata una vita trasse il suo atteggiamento mentale, il suo stile di pensiero e il suo approccio alla natura e al mondo. Alla filosofia sarebbe arrivato tardivamente, negli anni della Seconda guerra mondiale leggendo Platone e Schopenhauer durante i lunghi turni di guardia nei sottomarini della marina militare. Famoso divenne per il suo “Fatalism”, l’articolo che uscì nel 1962 sulla “Philosophical Review” e scatenò un vespaio, o uno sciame, di proteste nel dibattito filosofico degli anni Sessanta proseguito poi per oltre un ventennio: almeno fino al 1985 in cui David Foster Wallace – nientemeno – ne fece il tema della propria tesi di laurea in filosofia, riconoscendogli il merito di essere “l’argomento più potente mai elaborato in favore del fatalismo”.

L’idea che Taylor vi sosteneva, espressa in poche parole ma in una sintesi tanto corretta da essere impiegata dal pensatore stesso, era che “tutto ciò che accade è necessario, tutto ciò che non accade è impossibile”. In sostanza le cose non possono andare diversamente da come vanno e qualsiasi ipotesi sull’eventualità di mutarne il corso non ha ragion d’essere. Come dire che il margine lasciato alle libere scelte per influire sugli eventi è nullo e che il libero arbitrio è un’illusione.

Era un’inaccettabile negazione della libertà umana, e infatti fu unanimemente ricusata dai filosofi del tempo, senza però che nessuno di loro riuscisse a confutare le argomentazioni di quel serafico amico delle api, fondate sulle evidenze elementari della logica classica.

Un articolo di Taylor, filosofo apicoltore, scatenò un vespaio nel ’62. “Tutto ciò che accade è necessario, tutto ciò che non accade è impossibile”

L’attacco decisivo, sferrato sullo stesso terreno e con armi ben più sofisticate, sarebbe arrivato da un pivello di vent’anni, uno studente nato peraltro proprio nell’anno in cui era uscito l’articolo incriminato: dal geniale laureando che a sua volta, ancora in erba, stava rivelando di avere una doppia anima. “Credevo di avere di fronte un giovane filosofo estremamente dotato che nel tempo libero scriveva romanzi”, disse di lui uno dei suoi docenti, Jay Garfield, “e non avevo capito che era tra i romanzieri più dotati della sua generazione e incidentalmente faceva filosofia”.

L’incidente filosofico di Wallace, l’incisiva honors thesis presentata all’Amherst College, Massachusetts, nell’85 è appena arrivata nelle librerie italiane con il titolo efficace di “Contro il fatalismo” (Einaudi) che ben ne traduce l’originaria vis polemica. Il titolo originale era “Il fatalismo di Richard Taylor e la semantica della modalità fisica”. Il titolo dell’edizione Usa invece, apparsa quindici anni fa, nel 2011, tre anni dopo il suicidio di Wallace, è “Fate, Time and Language: An Essay on Free Will”: esaustivo per un volume che, comprendendo un’introduzione generale e un abbecedario per i non addetti ai lavori, ripercorrendo le tappe delle tentate e fallite confutazioni della tesi di Taylor, ribadiva in copertina tutti i corni del problema, il fato, il tempo, il linguaggio e il libero arbitrio. Nell’edizione italiana l’elaborato di Wallace, introdotto dall’imprescindibile prefazione dei curatori, Guido Baggio (anche traduttore) e Mario De Caro, seguito dall’affettuoso ricordo del relatore della tesi, Willem deVries, si squaderna nell’esilità della sua settantina di pagine come un documento durissimo, fatto di argomentazioni rigorose, assiomatizzazioni, deduzioni logiche convertite in formule, funzioni, calcoli e diagrammi. I cultori della prosa travolgente, enciclopedica, ammiccante di DFW, gli “howling fantods” come si definiscono i suoi fan riprendendo l’espressione dall’opus magnum “Infinite Jest”, sulle prime annichiliti, non tarderanno a riconoscere qua e là il piglio originale dello scrittore che, violando i canoni della scrittura accademica, ricorreva alla prima persona singolare (“Supponiamo che io sia un ammiraglio…” “… sono sul ponte del mio cacciatorpediniere…” “Qui devo fermarmi un attimo…” “Cercherò di farmi in quattro per dimostrare…”), si rivolgeva direttamente al lettore (“Il lettore dovrebbe a questo punto riconoscere… e essere incline a dire…e riuscire addirittura a prevedere…”), commentava con espressioni colloquiali (“E’ un problema vecchio quanto Aristotele”, “una strana e infelice dottrina metafisica”,“un terreno oscuro e disorientante”, “una situazione complessa e interessante“, “veramente interessante… profondamente interessante… ricca e interessante…”).“Credevo di avere di fronte un giovane filosofo estremamente dotato che nel tempo libero scriveva romanzi”, disse di lui uno dei suoi docenti.

