Le emissioni di CO2 scendono meno in Italia che in Ue, Enea: sempre più lontani i target 2030

30 Luglio 2026 - 17:20
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Le emissioni di CO2 scendono meno in Italia che in Ue, Enea: sempre più lontani i target 2030

L’Italia ha ridotto i consumi energetici più della media europea, ma ha tagliato meno le emissioni di CO2. È il paradosso che emerge dall’ultima Analisi Enea del sistema energetico italiano, relativa al primo semestre 2026: mentre i consumi complessivi sono diminuiti del 2% nel nostro Paese e dell’1,5% nell’Ue a 27, le emissioni sono scese rispettivamente del 2% e del 3%. Pesa evidentemente la dipendenza dai combustibili fossili.

Quello nazionale emerge una volta di più come passo troppo lento rispetto agli impegni assunti col Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). «La modesta riduzione delle emissioni allontana ancora di più il target italiano del Pniec al 2030, che per essere centrato richiederebbe ora una riduzione media annua di circa il 6%», spiega Francesco Gracceva, che cura l’Analisi Enea.

Nel corso dei primi sei mesi dell’anno i consumi di petrolio sono calati di quasi il 4% sia in Italia sia nel resto dell’Unione europea, ma nel nostro Paese il risultato è stato trainato soprattutto dalla crisi della petrolchimica, i cui consumi si sono più che dimezzati. Molto meno marcata la risposta dei trasporti ai rincari seguiti alla crisi dello Stretto di Hormuz: dall’inizio delle turbolenze la domanda petrolifera del comparto è diminuita dell’1,5% in Italia, contro il 5,5% registrato in media nell’Ue. Un fronte su cui evidentemente incide la scarsa elettrificazione dei trasporti, coi cittadini costretti a rifornirsi dai distributori di carburanti nonostante i picchi di prezzo.

«La riduzione dei consumi petroliferi in Italia ha risentito principalmente dell’ulteriore drastico calo della petrolchimica, mentre la domanda nei trasporti sembra aver risentito meno dell’aumento dei prezzi», osserva Gracceva.

Nel primo semestre il prezzo del greggio è aumentato del 27%, con un balzo del 50% tra marzo e giugno dopo la crisi di Hormuz. Tra marzo e maggio il prezzo medio al consumo del gasolio è cresciuto del 23% in Italia e del 28% nell’Ue. Anche il gas ha registrato un rincaro del 3% nell’intero semestre e del 27% tra marzo e giugno. I prezzi dell’elettricità, inizialmente in calo sulle Borse europee, sono invece aumentati di oltre il 20% dopo Hormuz in tutti i Paesi dell’Unione, con quelli che fanno più affidamento alle rinnovabili – come la Spagna – che hanno mostrato però la capacità di difendersi meglio.

La domanda elettrica italiana è cresciuta nel frattempo del 2,5%, segnando l’aumento più consistente degli ultimi dieci anni. Per soddisfarla è stato necessario ricorrere maggiormente alle centrali alimentate a gas, la cui produzione è salita del 4,4%, mentre l’incremento complessivo delle fonti rinnovabili si è fermato poco sopra l’1%.

Dietro quest’ultimo dato si muovono però dinamiche molto diverse: al drastico calo dell’idroelettrico si sono contrapposte la crescita dell’eolico, pari al 16%, e quella del fotovoltaico, arrivata al 19%. A maggio le due fonti hanno coperto insieme il 33% della domanda elettrica, nuovo massimo storico, contribuendo a portare a 88 le ore nelle quali il prezzo dell’energia sul mercato all’ingrosso si è azzerato (nello stesso periodo del 2025 erano state appena 20). La crescita delle rinnovabili resta però troppo timida per aiutare il clima e il portafogli.

Nei primi sei mesi del 2026, in base ai dati Terna, in Italia sono stati installati appena +3,4 GW di nuovi impianti rinnovabili, e continuando con questo ritmo a fine anno ce ne sarebbero dunque 6,8 GW, meno dei +7,2 GW registrati nel 2025 (a loro volta in calo del 3,9% rispetto al 2024). Il problema è che per raggiungere i pur timidi target al 2030, Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, il think tank Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024), o incrementando il personale della Commissione tecnica Pnrr-Pniec cronicamente sotto organico – basterebbero ad alleviare il problema.

Nel complesso, a metà 2026 l’indice Ispred elaborato dall’Enea – che misura l’andamento della transizione energetica italiana sotto il profilo di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione – risulta in calo del 25%. Pesano soprattutto il crescente allontanamento dagli obiettivi climatici al 2030, l’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi e la persistente debolezza dell’industria energivora.

«Il blocco dello Stretto di Hormuz ha avuto impatti significativi sui prezzi dell’energia, ma inferiori alle attese, se si considera l’ordine di grandezza dei volumi di petrolio e gas coinvolti, grazie anche al forte ricorso alle scorte e al drastico calo della domanda cinese», conclude Gracceva. «Tuttavia, le ripercussioni sul sistema produttivo europeo iniziano a mostrare segnali tangibili: primo, la produzione industriale ha continuato a contrarsi nei primi cinque mesi del 2026, soprattutto in Germania che è il principale Paese manifatturiero; secondo, da marzo ad aprile in Italia il costo delle importazioni nette di energia – petrolio, prodotti petroliferi, gas ed elettricità – è stato maggiore di oltre 3 miliardi di euro rispetto agli stessi mesi 2025».

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