Sono i passaggi in cui fanno capolino la personalità, il tocco, la voce di uno che “incidentalmente” trasformava il più duro dei testi scientifici in un documento d’autore. A quell’età Dave stava già scrivendo letteratura, e non nel tempo libero. In contemporanea con la tesi di logica filosofica, febbrilmente e a tempo di record, scrisse una seconda tesi di laurea, in letteratura inglese, quella che, rimaneggiata nel giro di un paio d’anni, sarebbe uscita come il suo primo romanzo, “The Broom of the System”, “La scopa del sistema”. Sul bivio tra filosofia e letteratura, la libera decisione per la prosa creativa fu presa presto, tanto è vero che il romanzo uscì nel 1987 (Einaudi 2008) mentre il saggio filosofico rimase a lungo inedito anche dopo la morte dell’autore.

E però eccolo qua e tocca affrontarlo. Facendo sul serio con il suo nocciolo duro, il nucleo forte, il cuore del problema, che batte sulla spinta di uno slancio emotivo: la furia, l’indignazione (riferisce il suo prof) che mossero il laureando a mandare a segno un’appassionata difesa della libertà umana. Ma al di là del sentimento, o dei sentimentalismi di cui la dissertazione matura dello Wallace 23enne è del tutto scevra, vale la pena di entrare nel merito della questione perché – ipse dixit – è interessante, interessante, interessante, interessante.

“Credevo di avere di fronte un giovane filosofo estremamente dotato che nel tempo libero scriveva romanzi”, disse di lui uno dei suoi docenti

L’interesse sta nel nodo della consequenzialità inesorabile – fatale! – messa in luce da Taylor, che partiva da una serie di evidenze, di ovvietà, di principi assodati, perfettamente coerenti con il comune buon senso, per trarne conclusioni che quelle evidenze ovvietà ecc…contraddicevano in pieno. Riducendo all’osso il paradosso, gli elementi che concorrono a formarlo sono tre: il principio di non contraddizione, detto anche di bivalenza o del terzo escluso: vero o falso; il principio per cui la verità non cambia nel tempo: se è vero oggi è vero sempre; la relazione di causalità tra un’azione e le sue conseguenze. Mettendo i tre principi in relazione tra loro nel caso di quelli che Aristotele, e poi Taylor, e poi Wallace, e i prefatori di Wallace chiamano i “futuri contingenti” – ovvero le frasi pronunciate adesso ma orientate al futuro –, cominciano i guai. Se dico che domani ci sarà una battaglia navale (l’esempio è di Aristotele ripreso dai due contendenti Taylor e Wallace) e assegno un valore di verità alla mia frase coniugata al futuro, ne consegue che quel che è vero oggi sarà confermato domani e l’ordine di attacco che il comandante sul ponte deve dare perché si combatta non può essere evitato. In altre parole se tengo per buono il principio di bivalenza nego il libero arbitrio, se voglio salvare il libero arbitrio nego le basi elementari della logica.

E’ una trappola, ovunque ci si giri si incappa in un impasse, si finisce dentro un cul de sac, si sbatte la testa contro il muro solido di un’evidenza intuitiva, di un’ovvietà. Taylor ne esce sacrificando il libero arbitrio: tutto quel che accade è necessario, tutto quello che non accade è impossibile.

Wallace fa problema dell’ovvietà dell’ovvio, un cruccio che accompagna da un capo all’altro la sua intera ricerca letteraria: “considera che pochi, pochissimi di noi sono in grado di affrontare l’ovvio”, dice un suo personaggio in “La ragazza dai capelli strani” (minimum fax 2003). Filosoficamente sta con formidabile serietà al gioco di Taylor, “si fa in quattro” per mantenere tutte le sue premesse e, laddove paiono contraddirsi tra loro, si fa ancor più sottile, diabolicamente meticoloso. Diversifica le relazioni di necessità. Distingue tra una causalità logica e una causalità fisica. Integra la dinamica bidimensionale della logica elementare con quella multidimensionale della logica modale. Declina la forma pura del tempo, valida in condizioni di laboratorio, nelle ipotesi astratte, virandola sotto la specie torbida, opaca, caotica degli universi situazionali. Introduce elementi di disturbo, l’imprevisto, l’attrito, l’imponderabile concretezza del mondo reale nella mappa che vorrebbe darne il linguaggio formale. Per concludere che – avrebbe sentenziato in “Infinite Jest” – “la validità logica non è una garanzia di verità”. Ovvero, parafrasano i due curatori: non si confonda “ciò che le proposizioni dicono sul mondo da ciò che il mondo permette alle proposizioni di dire”. Tutto questo è tradotto nei diagrammi del “sistema J”, un codice inedito messo a punto dal laureando. Chi si sentisse soverchiato dalla loro complessità si accontenti di ammirarne l’eleganza, immaginando la rapidità delle inferenze che vi ricorrono dentro. E sul catturare l’imponderabile dei fenomeni, ritorni alle finezze wallaceane emerse laddove lo scrittore descrive l’effervescenza dell’acqua minerale, o un volto ritagliato nella pasta di luna, o le movenze rapide e intelligenti di un “athlète savant”, tenendo conto che le sue proposizioni formulate in J erano dettate dalla stessa smania di concretezza, la stessa passione per il reale che ispira le visioni, le trovate e le escogitazioni linguistiche del prosatore.

L’atleta sapiente: la metafora sportiva funziona bene per cercare di inseguire la mente velocissima di Wallace. Da ex campione di tennis, DFW sapeva quanto è lento il pensiero rispetto alla velocità del corpo, o quanto l’intelligenza del corpo fisico anticipi e favorisca l’agilità della mente. Descrisse questa misteriosa dinamica nel celebre articolo del 2006 uscito sul New York Times “Federer as Religious Experience” (Einaudi 2012) laddove parlava di una “mente geometrica”, dell’abilità nel calcolare le angolazioni delle traiettorie, di “intuitività occulta”,“fiuto tattico”, “visione periferica”, di una “portata cinestetica” più ardua da interpretare che la semplice velocità meccanica. Un teorema. La cui tentata soluzione mette capo a un’incognita, agli incomputabili “momenti” di Federer, il cui controllo della partita pareva “annullare le leggi della fisica” o, per converso, la cui suprema padronanza del gioco pareva finire fuori controllo: “Il tennis”, scriveva Wallace, “implica intervalli di tempo troppo brevi per permettere di compiere atti intenzionali”. Dunque: libertà o destino? Arbitrio o necessità? Analoghi istanti aporetici, incalcolabili, mistici, quelli in cui il gesto dell’agente – il campione – converge e concorre all’esito fatale della partita, ipotizza anche il Wallace filosofo nella sua tesi contro il fatalismo. E sottolinea con vigore che nell’idea di essi si tocca “l’aspetto più radicale del sistema J” secondo cui “non si ammettono presenti alternativi in un dato presente attuale”. Cioè giunti al punto, all’istante che è vero perché succede davvero, al presente, “tutte le infinite possibilità si dissolvono”: la realtà buca le maglie della logica, manda in tilt ogni sistema predittivo, approda all’ovvietà di ciò che è sotto gli occhi. Sondare quell’ovvio farebbe sconfinare nella metafisica, ambito in cui non si possono che pronunciare proposizioni insensate, diceva Wittgenstein, che Wallace non cita nella sua thesis ma che lesse e rilesse ossessivamente. E’ il paletto conficcato nel cuore dell’argomento di Taylor: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

La metafora sportiva: “Il tennis”, scriveva Wallace, “implica intervalli di tempo troppo brevi per permettere di compiere atti intenzionali”

Il fatalista si era fatto prendere la mano estendendo la logica fuori dai suoi confini. Ma la sua tesi, visto il personaggio e la propensione a evidenziare i problemi più che a dare risposte per cui lo amavano i suoi studenti, forse era una provocazione, la costruzione di un paradosso tipo quelli di Zenone (Achille piè veloce e la tartaruga…). Le api sue amiche gli avevano insegnato altro e nei libri che dedicò loro, “The Book of Beekeeping”, “The Joys of Beekeeping”, tenendo il fatalismo nel retropensiero, si leggono perle tipo: “Esistono alcune regole empiriche utili. Una è che, quando ci si trova di fronte a un problema nell’apiario e non si sa cosa fare, è meglio non fare nulla. Raramente le cose peggiorano non facendo nulla, mentre spesso peggiorano di molto con un intervento inadeguato”.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Eventi e News

Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User